28 Aprile, 2026

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“Lodato sii Tu, mio ​​Signore, per la nostra sorella morte corporea”

In occasione dell'ottocentesimo anniversario della morte di San Francesco d'Assisi

“Lodato sii Tu, mio ​​Signore, per la nostra sorella morte corporea”

Yo

Sulla vocazione dell’umanità

In concomitanza con il tempo di Quaresima, che ci prepara e ci conduce alla celebrazione della Passione e della Pasqua del Signore, e quasi come un’immagine metaforica attraverso cui vedo la natura partecipare a una sintesi allusiva dell’atmosfera del calendario ecclesiastico, la grande finestra rivolta a ovest che illumina la scrivania dove scrivo da sinistra mi permette di godere dei contrastanti e variegati cambiamenti del fitto boschetto, composto soprattutto da mogano ( Swietenia macrophylla ) che cresce sui marciapiedi e sul lungo spartitraffico centrale del viale. Con le abbaglianti peculiarità dell’intenso sole tropicale, e a seconda della luce ricevuta in ogni spazio e delle corrispondenti e variabili ombre che cadono durante i giorni dell’anno – curiose circostanze che alterano l’aspettativa di una presunta sincronizzazione nei processi naturali di crescita – gli alberi presentano simultaneamente stati diversi nel mio campo visivo: il fogliame di alcuni mogano è ancora verde; Altri hanno già aperto i loro frutti legnosi e ovoidali e stanno disperdendo i semi a forma di sorprendente pinna o di pala di elica, diffondendo il loro messaggio in un volo vorticoso, gioioso e veloce. Quelli più vicini alla finestra, perseverando nella loro annuale caducità, solo un paio di giorni fa hanno perso completamente le foglie, spogliando i rami, e oggi si presentano con la nuova crescita delle loro numerose piccole foglie marroni che presto torneranno verdi, come un risveglio di sorrisi che annunciano il rinnovamento. Fedeli al DNA portato dal loro seme, i mogano compiono ogni anno il ciclo stagionale che comprende l’intenso verde, la comparsa dei minuscoli fiori giallo-verdi e il successivo annuncio dei frutti; più tardi, la dispersione dei semi volatili – uno spettacolo che mi stupisce sempre come un gioco di bambini – e la completa caduta delle foglie, simile alla siccità e alla morte della pianta. Infine, e solo due o tre giorni dopo, si verifica di nuovo l’annuale esplosione di nuovo fogliame, annunciando la ripresa della vita.

