20 Maggio, 2026

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Mons. Fernando Ocáriz: «La via più fedele per servire la Chiesa è non essere indifferenti alle vicissitudini del nostro mondo»

Intervista di Claudio Caruso a Mons. Fernando Ocáriz, prelato dell'Opus Dei

Mons. Fernando Ocáriz: «La via più fedele per servire la Chiesa è non essere indifferenti alle vicissitudini del nostro mondo»

Alle porte di un momento storico, l’Opus Dei si prepara a celebrare il suo primo centenario con lo sguardo rivolto al futuro e i piedi ben radicati nella quotidianità. In questa intervista esclusiva, Claudio Caruso dialoga con il prelato dell’Opera, Mons. Fernando Ocáriz, in un confronto profondo che ripercorre le sfide della famiglia contemporanea, il vero impatto dell’istituzione nei suoi primi cento anni di vita e la vitalità della Chiesa in continenti come quello africano.

Con un calore spontaneo e una visione marcatamente soprannaturale, Don Fernando analizza inoltre il profondo significato della prossima e storica visita di Papa Leone in Spagna, all’insegna del motto «Alzate lo sguardo». Una conversazione imprescindibile per comprendere come il messaggio di san Josemaría — trovare Dio nel lavoro, nel riposo e nelle relazioni quotidiane — continui a essere una risposta vibrante e trasformatrice per le sfide della società attuale.

«La mia speranza per i prossimi anni è che l’Opera sia una grande catechesi per aiutare a rendere reale la santità nella vita di tutti i giorni».

San Josemaría nacque in una famiglia praticante. Iniziò il suo apostolato tra i giovani, molti dei quali provenienti da famiglie cattoliche. Ma durante la sua vita l’Opera si sviluppò in altri Paesi, dove la realtà era differente. E parlava persino di apostolato “ad fidem”. Quale ritiene sia la chiave dell’apostolato in ambienti in cui la famiglia non solo non contribuisce molto alla fede, ma è addirittura disgregata? In questo senso, come si potrebbero promuovere nella società le famiglie come “focolari luminosi e allegri”, come diceva san Josemaría?

Fin dal primo momento, san Josemaría diede grande importanza all’amicizia come luogo privilegiato di evangelizzazione, poiché è lì che condividiamo il Vangelo di cuore in cuore. In questi legami di amicizia, la fede si espande alle famiglie, ai colleghi, ai vicini… e apre nuovi orizzonti a ciascuno. Così immaginava il ruolo dei primi cristiani, che mostravano con naturalezza la loro amicizia con Cristo attraverso una gioia contagiosa. E questo continua a essere valido oggi. L’incontro con Gesù pone le fondamenta per costruire il proprio progetto di vita: aiuta a credere nell’amore per sempre, riconosce nei figli una benedizione, dona la forza per prendersi cura degli anziani e dei malati. Le famiglie cristiane sono chiamate anche ad aiutare molte altre famiglie.

San Josemaría diceva che l’Opera esiste per servire la Chiesa. Quale ritiene sia il principale servizio che l’Opera ha reso alla Chiesa in questi primi cento anni?

Il principale contributo dell’Opus Dei è legato all’essenza dello spirito che Dio ha voluto diffondere attraverso l’Opera fin dal 1928: una moltitudine di persone che desiderano amare Dio nella propria quotidianità, cercando il modo in cui il Vangelo impregni di significato il loro lavoro e il loro riposo, le relazioni con i parenti e i colleghi, contribuendo a umanizzare – e cristianizzare – le piccole e grandi sofferenze della vita, così come le gioie e le sfide che si presentano, trasformando l’attività quotidiana in un servizio generoso, una semina di pace e gioia cristiane in tutti gli ambienti.

Sarebbe più facile impostare questa domanda partendo dai progetti istituzionali e sottolineare l’ispirazione che il messaggio dell’Opus Dei ha rappresentato per tantissime iniziative educative, formative, solidali e assistenziali in molte parti del mondo. Si potrebbero fare vari esempi, come lo Strathmore College in Kenya, la prima scuola interrazziale dell’Africa, nata nel 1961 sulla spinta dello spirito di san Josemaría; i centri di formazione professionale in Sudamerica, una scuola di direzione aziendale in Messico o un collegio universitario in Spagna. Trovandoci a Roma, è ben noto il lavoro della Pontificia Università della Santa Croce, un centro di studi ecclesiastici che ha formato studenti provenienti da 129 Paesi e da più di 1.200 diocesi.

Tuttavia, senza nulla togliere a questo, mi ha riempito di gratitudine constatare ancora una volta – dopo aver ascoltato più di 50.000 voci da 70 Paesi – che la via più fedele per servire la Chiesa a partire dal nostro spirito è identificarci a tal punto con Cristo da avere i suoi stessi sentimenti, per non essere indifferenti alle vicissitudini del nostro mondo e impegnare la nostra stessa vita nel dare risposta alle speranze e ai bisogni di tutti.

I cento anni dell’Opera sono un momento di ringraziamento, di riflessione e di sguardo in avanti: come vede l’Opera proiettata nei prossimi anni?

