Vescovo Munilla: “Abbiamo sostituito lo sguardo di Dio con lo sguardo degli altri”
Essere un vero ribelle: l'intervista che cambia la tua prospettiva sulla vita con il Vescovo José Ignacio Munilla
Non accontentarti di ciò che il mondo offre. Scopri perché la vera ribellione consiste nel resistere alla mondanità e lasciare che Dio scriva la tua storia. Un dialogo profondo, sincero e pieno di speranza con uno dei vescovi più amati di Spagna.
Immaginate un podcast registrato nel convento dei frati domenicani di San Chinero (Madrid). Due “ribelli” – padre Ignacio Amorós e frate Marcos – conversano con il vescovo José Ignacio Munilla di Orihuela-Alicante, un’autorità indiscussa per migliaia di persone che evangelizzano online. Il risultato è una conversazione che non lascia indifferenti: un’autobiografia spirituale, un’accurata diagnosi dei nostri tempi e un appello urgente alla santità come unica vera via per la felicità.
Cosa significa essere un ribelle secondo Munilla?
Fin dal primo minuto, il vescovo lo chiarisce citando Romani 12:2 : “Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente”.
Essere ribelli non significa semplicemente una ribellione adolescenziale senza senso. È una ribellione matura : rifiutarsi di lasciarsi intrappolare dal mondo con i suoi invisibili tentacoli di mondanità. È un impegno radicale a plasmare la propria vita esattamente come Dio l’ha immaginata per noi, non come la società, i social media o le mode ci spingono a essere.
«Voglio essere guidato dal piano di Dio, non trascinato», afferma con forza. Questa resistenza consapevole allo spirito del mondo è la vera libertà.
Un’infanzia segnata dalla famiglia e dall’istruzione.
Munilla è nato a San Sebastián nel 1961. È cresciuto in una famiglia molto unita, con genitori che gli hanno insegnato a leggere la realtà con occhio critico ed etico. Ricorda piccoli ma significativi aneddoti: suo padre che interrompeva la gioia della sua infanzia mentre guardava un film western per ricordargli che “anche quegli indiani hanno una mamma e un papà”. O come, al culmine dell’attività terroristica dell’ETA nei Paesi Baschi, i suoi genitori lo abbiano immunizzato contro la “falsa ribellione” ideologica.
Insieme al fratello (anch’egli sacerdote), trascorse un’adolescenza in cui, in una scuola enorme, rappresentavano una minoranza, ma potevano contare sul sostegno di un buon cappellano e sulla vicinanza di monasteri contemplativi. Questa combinazione di una famiglia solida, un modello sacerdotale e un’atmosfera di preghiera fu il terreno fertile in cui la sua vocazione mise radici.
Il momento dell'”assegno in bianco”
A quindici anni, durante un ritiro spirituale, il giovane José Ignacio non sapeva quale promessa scrivere sul foglio che avrebbero bruciato in un braciere. Alla fine, firmò solo con il suo nome: José Ignacio . Lo consegnò in bianco e lo bruciò.
“Signore, firmerò io e lei potrà scriverci quello che vuole.”
Quella notte, mentre tornava a casa, fu colto da una forte intuizione: Gesù gli stava chiedendo di diventare sacerdote. Fu uno shock che infranse tutte le sue convinzioni preconcette (compresi i sogni romantici tipici della sua età), ma al tempo stesso gli portò una pace e una gioia inspiegabili.
I suoi genitori lo ascoltarono con attenzione e gli chiesero di essere assolutamente coerente: “Se Dio ti chiama, diventa sacerdote, qualunque siano le conseguenze”. Quella risposta fu decisiva. In seguito, le lettere scambiate provvidenzialmente con il fratello e l’accoglienza ricevuta dal cardinale Marcelo González a Toledo sancirono il suo cammino.
Il giorno della sua ordinazione (1986) rinnovò l’alleanza: “Signore, d’ora in poi non avrò più il diritto di dubitare della tua chiamata. Ti dono la mia vita. Andrò ovunque tu mi mandi”.
Gli anni da parroco a Zumárraga: eroina, AIDS e misericordia concreta.
Assegnato come giovane parroco a Zumárraga per 20 anni, Munilla si trovò faccia a faccia con una dura realtà che non aveva studiato sui libri: l’epidemia di eroina che stava distruggendo le famiglie. Madri disperate bussavano alla porta della parrocchia. Lui, che non aveva mai nemmeno visto uno spinello, finì per accompagnare più di 110 giovani nel programma Proyecto Hombre, visitando le case, soffrendo insieme alle famiglie e, con l’arrivo dell’AIDS, aiutando molti a “morire con dignità”.
Ha imparato in trincea che il successo in questa vita non si misura evitando la sofferenza, ma morendo nella grazia di Dio . Verità, misericordia senza compromessi e una speranza autentica (non vana) erano i suoi strumenti. Alcune di quelle storie risuonano ancora in lui.