Forse potremmo estendere un po’ di più la meditazione suggerita da questa contemplazione botanica. Il riferimento al seme e al suo DNA, che, da una certa prospettiva, equivale alla sua essenza e alla sua vocazione, mi porta a pensare alle immagini che condivido con gli studenti come a una sorta di promemoria quando parliamo delle tre virtù teologali. Certo, le parole  vocazione  e  virtù  sono necessariamente associate alla definizione stessa di cosa significhi essere umano, ma con un esercizio di immaginazione, forse potremmo comprendere meglio l’intima connessione tra esse e l’essere di ogni persona. Ogni seme – prendiamo ad esempio il seme di mogano – per realizzare appieno la definizione del suo essere codificata nel suo specifico DNA, possiede quelle che potremmo definire tre “virtù”, elementi fondamentali che rendono possibile la germinazione. Osiamo, per un momento, immaginare giocosamente il seme con una coscienza che discerne quali siano queste virtù? Accettando questa comoda immagine, e se riusciamo a proseguire il gioco, possiamo vedere che il seme, per essere veramente ed efficacemente un seme,  crede , ha memoria e sa con assoluta certezza di provenire da un mogano e che questa  fede  lo lega indissolubilmente all’albero della sua origine, un legame che si estende anche all’eredità della specie di cui è responsabile. Tale certezza si traduce nella fiducia inequivocabile che, attraverso il suo essere di seme, attraverso il suo potenziale, nascerà una nuova pianta, verrà prodotto un altro mogano, il che plasma la sua missione e la sua vocazione: questa è la sua  speranza . Ma, per confermare e cristallizzare questa speranza nel futuro, il seme deve rinunciare alla sua conservazione e cessare di rimanere nello stato iniziale che lo identifica nella sua forma e nel suo aspetto. Affinché sia ​​veramente un seme nella sua pienezza che dà origine a una nuova pianta e non un membro sterile della collezione in un vecchio contenitore, deve spogliarsi della sua struttura e dei suoi componenti nel terreno che lo riceve; Deve arrendersi e cessare di esistere: deve morire come un seme affinché il germe al suo interno possa vivere, crescere e trasformarsi. Questa abnegazione, questa completa resa di sé per il bene di un’altra vita, non descrive forse in modo analogo ciò che in essenza conosciamo come  amore caritatevole?In quella decisione di rinuncia che attiva e conferma veramente l’essere del seme affinché possa dare vita, ritroviamo, per nostro utile promemoria, l’inscindibile legame tra fede, speranza e carità unite nella manifesta vocazione del seme. Questa riflessione, tuttavia, scaturisce da una metafora didattica utile e scelta, poiché dobbiamo tenere presente che la vera pienezza dell’essere umano, come risultato del dono d’amore di sé, esige la volontà consapevole e libera di donarsi come dono gratuito d’amore, rivolto anche a un destinatario specifico e personale. In modo unico, intimo e paradigmatico, Gesù ha compiuto questo incarnandosi e realizzando così la volontà del Padre di salvare l’umanità e ciascuno di noi; Cristo «mi ha amato e ha dato se stesso per me», ci dice precisamente san Paolo (Galati 2,20). Penso allora a come Gesù abbia usato la stessa immagine del seme con la più luminosa chiarezza per annunciare la sua necessaria Pasqua e anche la sua Gloria: «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). L’annuncio è anche un invito a seguire il cammino che Egli traccia e a scoprire in ogni passo scelto la nostra intima vocazione, così simile a quella del seme. Ancora una volta, san Paolo completa la metafora della semina, identificandola con la promessa della nostra risurrezione e della beatitudine divina (1 Corinzi 15,35-58).

Quando parlo di vocazione, mi rifaccio ancora una volta a esperienze che amo rievocare. Spesso, nel contesto delle riflessioni che emergono nei corsi che offro agli studenti per incoraggiare la lettura e la letteratura, in particolare attraverso l’immaginario delle leggende arturiane alla luce del Don Chisciotte, e anche nel contesto del servizio, quando tengo lezioni per la formazione francescana specifica, quasi sempre, come naturale corollario dei dialoghi, finisco per condividere un’affermazione interrogativa che, con spirito giocoso e senza mirare all’originalità, cerco di incoraggiare un momento di riflessione per assaporare il significato e la portata delle parole: “Qual è la vocazione dell’umanità?”, chiedo. Rispondendo concisamente con “essere umani”, senza alterare la frase ma concentrandomi sul verbo in cui si è trasformato il sostantivo della domanda precedente, aspiro a promuovere la consapevolezza dell’ineludibile scopo essenziale che ci chiama e che ciascuno di noi, nella propria particolare esistenza, deve raggiungere: essere umani, essere pienamente umani, trovare la realizzazione umana; una realizzazione che invariabilmente associamo al bene. Tuttavia, forse in questo momento può venire in mente il vecchio e tradizionale aforisma “errare è umano”, come se commettere errori costituisse la sostanza fondamentale dell’umanità e che proprio questo fatto definisse la vocazione a cui mi riferisco, una sorta di scusa e condanna nell’accettazione del limite. Ciò che questa massima rivela in realtà è una propensione all’errore associata alla nostra fragile condizione, per cui tale affermazione trova un’altra, più stimolante, asserzione in una delle varianti della frase: “ma correggere è saggio”; e tale correzione mira indubbiamente ad avvicinarci al necessario cammino della vita, a seguire un ideale di ciò che è veramente buono.

