20 Luglio, 2026

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Riflessione del Vescovo Enrique Díaz: “Lasciateli crescere insieme fino alla mietitura”

XVI Domenica del Tempo Ordinario

Riflessione del Vescovo Enrique Díaz: “Lasciateli crescere insieme fino alla mietitura”

Monsignor Enrique Díaz Díaz condivide con i lettori di Exaudi la sua riflessione sul  Vangelo di questa domenica, 19 luglio 2026,   dal titolo:  “Lasciateli crescere insieme fino alla mietitura  ” .

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Sapienza 12, 13,16-19:  “Dai al peccatore il tempo di pentirsi”

Salmo 85:  «Tu, Signore, sei buono e misericordioso»

Romani 8:26-27:  «Lo Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili».

Matteo 13:24-43:  «Lasciateli crescere insieme fino al tempo della mietitura».

La storia si ripete, e oggi accade la stessa cosa che ai tempi di Gesù: il mondo è diviso tra buoni e cattivi, e naturalmente noi ci schieriamo sempre dalla parte dei buoni. Altri vengono condannati, presi di mira per la distruzione, guardati con sospetto. I farisei e gli scribi, anziché cercare segni di speranza, sembrano intenti a giudicare, a evidenziare i difetti altrui e a dichiarare le impurità. Le parabole del Regno che Gesù ci racconta oggi offrono un tesoro di umanità e misericordia che l’Antico Testamento non osava nemmeno immaginare. Bontà e giustizia sono sempre state legate al progresso e alla ricchezza, ma ora Gesù apre un nuovo orizzonte e, con le sue parabole, dà una svolta decisiva a tutta questa teologia: non si può condannare senza rischiare di soffocare i germogli della vita; il tempo umano non è il tempo di Dio. Di fronte all’impazienza di chi non sa distinguere il bene dal male, c’è la misericordiosa pazienza di un “padrone” che aspetta fino alla fine per scoprire l’intimo dell’uomo. Il Regno di Dio si manifesta nell’ambiguità della storia, che deve maturare, portare frutto e attendere fino al momento finale. L’approccio semplicistico, e persino parziale, di dividere le persone in buoni e cattivi non solo è errato, ma distorce anche i valori del Regno e distrugge le persone.

Quante volte abbiamo assistito alla giustizia che condanna gli innocenti? Ricordo un povero ubriaco a cui fu negata la messa funebre perché si presumeva si fosse suicidato, salvo poi scoprire mesi dopo che era stato assassinato. Come possiamo giudicare il cuore del nostro fratello e condannarlo? È vero che il male esiste e lo vediamo ogni giorno, ma è anche vero che non spetta a noi giudicare e che, con la nostra miopia, sbagliamo fin troppo spesso. Le erbacce sono diventate sinonimo di malvagità, divisione e tradimento, eppure il Dio Buono e Misericordioso continua ad attendere una risposta d’amore da coloro che tutti condannano. Il discepolo di Gesù, lungi dal diventare un giudice, deve imparare dalla crescita silenziosa del grano che deve maturare accanto agli altri e non solo, ma anche arricchirsi della loro presenza. Gesù ci insegna a entrare in dialogo con il prossimo, con i suoi problemi e le sue preoccupazioni reali, senza cercare di imporre la nostra presunta superiorità o i nostri criteri di superiorità. Il Regno dei Cieli richiede pazienza, non fretta.

Ma accanto all’accettazione di una convivenza autentica con gli altri, oggi al discepolo è richiesta una forte dose di speranza, perseveranza e fede. Troppo spesso siamo sopraffatti da atteggiamenti negativi a causa degli scarsi risultati ottenuti nonostante gli immensi sforzi. Lo vediamo nei pochi progressi compiuti nella giustizia, nella ricerca della verità, nell’istruzione e persino nella nostra crescita personale. Scoprire il male in chi ci è vicino è profondamente doloroso, ma essere consapevoli dei nostri fallimenti, rendersi conto che anche nei nostri cuori ci sono delle erbacce, può portare a scoraggiamento e pessimismo. Oggi Gesù ci insegna che il Regno si costruisce con piccole azioni, che le piccole cose sono quelle importanti nel suo processo e che ciò che fa più rumore non è sempre ciò che conta di più. Gesù stesso fu etichettato come malvagio e inefficace, semplicemente perché proveniva da un piccolo luogo da cui, presumibilmente, non poteva venire nulla di buono. Eppure egli era grano seminato generosamente nel solco, sepolto e avvolto nelle tenebre, in attesa della risurrezione, e nell’anonimato del silenzio, che generava vita. Il discepolo deve convertirsi a Gesù, ma al Gesù semplice e povero, il Gesù di Nazareth. Solo nella vita di Gesù possiamo comprendere come costruire il Regno, perché dalla remota Nazareth, da umili origini, Gesù ha costruito la sua via e ci ha insegnato che le grandi opere si costruiscono da piccoli inizi e con persone umili, con il silenzio, la perseveranza e una grande speranza. Anche oggi vediamo germogli di speranza in molti luoghi e in persone che sembrano sconosciute. Non spegniamo quella scintilla che si accende, non disprezziamo quei piccoli sforzi, non uccidiamo la speranza. Costruire il Regno richiede pazienza e grande fede.