Diagnosi del nostro tempo: dal relativismo alla dittatura e alle ferite emotive
Munilla descrive con chiarezza il percorso culturale che abbiamo intrapreso:
- In primo luogo, la dittatura del relativismo (Benedetto XVI): non è più consentito a ciascuno di pensare ciò che vuole; la “correttezza politica” impone la censura.
- Poi arrivò la profonda crisi antropologica: l’uomo non sa più chi è.
- Dal fiero Prometeo del modernismo siamo passati al Narciso postmoderno : costantemente intenti a guardarsi nello specchio delle reti, a confrontarsi, a invidiare, a diventare fragili.
Il risultato sono profonde ferite emotive : famiglie disfunzionali, narcisismo, ansia, dipendenza dalla dopamina della gratificazione immediata (video, Amazon, like), incapacità di rimandare il piacere e un’autostima costruita sullo sguardo degli altri anziché su quello di Dio.
“Il nostro problema più grande sui social media è che stiamo sostituendo la presenza di Dio con lo sguardo degli altri.”
La grande trappola: non sentirsi abbastanza bene
Molti giovani (e non solo) confessano: “Non mi sento apprezzato, non valgo niente, ho pensato di togliermi la vita”. Munilla ha riscontrato tutto ciò nelle confessioni e nei ritiri spirituali. La soluzione non è un’auto-aiuto di poco conto, ma il recupero della propria identità filiale : “Io sono ciò che sono per Dio”.
Un aneddoto toccante: una giovane donna, insicura del proprio naso, ritoccava le foto con i filtri e finì per rimanere intrappolata nella sua bolla di sofferenza. Durante un ritiro spirituale, dopo un incontro con Cristo e l’ascolto di testimonianze, trovò la liberazione attraverso risate e lacrime: “Gesù era stufo del fatto che mi preoccupassi così tanto del mio naso!”.
Fraternità, testimonianza e richiesta di aiuto sono fondamentali. Il demone “muto” isola; la Chiesa unisce e guarisce.
Guarire le ferite: perdono, misericordia e il Sacro Cuore
Di fronte alle ferite (proprie o ricevute), Munilla propone:
- Prega per chi ci ha fatto del male (anche se all’inizio è difficile).
- Affidiamo le nostre ferite a Dio e rifiutiamoci di lasciare che ci definiscano.
- Abbandona il ruolo di vittima (una forma tossica di narcisismo).
- Accostarsi al Sacramento della Riconciliazione , che non è semplicemente un “rimuovi-macchie”, ma una grazia che guarisce ed eleva , ti perdona e ti offre un’amicizia più profonda con Cristo. Significa “rinascere” dal Cuore di Gesù.
Per Munilla, la devozione al Sacro Cuore è il “kerygma del kerygma”: Egli ci ha amati per primo . Confidare in quell’amore precede i nostri meriti.
Santità e felicità: la stessa realtà vista da due prospettive diverse.
Ecco uno dei momenti più brillanti del podcast:
“Quando capisci che non esistono due strade – la felicità umana o la santità – ma una sola, quel giorno la tua visione del mondo cambia.”
Dio vuole che tu sia santo perché vuole che tu sia felice. E vuole che tu sia felice perché vuole che tu sia santo. I santi erano le persone più felici del mondo. Integrare l’umano e il divino, il naturale e il soprannaturale, è la chiave.
Un ultimo messaggio per la Spagna e per voi.
Alla Spagna viene ricordato il suo cuore mariano: «Dove non c’è madre, c’è caos». Tornate all’Immacolata Concezione, lasciatevi proteggere da Lei.
A ognuno di voi: prestate attenzione . Dio ha un piano per voi e ve lo rivelerà passo dopo passo. Firmate l’assegno in bianco. Rinnovate la vostra vocazione ogni giorno. Non abbiate paura. Abbiate fiducia.
E soprattutto: Dio ti ama e vuole che tu sia felice .
Questa intervista non è solo una bella testimonianza. È una mappa per orientarsi in un mondo iper-accelerato e ferito, dipendente dalla gratificazione immediata. Munilla parla con autorevolezza perché ha vissuto ciò che predica: nella parrocchia, nella lotta contro la droga, nell’episcopato e sui social media.
Se qualcosa ti ha emozionato, non limitarti a un “mi piace”. Condividi l’episodio. Chiedi aiuto se ne hai bisogno. E soprattutto, osa essere un vero ribelle : qualcuno che si rifiuta di essere assorbito da questo mondo perché ha deciso che la sua vita sarà ciò che Dio ha in serbo per lei.
Ho fiducia in te. Questo è il motto. Questa è la posizione.
Sei pronto?
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