Sembrerebbe evidente che, per realizzare e mantenere la propria vocazione individuale – che trova al contempo espressione nell’esperienza condivisa della comunità, soprattutto nella consapevolezza che gli esseri umani «non possono trovare la propria realizzazione se non nel dono sincero di sé agli altri» ( Gaudium et spes , 24) – sia necessaria una prudente e incessante coltivazione delle facoltà e potenzialità della natura umana stessa, che comprendono la dimensione spirituale, intellettuale, sensoriale e biologica. La vocazione umana si definisce dunque tra limiti e potenzialità, e a tal fine la virtù cardinale della prudenza, definita nell’etica cristiana come saggezza in azione, ci chiede di agire in conformità alla realtà; la stessa etica che si identifica con la vera immagine dell’essere umano a cui ogni persona è chiamata: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Genesi 1,27). Così, il  Catechismo della Chiesa Cattolica  (n. 1877) spiega precisamente chi delinea i contorni di questa immagine della vocazione umana alla vera pienezza: Gesù, Figlio di Dio, e Dio con il Padre (Mt 11,27 e Gv 10,30; 14,9-11). La vocazione alla pienezza è intrinseca alla fede donata dallo Spirito (1 Corinzi 12,3) e che contempla l’«Io sono» del Figlio (Gv 8,58) in armonia con la voce del Padre (Esodo 3,14). Questa sarà la convinzione di Francesco d’Assisi, che vedrà la vocazione umana non solo nell’annuncio del messaggio evangelico d’amore, ma soprattutto nella forma concreta ed esplicita di quell’amore che si manifesta nell’ultimo dono e offerta di Gesù Cristo, dall’Incarnazione al sacrificio della sua morte, che culminerà nella pienezza della gloria della Risurrezione.

II

“Benvenuta, sorella morte.”

L’esortazione e l’incommensurabile svuotamento di sé di Gesù, lo spogliarsi della sua natura divina per venire esclusivamente a servire e donarsi all’umanità attraverso la spogliazione, la  kenosi  tanto affascinante per  il Piccolo Poverello d’Assisi,  costituirà la chiave della logica che egli percorre nel suo cammino per adempiere al comandamento dell’amore attraverso l’umiltà e nell’abbracciare per sé la povertà, affermata in completo distacco. Non smetto mai di ammirare la chiarezza con cui Francesco d’Assisi comprende, nella sua vita quotidiana e dalla più profonda interiorità, da una conoscenza che è al tempo stesso un vero sapore del corpo – perché fonde intelletto, intuizione e sensibilità – questa verità che si manifesta nell’esistenza e nell’universo, così come nella guida delle sue azioni, del suo cammino di pellegrino di vita, che cerca di tradurre nella sua predicazione e nei suoi pochi scritti. Egli ama veramente Dio «con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente e con tutta la sua forza» (Marco 12,30; Deuteronomio 6,5), e questo stesso amore, nel riconoscimento della sua filiazione al Padre Creatore, lo lega in una fraternità d’amore universale a tutti gli esseri umani senza distinzione e anche a ogni creatura del Signore che condivide la nostra Casa Comune. La composizione del  Cantico di Frate Sole  o  Cantico delle Creature  (FF 263), nell’ultima fase della sua vita, si realizza al culmine della rivelazione dell’essere che trova la sua pienezza nel completo dono di sé. E questa illuminazione può manifestarsi soltanto nell’irrefrenabile celebrazione di questa verità della Creazione e nella consapevolezza di appartenervi, un essere singolare e cosciente che presuppone anche la conoscenza e l’accettazione della finitezza temporale sulla terra, l’abitare riconciliato che deve essere espresso per essere anche possibile:  il canto è esistenza , come formula Éloi Leclerc, citando il verso lucido e suggestivo di Rainer Maria Rilke. E Francesco, assumendosi il ruolo di menestrello di Dio accanto ai suoi compagni d’avventura, con l’immagine memorabile, o meglio, quasi inseparabile del suo vivere con la gioia che consiste nell’adorare e nell’amare, canta così le meraviglie dell’esistenza di tutta la creazione, che in sé ci mostra la bontà, la verità e la bellezza dell’essere, in armonia affermativa con lo sguardo sorridente del Padre Creatore che «vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono» (Genesi 1,31). Egli raggiunge questo obiettivo vivendo la povertà che ha scelto seguendo Gesù, nella più completa spogliazione che lo porta a vedere, apprezzare e ricevere ogni cosa come un dono, anche ciò che per noi è misterioso, ciò che non comprendiamo e che addirittura ci incute timore: egli confida nel ricevere ogni cosa con la grazia dello spirito e anche come grazia ricevuta che così acquista pieno significato.

