09 Agosto, 2026

Seguici su

35 anni fa il martirio dei francescani polacchi in Perù 

In memoria di fra Zbigniew Strzałkowski e fra Michał Tomaszek, i missionari francescani uccisi da Sendero Luminoso nel 1991 e proclamati beati da Papa Francesco

35 anni fa il martirio dei francescani polacchi in Perù 

In occasione del 500° anniversario dell’evangelizzazione dell’America Latina l’ordine francescano voleva rafforzare la sua presenza missionaria nel Continente. Nel 1988 i superiori francescani decisero di aprire la missione in Perù, nel paesino di Pariacoto a 1200 metri s.l.m., nella zona montagnosa ed isolata del Perù. Questa doveva essere organizzata dai frati polacchi. Nel novembre del 1988 partirono in tre: p. Zbigniew Strzałkowski, p. Michał Tomaszek e il superiore p. Jaroslaw Wysoczanski. I frati polacchi a Pariacoto trovarono una realtà desolante: la popolazione viveva in estrema povertà, non c’era la luce né acqua, la chiesa in uno stato di abbandono. La parrocchia copriva un territorio enorme come una diocesi europea, con 73 villaggi, di cui alcuni a 4 mila metri s.l.m. Per i giovani sacerdoti, tutti erano circa trentenni, cominciava un duro lavoro missionario ma anche di assistenza alla popolazione. Presto i polacchi conquistarono i cuori della gente del posto.

Purtroppo, nella zona era molto attiva l’organizzazione armata comunista “Sendero luminoso”. Il lavoro di evangelizzazione e di assistenza alla popolazione dava fastidio ai comunisti che miravano a fare una rivoluzione. Per questo motivo servivano loro le masse scontente e arrabbiate con i governati. Negli anni 80 e 90 ci fu una vera guerra civile: i terroristi di “Sendero luminoso” causarono la morte o la sparizione di circa 70 mila persone.

La sera del 9 agosto 1991 i “senderisti” arrivarono alla missione di Pariacoto, cercando i sacerdoti. A Pariacoto si trovavano in quel momento soltanto due padri perché il superiore era partito per la Polonia in vacanza. Fra Zbigniew e fra Michał si presentarono ai terroristi e, sotto gli occhi spaventati dei parrocchiani, vennero caricati su una camionetta che li portò via dal villaggio. In macchina salì anche una coraggiosa suora peruviana, s. Berta, che divenne testimone delle accuse rivolte dagli aguzzini ai frati e di questa specie di grottesco “processo rivoluzionario”. Di cosa furono accusati? Può sembrare una cosa assurda ma furono accusati di fare del bene e perciò di frenare la rabbia del popolo e di rallentare la rivoluzione. Li si accusava di essere stati mandati da Giovanni Paolo II e dalla CIA, di proclamare Dio ma la religione, dicevano i “senderisti”, è l’oppio dei popoli. Poco dopo, nelle vicinanze del piccolo cimitero del paese, vennero giustiziati insieme al sindaco di Pariacoto con un colpo alla nuca. I terroristi lasciarono un messaggio sul corpo insanguinato di p. Strzałkowski: “Così muoiono i servi dell’imperialismo”.

 

Nell’agosto 1991 Giovanni Paolo II si trovava a Cracovia per il GMG e proprio in quei giorni entusiasmanti gli arrivò la drammatica notizia dell’assassinio avvenuto il 9 agosto in Perù dei due francescani polacchi Zbigniew Strzałkowski e Michał Tomaszek per mano dei membri di Sendero luminoso. Commentando questo fatto il Papa disse: “Sono i nuovi santi martiri del Perù”. La profezia del Pontefice si è verificata 24 anni dopo la loro morte: il 3 febbraio 2015 quando la Congregazione delle Cause dei Santi ha riconosciuto il martirio dei Servi di Dio Zbigniew e Michał e Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto riguardante il loro martirio. La beatificazione ha avuto luogo il 5 dicembre 2015, nella città peruviana di Chimbote, diocesi dove svolgevano la loro missione i martiri. La solenne cerimonia è stata presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Insieme con i due polacchi è stato beatificato don Alessandro Dordi che venne ucciso in un’imboscata dei “senderisti”, il 25 agosto 1991, mentre stava tornando dalla celebrazione della Messa presso un villaggio. Sono i primi martiri nella storia del Perù.