La mia speranza per i prossimi anni è che il centenario della fondazione dell’Opus Dei sia un’occasione per ciascuna e ciascuno di rinnovarsi interiormente. E a partire da questo rinnovamento interiore – che implica anche riconoscere gli errori e correggersi – possiamo servire meglio Dio, la Chiesa e tutte le persone, ispirando la trasformazione del mondo secondo il cuore di Cristo. Che ci siano persone dell’Opus Dei dietro a quelle famiglie unite perché hanno saputo chiedersi perdono. Che ci siano giornalisti che dicono la verità, docenti impegnati a insegnare con umiltà e coraggio; anziani gioiosi e giovani solidali; coniugi che ispirano i figli nella fede; malati che vivono i loro dolori con serenità; medici che trattano i pazienti con umanità e ingegneri che investono le loro migliori competenze per risolvere i problemi dei più vulnerabili, anche se non si tratta del business più redditizio. Questa è la mia speranza per i prossimi anni: che l’Opera sia una grande catechesi per aiutare a rendere reale la santità nella vita di tutti i giorni e contribuire a «fare in modo che l’amore e la libertà di Cristo presiedano a tutte le manifestazioni della vita moderna» (san Josemaría, Solco, n. 302).

Il Papa ha compiuto un viaggio in Africa, toccando vari Paesi nell’arco di dieci giorni. Quali sono stati per lei i temi principali di questa visita?

L’intenso viaggio apostolico di dieci giorni in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale è stato un’eloquente manifestazione della sollecitudine del Papa e della Chiesa per tutto il genere umano e, in modo particolare, per il continente africano, una terra di speranze e di sfide altrettanto grandi. Al tempo stesso, è un’opportunità per rinnovare la gratitudine, l’affetto filiale e la preghiera costante per i frutti del pontificato.

In ogni viaggio, il Santo Padre è testimone del Vangelo e della vicinanza di Dio alle persone che lo accolgono. Ha ribadito il suo messaggio di pace e riconciliazione come risposta cristiana ai conflitti. Il suo pellegrinaggio nella terra di sant’Agostino ci rivela la sua stessa identità di figlio spirituale del santo di Ippona e ci invita a cercare in Gesù Cristo le risposte alle nostre inquietudini esistenziali. Le oceaniche e gioiose celebrazioni liturgiche – come la commovente Messa di chiusura a Malabo – dimostrano che la Chiesa in Africa trabocca di vitalità. Il Papa ha ricordato a tutti noi che questo continente è un autentico polmone spirituale e un tesoro di fede per il mondo intero.

E cosa si aspetta l’Opera dagli apostolati in quel continente?

La risposta breve è che ci aspettiamo moltissimo, sia nei progetti di formazione sia nella fedeltà personale a Gesù Cristo. Entrambi gli aspetti sono importanti, ma nell’Opus Dei diamo un’importanza primaria alla spontaneità apostolica di ciascuno, alla sua libera e responsabile iniziativa, guidata dallo Spirito Santo.

San Josemaría amava svisceratamente l’Africa, con la sua grande varietà di culture e di popoli, e intravedeva l’immenso bene che i suoi uomini e le sue donne avrebbero portato alla società e all’edificazione della Chiesa. Ci invitava frequentemente a sognare grandi ideali. Ciò che più mi entusiasma del lavoro dell’Opus Dei in Africa è la vita degli africani che ne vivono lo spirito. L’Opus Dei non si trova in Africa come qualcosa di esterno; da quasi 70 anni ci sono africani di diversi Paesi che vivono lo spirito dell’Opus Dei con il proprio stile, nella propria realtà. L’Opus Dei è africano perché è cattolico, universale, proprio come il messaggio del Vangelo. E stiamo già vedendo come l’Opus Dei si stia espandendo dall’Africa verso altri luoghi del mondo, portando una testimonianza vibrante di fede e di gioia.

Il prossimo giugno Papa Leone visiterà per la prima volta la Spagna. Come crede che ci si debba preparare a questo avvenimento nel Paese in cui è nata l’Opera?

Il motto del viaggio – «Alzate lo sguardo» – è un invito a guardare la nostra realtà uscendo dalle logiche umane ed entrando in quella visione soprannaturale che ci dona l’amore di Dio. Avvicinandoci a Lui nelle persone bisognose, con gesti e opere di misericordia, prepariamo il cuore a ricevere Gesù in loro: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

San Josemaría chiamava il Papa, riprendendo le parole di santa Caterina da Siena, il «dolce Cristo in terra». Un altro modo fondamentale per prepararsi a ricevere la visita del Santo Padre è pregare per la sua persona e per i frutti del viaggio, affinché i cuori di tutti siano aperti ad ascoltare le sue parole, ad accoglierle con devozione e, in seguito, a farne eco in ogni angolo della società. La fede cristiana ha grandi implicazioni sociali e questo è solitamente presente nel viaggio di un Romano Pontefice, che è anche un viaggio di Stato. Ma l’aspetto principale, il punto centrale, è che il Papa ci aiuta a incontrare Gesù Cristo. Solo in Gesù Cristo e con Gesù Cristo la vita ha senso e le sfide dell’umanità possono essere guardate con speranza.

Exaudi Redazione

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