Ho appena scritto queste parole  con piena consapevolezza  , e sento che, sebbene vere, le sto scrivendo quasi come se fossero una formula preconfezionata, esprimendo una mera accettazione che non posso ignorare. Perciò, forse dovrei soffermarmi un po’ più a lungo su questa riflessione. È curioso che le strofe finali che completano il  Cantico delle Creature  non siano state composte solo per rispondere a momenti diversi, ma anche che le lodi al Signore non si concentrino più unicamente sull’indicare gli elementi del Creato che stupiscono i nostri sensi con il dono della loro esistenza, come il sole che ci elargisce la sua luce, il suo calore e il suo splendore; la luna con le sue fasi evocative e le stelle scintillanti che silenziosamente ci offrono la loro bellezza nel cielo notturno; il vento sempre mutevole che trasporta l’aria in ogni istante, lo stesso vento che riempie l’interno dei nostri corpi permettendoci di respirare, un segno inconfondibile e consapevole del nostro essere; l’acqua, utilissima e rinfrescante, il cui incontro tangibile nella sete e nel bisogno provoca una gioia quasi indescrivibile; Il fuoco e le sue forme radiose e mutevoli, un’energia calda e luminosa simile alla gioia festiva; e la terra che ci accoglie e ci protegge, producendo i frutti variegati che ci sostengono quando cerchiamo di prendercene cura e di coltivarla con il nostro lavoro. Come coda necessaria che ci rivela il tema centrale del  CanticoIn quella che potrebbe essere considerata la fase conclusiva relativa alla vita umana all’interno del Creato, Francesco menziona in due delle tre strofe finali le lodi al Signore proprio per ciò che scaturisce dalle esperienze di sofferenza, malattia e morte – che, per parafrasare ancora Rilke, nella nostra vita quotidiana si presentano a noi con il volto terrificante degli inevitabili “draghi” dell’esistenza. Noi esseri umani, così profondamente legati alla vita e alla paura di ciò che non conosciamo e di ciò che ci attende, sappiamo che questi draghi esistono; ne accettiamo forse i concetti con un atteggiamento alquanto stoico e inflessibile; a volte li guardiamo con freddezza e distacco, quasi in un clima di alienazione. E nel contesto della fede, a meno che non si sia avuta una vera esperienza di Dio nella vita che trasformi la propria visione, non resta che seguire un’obbediente rassegnazione al loro misterioso significato nella promessa di speranza. Generalmente evitiamo di parlare di questi draghi, come se questa precauzione potesse in qualche modo scongiurare il loro incontro e il loro confronto, tentando di rimandarli e allontanarli nel tempo. Nel nostro naturale amore per noi stessi e nell’istintivo attaccamento alla vita, la percezione del momento della morte si presenta a noi con un’opacità forse impenetrabile, ancor più quando consideriamo le morti causate da ingiustizie o quelle assurde e accidentali che provocano il nostro naturale rifiuto e ci portano a interrogarci sul perché accadano. Quando focalizziamo lo sguardo sulla nostra situazione particolare e riflettiamo un po’ sulla morte, ne riconosciamo l’inevitabilità, anche se quasi sempre lo facciamo con una consapevolezza esterna, con un concetto preconcetto e imposto, appreso dall’esterno piuttosto che realmente accolto, perché non c’è possibilità di un’esperienza personale precedente, anche se abbiamo sofferto l’angoscia di un lutto acuto o forse lo strano, paralizzante torpore quando muore una persona cara o siamo testimoni diretti di questo evento in qualcuno che conosciamo molto poco. Ma quella stessa perplessità, che è accompagnata anche da una conseguente tristezza e spesso dal dolore di quella partenza, così costante in ogni esperienza, può forse cambiare il suo solito segno con un’altra luce che brilla dall’interno. Sebbene, in quanto esseri umani, ogni spiegazione definitiva ci sfugga, non potrebbero questi misteri essere visti anche come doni, indistinguibili a prima vista perché ci siamo lasciati trascinare dall’inerzia dell’afflizione, della stranezza o della vana negazione? Non sono forse anche le “valli dell’ombra della morte” (cfr. Salmo 23,4) dei doni? Cosa possono rivelarci quei passi, passi che percorriamo per un certo tempo e che ci appaiono così oscuri perché non riusciamo a intravederne la fine? Rilke allude ai draghi dei miti che, nell’istante supremo e improvviso di generosa resa nella costanza dell’eroico, si trasformano in principesse.E così, con acume, aggiunge in uno dei suoi consigli al giovane poeta: «Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse che aspettano solo questo, di vederci una volta belli e coraggiosi». Francesco d’Assisi inizialmente non possedeva questa chiarezza di visione quando, in una volubile aspirazione all’eroismo e alla nobiltà, desiderava essere un cavaliere nella sua avventura frustrata, interrotta a Spoleto intorno all’estate del 1205, un punto di svolta che diede inizio al suo processo di conversione per diventare il santo della fraternità universale che conosciamo. Verso la fine della sua vita, circa vent’anni dopo quell’episodio e dopo un intenso pellegrinaggio non privo di gravi malanni e malattie, Francesco ci rivela e condivide con noi, nella sua fiduciosa esperienza di «lasciare che Dio sia Dio», l’illuminazione della sua Cantico finale  ; apprezziamo come egli abbracci con ispirata naturalezza i draghi sempre presenti come doni che ispirano la sua lode e gratitudine: l’essere riesce a rivestire la sua anima di bellezza e coraggio per ricevere con sorprendente calore «la nostra sorella / morte corporea, / dalla quale nessun uomo vivente / può sfuggire». L’affettuoso titolo fraterno rivolto alla morte non lascia dubbi sulla sua affermazione di resa al tutto, con il suo mistero e la sua strana e paradossale complessa semplicità quando contrasta con il vivente, e che viene così riconosciuta come grazia, perché Gesù nel suo generosissimo  modo kenotico  (Filippesi 2,6-8) è morto anche sulla croce e ha ugualmente vinto la morte con la risurrezione e l’ha trasformata per noi attraverso la sicura promessa della pienezza della vita gloriosa.