L’assassinio dei francescani polacchi ebbe una grande eco nella loro natia Polonia e il loro processo di beatificazione è stato seguito con grande interesse in tutto il Paese. Mentre in Perù alle ore 10 si celebrava la Messa di beatificazione, negli stessi istanti in Polonia il card. Stanisław Dziwisz celebrava la Messa nella chiesa dei francescani a Cracovia. Subito dopo è stata aperta la cappella dei nuovi beati con le loro reliquie e ricordi donati dalle rispettive famiglie, compresi i vestiti inzuppati di sangue.

Il Santo Padre Leone XIV, in occasione del X anniversario della Beatificazione dei Martiri, ha inviato un messaggio “ai fratelli e alle sorelle della Chiesa che peregrina a Chimbote”. Nel suo messaggio del 26 novembre 2025 il Papa scrive: “Nel decimo anniversario della beatificazione dei martiri di Chimbote – i beati Michal Tomaszek, Zbigniew Strzalkowski e Alessandro Dordi – desidero unirmi alla gratitudine della Chiesa in Perù, in Polonia, in Italia e in tanti altri luoghi dove il loro ricordo rimane come incoraggiamento alla fedeltà. Questi tre sacerdoti missionari condivisero la vita delle loro comunità, celebrando l’Eucaristia e amministrando i sacramenti, organizzando la catechesi e sostenendo la carità in contesti di povertà e di violenza. Nel 1991, dopo aver deciso di restare dove svolgevano il loro ministero e in mezzo al gregge come autentici pastori, furono assassinati per odio alla fede.

In realtà, già prima della loro morte, la vita missionaria di ognuno di loro lasciava intravedere il messaggio essenziale del cristianesimo. Erano tre sacerdoti chiaramente diversi: due giovani frati francescani polacchi e un presbitero diocesano italiano. Portavano con sé lingue, culture, formazioni, carismi, spiritualità e modi di procedere differenti. Ognuno aveva un modo unico di avvicinarsi alle persone e di vivere il ministero. Ma in Perù questa diversità non generò distanza; al contrario, divenne un contributo. A Pariacoto e nella regione del Santa condivisero lo stesso zelo, la stessa dedizione e lo stesso amore per la gente – in particolare per i più bisognosi – portando nel cuore, con affetto pastorale, le preoccupazioni e le sofferenze degli abitanti di quelle terre.

Avendo servito anche in quell’amato Paese, trovo in loro qualcosa di profondamente familiare per chi ha vissuto la missione e, al tempo stesso, essenziale per tutta la Chiesa: la comunione che nasce quando storie così diverse si lasciano riunire da Cristo e in Cristo, di modo che ciò che ciascuno è e apporta – senza smettere di essere proprio – finisce col confluire in un’unica testimonianza del Vangelo per il bene e l’edificazione del popolo di Dio.

Vorrei concludere con una parola rivolta ai giovani del Perù, della Polonia, dell’Italia e del mondo intero. La testimonianza dei martiri di Chimbote mostra che la vita dà frutti nella misura in cui si apre alla chiamata di Dio. Michal aveva solo trent’anni e Zbigniew trentatré; esercitavano il ministero da pochi anni, e tuttavia in quella gioventù, a volte considerata inesperta o fragile, Dio ha ricordato ancora una volta alla sua Chiesa che la fecondità della missione non dipende dalla durata del cammino, ma dalla fedeltà con cui si percorre”.

Il culto dei beati martiri peruviani è sempre vivo non soltanto in Perù, in Polonia ed in Italia, ma anche in tutto il mondo. La loro vita ci dice che anche i nostri tempi sono tempi di martiri e la loro storia dovrebbe essere conosciuta dalla gente perché, come sempre nella bimillenaria storia della Chiesa, il sangue dei martiri è il seme di nuovi cristiani.

