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Tina Colussi

Voci

31 Agosto, 2026

5 min

Quando il Sacramento è la meta

Battesimo, Eucaristia e Confermazione non sono punti di arrivo. La sfida della catechesi è quella di favorire un incontro con Dio e costruire comunità misericordiose che accolgano, abbraccino e accompagnino ogni tappa del cammino di fede

Quando il Sacramento è la meta

La catechesi deve essere più in sintonia con i segni dei tempi e, soprattutto, con le persone specifiche che entrano a far parte delle nostre comunità oggi. Tra queste, famiglie con background diversi, bambini con poca esperienza di fede, giovani influenzati dalle nuove forme di comunicazione e adulti che spesso ritornano alla Chiesa dopo anni di assenza.

La sfida non è quella di cambiare il Vangelo per adattarlo al mondo, ma di chiederci come annunciare Gesù Cristo oggi per realizzare un vero incontro con Dio.

C’è una scena che conosciamo fin troppo bene: mesi o anni di catechismo, preparazione, incontri, riunioni con le famiglie, prove e festeggiamenti. Finalmente arriva il giorno tanto atteso: Prima Comunione, Cresima, Battesimo. La chiesa è piena, le famiglie festeggiano, ci sono foto, abbracci e gioia. E poi, spesso, molti non tornano più.

Spesso ci chiediamo: perché se ne sono andati? Ma forse dovremmo osare porci una domanda più scomoda: cosa abbiamo detto loro, esplicitamente o implicitamente, che dovevano raggiungere? Perché se durante tutto il percorso parliamo di “prepararsi a ricevere la Comunione”, “prepararsi alla Cresima” o “terminare il catechismo”, non dovrebbe sorprenderci che, una volta celebrato il sacramento, qualcuno senta di aver raggiunto l’obiettivo.

Quando il sacramento diventa lo scopo, la catechesi ha fallito.

Perché il punto centrale di ogni processo catechetico non è giungere a una cerimonia, completare un programma o rispettare una scadenza. Il punto centrale è provocare e accompagnare l’incontro con Dio: con quel Gesù vivente che si dona a noi nell’Eucaristia e che dimora anche in noi, che viene a incontrarci nella Parola, nella comunità, nei nostri fratelli e sorelle e nella vita quotidiana; e con lo Spirito Santo, che viene a fortificarci, a trasformarci e a spingerci ad andare avanti, perché arde in noi.

Pertanto, la Comunione, la Confermazione e, ancor meno, il Battesimo, non possono essere fini a se stessi. Il Battesimo è la porta d’accesso e la nascita a una nuova vita; l’Eucaristia è il Gesù vivente che diventa cibo per il cammino; e la Confermazione è la potenza dello Spirito Santo che accende il cuore, lo fortifica e lo spinge verso la missione.

Nascita, nutrimento e forza. Nessuna di queste parole parla di arrivo. Tutte e tre parlano del viaggio.

Il Battesimo, proprio perché porta d’accesso alla fede, non può e non deve essere celebrato in solitudine. La famiglia non può essere sola. Attraverso il Battesimo, una persona viene incorporata nella Chiesa, diventando parte di una specifica comunità di fratelli e sorelle che camminano nella stessa fede. Come possiamo dunque celebrare questa incorporazione se la comunità alla quale diciamo che appartiene non è presente per accoglierla?

La comunità deve essere presente, rendendo visibile ciò che stiamo celebrando: c’è una persona nuova tra noi e vogliamo accoglierla. Questo deve far parte anche della catechesi prebattesimale. Non basta spiegare i simboli, l’acqua, l’olio, la candela o le promesse battesimali. Dobbiamo dire alle famiglie in cosa stanno entrando: in una Chiesa, in una comunità che celebra con gioia un nuovo membro ed è pronta ad accompagnare lui e la sua famiglia nel loro cammino.

Da quel momento in poi, la famiglia dovrebbe sentire che, se avrà bisogno di qualcosa, potrà rivolgersi a quella comunità. Che ci sono persone reali, volti e nomi; una comunità che prega, festeggia, ascolta e sostiene. Una comunità a cui possono tornare.

Pertanto, se dopo il Battesimo la famiglia scompare, non dovremmo sempre chiederci perché non sia tornata; possiamo anche chiederci se abbia mai sentito di avere un luogo in cui tornare.

Quel “avere un luogo in cui tornare” dovrebbe diventare particolarmente evidente anni dopo, quando molte di quelle famiglie ritornano perché i loro figli iniziano il cammino verso l’Eucaristia.

Ed ecco che appare un’immagine profondamente evangelica: il Padre Misericordioso. Il padre non aspetta il figlio con una lista di rimproveri. Non inizia chiedendogli dove sia stato, perché ci abbia messo tanto o perché se ne sia andato. Lo vede tornare, gli va incontro e lo abbraccia.

Forse le nostre comunità sono chiamate a replicare quello stesso gesto. Quando una famiglia ritorna dopo anni, non dovrebbe trovare una comunità che la rimprovera per la sua assenza, ma una comunità misericordiosa che gioisce del suo ritorno. Una comunità che la accoglie e dice: “È meraviglioso avervi qui. Continuiamo a camminare insieme”.

Perché quel bambino battezzato anni fa non è uno sconosciuto venuto ora a chiedere un altro sacramento. È un membro della comunità che sta attraversando una nuova tappa del suo cammino di fede. E noi siamo di nuovo lì per accompagnarlo.

Questo cambia anche la nostra prospettiva sulla catechesi della Prima Comunione. Non ci limitiamo ad accogliere famiglie che vengono a iscrivere i propri figli per “ricevere la Comunione”. Stiamo ritrovando fratelli e sorelle che abbiamo accolto con il Battesimo e che ora ritornano per continuare il loro cammino.

In questo modo, Battesimo, Eucaristia e Confermazione cessano di essere compartimenti stagni per recuperare l’unità dello stesso processo: un cammino di fede accompagnato dalla comunità.

Una catechesi attenta ai segni dei tempi dovrebbe dunque chiedersi meno quanti abbiano ricevuto un sacramento e molto di più se siamo riusciti a realizzare un incontro: se abbiano incontrato Gesù, se abbiano scoperto che Dio dimora nella loro vita, se abbiano imparato a riconoscerlo nell’Eucaristia, nella Parola e nel loro fratello; se abbiano trovato una comunità a cui appartenere e se qualcosa abbia cominciato ad ardere nei loro cuori.

Perché forse il frutto della nostra catechesi non si misura da coloro che hanno partecipato a una celebrazione, ma da coloro che hanno scoperto che dopo di essa il cammino continua e che c’è una comunità disposta a camminare con loro e un Gesù che è lì per sempre. 

Tina Colussi

Periodista, comunicadora y catequista. Diplomada en Comunicación Católica y Animadora Bíblica de la Pastoral. Desde hace más de siete años acompaña la comunicación de la Iglesia a través de distintos medios y proyectos de evangelización. Comparte diariamente "Un minuto con Jesús", una sencilla reflexión del Evangelio que puede seguirse en sus redes sociales y que busca acompañar la vida de fe con la fuerza de las pequeñas palabras. Cree en la simpleza de las palabras, en la fuerza del encuentro y en el poder de la comunicación para sembrar esperanza, tender puentes y acercar a las personas a Dios.