La  Leggenda di Perugia , nota anche come  Compilazione di Assisi  e composta prima del 1246, narra che nell’autunno del 1226, mentre giaceva malato e veniva curato nel palazzo vescovile di Assisi da un medico amico di Arezzo, Francesco esclamò “con immensa gioia, interiore ed esteriore”, ricevendo la diagnosi della sua incurabile malattia: “Benvenuta, sorella Morte”. Lo stesso testo biografico racconta come  il Poverello , “per confortare il suo spirito e per impedire che il suo coraggio si scoraggiasse a causa dei suoi molti e vari malanni”, invitasse spesso i suoi compagni a cantare il  Cantico del Sole , espressione della sua intensa gioia, inizialmente inconcepibile per coloro che gli erano più vicini, incluso lo sconcertato frate Elia, vicario generale dell’ordine. Per questo motivo, disse anche al medico che lo assisteva: “Non sono un codardo che teme la morte”. «Il Signore, per sua grazia e misericordia, mi ha unito a sé così strettamente che mi sento felice di vivere come di morire» ( Leggenda di Perugia , 99-100; FF 1638). Credo sia importante sottolineare questo fatto, in cui Francesco ebbe la beata grazia di conoscere l’imminenza della sua dipartita da questo mondo, perché ciò gli permise di prepararsi umanamente e spiritualmente ai suoi ultimi momenti, sia nella vita che nella morte, come leggiamo nella preziosa fonte della  Leggenda di Perugia . Come possiamo interpretare questi felici passi del suo pellegrinaggio verso il suo destino terreno finale?