Non pensiamo però che le parabole di Gesù, che ci invitano a guardare alle piccole cose e a riporre la nostra speranza nella mano di Dio che dona la crescita, debbano condurci alla passività. Al contrario, le parabole rendono molto chiara l’azione responsabile dell’individuo:  “Il granello di senape che un uomo seminò nel suo orto”, “la poca senape che una donna prese e mescolò “. Il Regno di Dio ha bisogno, per la sua realizzazione, dell’opera e dell’azione impegnata di uomini e donne. Le nostre vite, il nostro impegno, i nostri atteggiamenti, che possono sembrare insignificanti, rendono possibile la realizzazione del Regno. Il lievito è piccolo, ma deve essere presente; altrimenti, non ci sarà lievitazione nell’impasto. Dovrà dissolversi, “perdersi” nella massa. E noi, che preferiamo essere visti, distinguerci, ricevere riconoscimenti e fare poco. Dobbiamo lasciare che Dio agisca, perché Egli opera nell’impasto, nel cuore della storia, e non ai margini delle realtà umane e sociali. Se il lievito non viene mescolato e introdotto nella realtà di ogni giorno, nel cuore del nostro mondo, questa società non fermenterà e non rimarrà un Regno.

Oggi riflettiamo su diverse parabole, e ognuna di esse lascia un’eco nei nostri cuori che dovrebbe risuonare e spingerci a interrogarci: Sono un seme del Regno? Accetto, vivo e condivido con altri semi, oppure li disprezzo, li giudico e li condanno? Ho pazienza e perseveranza nelle proposte del Regno?

Dio Padre, Padre buono, guardaci  con amore e moltiplica in noi i doni della tua grazia, perché impariamo a crescere insieme ai nostri fratelli e sorelle, nell’umiltà, nel silenzio e nella speranza. Amen.

Enrique Díaz

Nació en Huandacareo, Michoacán, México, en 1952. Realizó sus estudios de Filosofía y Teología en el Seminario de Morelia. Ordenado diácono el 22 de mayo de 1977, y presbítero el 23 de octubre del mismo año. Obtuvo la Licenciatura en Sagrada Escritura en el Pontificio Instituto Bíblico en Roma. Ha desarrollado múltiples encargos pastorales como el de capellán de la rectoría de las Tres Aves Marías; responsable de la Pastoral Bíblica Diocesana y director de la Escuela Bíblica en Morelia; maestro de Biblia en el Seminario Conciliar de Morelia, párroco de la Parroquia de Nuestra Señora de Guadalupe, Col. Guadalupe, Morelia; o vicario episcopal para la Zona de Nuestra Señora de la Luz, Pátzcuaro. Ordenado obispo auxiliar de san Cristóbal de las Casas en 2003. En la Conferencia Episcopal formó parte de las Comisiones de Biblia, Diaconado y Ministerios Laicales. Fue responsable de las Dimensiones de Ministerios Laicales, de Educación y Cultura. Ha participado en encuentros latinoamericanos y mundiales sobre el Diaconado Permanente. Actualmente es el responsable de la Dimensión de Pastoral de la Cultura. Participó como Miembro del Sínodo de Obispos sobre la Palabra de Dios en la Vida y Misión de la Iglesia en Roma, en 2008. Recibió el nombramiento de obispo coadjutor de San Cristóbal de las Casas en 2014. Nombrado II obispo de Irapuato el día 11 de marzo, tomó posesión el 19 de Mayo. Colabora en varias revistas y publicaciones sobre todo con la reflexión diaria y dominical tanto en audio como escrita.