Messaggio del Santo Padre

​Ai fratelli e alle sorelle della Chiesa che pellegrina a Chimbote,

​Nel decimo anniversario della beatificazione dei martiri di Chimbote — i beati Michał Tomaszek, Zbigniew Strzałkowski e Alessandro Dordi — desidero unirmi alla gratitudine della Chiesa in Perù, in Polonia, in Italia e in tanti altri luoghi dove il loro ricordo rimane come stimolo di fedeltà.

​Questi tre sacerdoti missionari hanno condiviso la vita delle loro comunità, celebrando l’Eucaristia e amministrando i sacramenti, organizzando la catechesi e sostenendo la carità in contesti di povertà e violenza. Nel 1991, dopo aver deciso di rimanere dove svolgevano il loro ministero e in mezzo al gregge come autentici pastori, sono stati uccisi in odio alla fede.

​In realtà, già prima della loro morte, la vita missionaria di ciascuno lasciava intravedere il messaggio essenziale del cristianesimo. Erano tre sacerdoti chiaramente distinti: due giovani frati francescani polacchi e un presbitero diocesano italiano. Portavano con sé lingue, culture, formazioni, carismi, spiritualità e modi di procedere differenti. Ciascuno aveva un modo unico di avvicinarsi alle persone e di vivere il ministero. Ma in Perù tale diversità non ha generato distanza; al contrario, è diventata un contributo. A Pariacoto e nella regione del Santa hanno condiviso lo stesso zelo, la stessa dedizione e lo stesso amore per la gente — particolarmente per i più bisognosi — portando nel cuore, con affetto pastorale, le preoccupazioni e le sofferenze degli abitanti di quelle terre.

​Avendo servito anch’io in quel caro paese, trovo in loro qualcosa di profondamente familiare per chi ha vissuto la missione, e al tempo stesso essenziale per tutta la Chiesa: la comunione che nasce quando storie così diverse si lasciano radunare da Cristo e in Cristo, in modo che ciò che ciascuno è e apporta — senza smettere di essere proprio — finisce per confluire in un’unica testimonianza del Vangelo per il bene e l’edificazione del popolo di Dio.

​Vorrei concludere con una parola rivolta ai giovani del Perù, a quelli della Polonia, dell’Italia e del mondo intero. La testimonianza dei martiri di Chimbote mostra che la vita porta frutti nella misura in cui si apre alla chiamata di Dio. Michał aveva appena trent’anni e Zbigniew trentatre; avevano solo pochi anni di ministero, e tuttavia in quella giovinezza che a volte viene considerata inesperta o fragile, Dio ha ricordato ancora una volta alla sua Chiesa che la fecondità della missione non dipende dalla durata del cammino, ma dalla fedeltà con cui lo si percorre.

Wlodzimierz Redzioch

Wlodzimierz Redzioch è nato a Czestochowa (Polonia), si è laureato in Ingegneria nel Politecnico. Dopo aver continuato gli studi nell’Università di Varsavia, presso l’Istituto degli Studi africani, nel 1980 ha lavorato presso il Centro per i pellegrini polacchi a Roma. Dal 1981 al 2012 ha lavorato presso L’Osservatore romano. Dal 1995 collabora con il settimanale cattolico polacco Niedziela come corrispondente dal Vaticano e dall’Italia. Per la sua attività di vaticanista il 23 settembre 2000 ha ricevuto in Polonia il premio cattolico per il giornalismo «Mater Verbi»; mentre il 14 luglio 2006 Sua Santità Benedetto XVI gli ha conferito il titolo di commendatore dell’Ordine di San Silvestro papa. Autore prolifico, ha scritto diversi volumi sul Vaticano e guide ai due principali santuari mariani: Lourdes e Fatima. Promotore in Polonia del pellegrinaggio a Santiago de Compostela. In occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II ha pubblicato il libro “Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano” (Edizioni Ares, Milano 2014), con 22 interviste, compresa la testimonianza d’eccezione di Papa emerito Benedetto XVI. Nel 2024, per commemorare il 40mo anniversario dell’assassinio di don Jerzy Popiełuszko, ha pubblicato la sua biografia “Jerzy Popiełuszko. Martire del comunismo” (Edizioni Ares Milano 2024).