III

Resoconti della morte di Francesco d’Assisi

Con delicatezza, frate Pietro Maranesi, nel suo libro *  La via di frate Francesco . Gli ultimi tre anni della vita del santo: introduzione ai centenari francescani  * (2023), distingue tra le principali fonti biografiche sul santo due diverse prospettive che ci mostrano come Francesco abbia incontrato “sorella Morte”. Da un lato, la *  Leggenda di Perugia* , una raccolta di testi che riuniscono le testimonianze dei suoi compagni più costanti (“Noi che abbiamo vissuto con il beato Francesco e abbiamo scritto queste cose su di lui, ne siamo testimoni…”, è una frase che possiamo leggere nel frammento 14), presenta forse una visione più vicina e umana di quella che potrebbe essere considerata “la morte di un uomo cristiano”, descrivendo dettagli che rivelano maggiore spontaneità e anche gusto e amore per la vita, nonché un ricordo di ciò che essa ha offerto. D’altra parte, le biografie riconosciute come ufficiali – vale a dire la prima  Vita  di Tommaso da Celano, commissionata da papa Gregorio IX nel 1229 poco dopo la canonizzazione di Francesco, e in particolare la  Leggenda Maggiore , completata intorno al 1263 da san Bonaventura, che divenne il testo conciliatore definitivo per stabilire una comune osservanza della Regola e porre fine così alle tensioni interne dell’epoca nell’Ordine dei Frati Minori – ritraggono accuratamente l’immagine di un uomo sull’orlo della perfezione, un eroe cristiano liberato da ogni legame carnale e terreno, già avviato verso la beatitudine in preparazione alla sua dipartita finale, cercando di emulare a suo modo le tappe della Pasqua di Gesù crocifisso; in breve, tentano di mostrare “la morte di un santo simile a Cristo”. Credo che il contrasto tra i testi tramandatici dalla tradizione ci permetta di considerare le diverse interpretazioni che entrambe le prospettive mettono in luce, nonché la loro complementarità: certamente ci avvicinano a quei passi così umani della vocazione individuale di Francesco, che aspira a seguire le orme del suo amato Gesù Cristo e che diventa un modello ideale orientato alla spiritualità. Ma, al contempo, ci permette di apprezzare lo stesso  Poverello,  innamorato di Cristo, che aspira fino alla fine a vivere in un sentimento fraterno reale e concreto, necessariamente intriso di vita terrena, al fianco dei suoi amici e compagni di pellegrinaggio.

Nella lettura della  Leggenda di Perugia  (5, 7-8, 12-13; FF 1546-1548, 1555, 1558), soffermandoci solo sui passi che narrano il soggiorno del nostro protagonista malato presso il palazzo del vescovo Guido d’Assisi, troviamo allusioni sia alla comprensibile inclinazione di Francesco alla disperazione dovuta ai suoi acciacchi fisici e spirituali accumulati, sia al suo bisogno di incoraggiarsi e di cercare di confortare il naturale dolore e la preoccupazione dei suoi amati compagni nell’aldilà  di Cristo , che già presagivano l’imminente morte del loro padre spirituale. Senza dubbio, la gioia contagiosa delle lodi alla fraternità del Creato espresse nel  Cantico  – compresi i versi finali dedicati non solo a “Sorella Morte”, ma anche a coloro che soffrono e a coloro che costruiscono la pace e perdonano per amore – offrirebbe una consolazione particolare. Ma credo che ci sia qualcosa di più. Tengo sempre a mente ciò che Josef Pieper sottolinea a proposito della consolazione e di come il suo significato possa essere inteso come una definizione tacita che va oltre la sua manifestazione percepibile o immediata: è una gioia silenziosa, la più intima, che significa veramente un   alla vita, l’affermazione implicita dell’esistenza. Nonostante la sofferenza, in particolare il dolore della perdita, riceviamo quell’abbraccio silenzioso, fraterno e al tempo stesso consolante, e pensiamo: con e attraverso questo affetto sincero, “la vita vale la pena di essere vissuta”. Sebbene la frase sia spesso considerata un cliché abusato, la sua piena formulazione non stanca mai: è vera in ogni sua parola, perché consiste in una consapevolezza interiore che tendiamo a esprimere ogni volta che si manifesta la sua particolare difficoltà, una convinzione che è quasi un piccolo riflesso del sorriso di Dio Padre nella Genesi quando contemplò ciò che aveva creato e “vide che era cosa molto buona”.

In Francesco, la cura per i dettagli degli addii è altrettanto sorprendente, a conferma dell’affetto fraterno attraverso il dono di un’attenzione dedicata, con il significato umano dell’addio nella separazione, suggerendo al contempo una sorta di ricapitolazione personale dei primi passi del suo cammino di fede, come quando, pochi mesi prima, dettò il  Testamento  (FF 110-131) ai suoi discepoli e menzionò proprio ciò che aveva cambiato la sua esistenza per optare definitivamente per il Vangelo: il Signore lo aveva guidato a praticare la misericordia e la tenerezza verso i lebbrosi, e quella libera espressione di amore fraterno verso i più esclusi aveva prodotto la sua totale conversione, perché ciò che prima gli sembrava amaro si era trasformato in dolcezza per il corpo e per l’anima. Consapevole dell’imminente dipartita da questo mondo, Francesco scelse di lasciare il palazzo vescovile, ormai incompatibile – e quindi, si potrebbe dedurre, scomodo – con la povertà che aveva scelto di vivere, e fece ritorno nei pressi di Santa Maria della Porziuncola, l’amato piccolo luogo dove ebbe inizio l’ampio movimento dei Frati Minori Francescani. Sul sentiero che scende a valle dalla collina dove sorge Assisi, i suoi compagni lo trasportarono a destinazione su una barella a causa dell’intensa debolezza che lo consumava, e per qualche istante si fermarono davanti a una delle colonie di lebbrosi che erano state oggetto della sua prima opera di amorevole cura e dedizione, San Salvatore delle Pareti. Da lì, Francesco, sollevandosi leggermente dal lettino portatile, volse il volto quasi cieco verso la sua amata città natale per salutare, offrire una preghiera e impartire una benedizione speciale. Allo stesso modo, tornato nell’umile convento di piccole capanne che ospitava i suoi frati vicino alla cappella di Santa Maria degli Angeli de la Porziuncola, ricordò il primo dei suoi amici che lo avevano seguito nel 1208 nella straordinaria avventura evangelistica, il cavaliere e nobile medico Bernardo di Quintavalle, con il quale volle anche condividere un delizioso dolce che tanto amava e di cui parlerò più avanti. Lo chiamò per benedirlo e, durante il loro incontro, accadde qualcosa che potremmo considerare uno di quegli incidenti o scherzi involontari e divertenti che accadono all’improvviso in momenti molto seri e ci strappano un sorriso: a causa del suo problema agli occhi, Francesco non riusciva a vedere Bernardo e, allungando la mano per toccargli la testa, toccò invece quella di frate Egidio, che gli stava accanto. Francesco si rese subito conto dell’errore ed esclamò: “Questa non è la testa di frate Bernardo!”. Insistette di nuovo per voler benedire il primogenito dei Frati Minori, cosa che alla fine riuscì a fare, e con il quale poté conversare per un po’.

Desiderava inoltre ardentemente inviare parole di conforto, benedizione e addio a Chiara d’Assisi, la sua amata e cara “piccola piantina” e sorella spirituale, la prima donna a seguirlo nel suo cammino di fedeltà alla povertà evangelica. Dettò quindi un messaggio, che inviò tramite uno dei confratelli al convento di San Damiano, dove viveva in chiostro con la sua comunità di Clarisse: “Andate a portare questa lettera a Chiara. Ditele di non soffrire né di essere triste perché ora non può vedermi; ma di essere certa che prima della sua morte, lei e le sue consorelle mi vedranno e io porterò loro grande conforto”. E così accadde. La mattina dopo la morte di Francesco, la sua salma fu portata in processione per tutta la città di Assisi, tra inni e lodi, fino a San Damiano, dove Chiara e le altre suore poterono piangerlo da vicino e dargli l’ultimo saluto.

Tali furono gli addii di coloro che potremmo considerare i rappresentanti più amati del Primo e del Secondo Ordine Francescano. Ma anche l’ordine che sarebbe poi diventato noto come Terzo Ordine, composto da laici, fu teatro di un singolare episodio con Jacopa dei Sette Sogli (detto anche Settesoli), che Francesco chiamava affettuosamente “Frate Jacopa” o “Frate Jacoba”, un soprannome curioso ed eccezionale che testimoniava la  vicinanza del Poverello  a questa nobile signora che tanto sostenne il movimento dei Frati Minori a Roma. Francesco, indigente, volle informarla della sua imminente morte e chiederle due particolari favori. Il primo era che gli inviasse un “panno monastico di tessuto color cenere” con cui i suoi confratelli potessero confezionare una tunica per il suo sudario dopo la sua morte; il secondo favore era volto a deliziare il suo palato nel tempo che gli restava: che Jacoba preparasse dei  mostaccioli , i suoi dolci preferiti, un tipo di biscotto fatto “con mandorle, zucchero o miele e altri ingredienti”. Che piccola, curiosa e tenera delizia si concesse frate Francesco alla vigilia della sua dipartita al Signore, e che chiese a una discepola a lui così cara! Questo Francesco, che praticava il digiuno per cinque Quaresime all’anno – più di 200 giorni, se includiamo altre date importanti – alla fine della sua vita chiede perdono al suo corpo, il “fratello asino” che ha sopportato i suoi sacrifici e tanti dolori e sofferenze, e acconsente a viziarlo con questa indulgenza così speciale. Così i suoi compagni prepararono la lettera per frate Giacobbe (FF 253-255), e quando stavano per spedirla a Roma, la gentile signora, ispirata in anticipo dallo Spirito Santo, era già all’ingresso del convento, desiderosa della consolazione di salutare Francesco. Anticipando l’inevitabile, aveva portato con sé il panno che il malato aveva richiesto, insieme a candele e incenso, e gli ingredienti per i  mostaccioli . La leggenda continua, narrando   come l’amica romana preparò la prelibatezza che Francesco tanto amava. «Ma mangiava poco, perché il suo corpo si indeboliva ogni giorno di più a causa della gravissima malattia e si avvicinava alla morte… E accadde che, secondo la volontà di Dio, nella stessa settimana in cui arrivò Lady Jacoba, il beato Francesco si spense.»

«Un uomo fraterno è sempre testimone del Padre. Chi lo vede, vede il Padre», scrive Éloi Leclerc, raccontando un episodio profondamente doloroso: la morte di un frate sul treno dei prigionieri in partenza dal  campo  di concentramento nazista  di Buchenwald nell’aprile del 1945.  Questo evento spinse lui e i suoi confratelli francescani, anch’essi prigionieri nello stesso vagone, con un gesto spontaneo spiegabile solo nella resa della fede, a elevare le loro voci nel  Cantico di Frate Sole. Leclerc tenta di spiegare ciò che non può essere pienamente compreso o espresso, dicendoci che nella «notte oscura dell’anima», nei momenti di dolore e oscurità, di sofferenza e angoscia, la manifestazione di pazienza e cura, di amore e amicizia verso gli altri ha un valore così incommensurabile da diventare un raggio di luce, che illumina miracolosamente la nostra fragilità nelle difficoltà e nella miseria: «Ci restituisce il volto, ci ricrea. Improvvisamente, sappiamo di nuovo di essere umani». A questa consapevolezza possiamo aggiungere che siamo creature amate dal Padre e che apriamo nuovamente i nostri occhi puri per celebrare ogni dettaglio delle meraviglie del Creato e come gli esseri umani di buona volontà le contemplano e cercano di custodirle. Quel sorprendente evento, che Éloi Leclerc racconta nella postfazione al suo libro  *Il Cantico delle Creature  * (1970), non osa nemmeno paragonarlo all’esperienza del  Poverello ; cerca semplicemente di evidenziare la necessaria riflessione sulla costruzione della fraternità anche nei momenti bui. Ricordiamo anche che, dopo la sua pubblica missione di compiere la volontà del Padre e annunciare la Buona Novella, Gesù visse anche l’intensissima agonia nella notte del Getsemani, la vigilia della sua Passione In questo senso, le espressioni fraterne che si ritrovano negli aneddoti che circondano la vita di Francesco d’Assisi, così piena di vita, amicizia e sapore, mi portano a collegare certi elementi ad alcune caratteristiche che si possono distinguere in quelli che vengono chiamati  segni. Questi miracoli, evidenziati da San Giovanni nel suo Vangelo, rivelarono la gloria di Gesù e lo svelarono come Figlio di Dio. Così, al di là del significato teologico di ciascun miracolo, la prospettiva umana evidente nella tenera attenzione, nell’amorevole considerazione e nella compassione di Gesù completa ogni evento: la trasformazione dell’acqua in vino magnifico alle nozze di Cana; le straordinarie guarigioni a Cafarnao e Gerusalemme, che permisero ai guariti di tornare alla loro vita quotidiana; la moltiplicazione dei pani e dei pesci per sfamare una moltitudine; la camminata sul Mar di Galilea per ricongiungersi con gli apostoli; la guarigione del cieco nato, che gli permise finalmente di contemplare le meraviglie del Creato e il Messia stesso, il Figlio di Dio; la resurrezione di Lazzaro, l’amico amato e compianto che egli riportò in vita, prefigurando così la futura pienezza e trascendenza. Ognuno di questi gioiosi miracoli è permeato da una profonda sollecitudine e cura per la vita umana. Grazie all’Incarnazione, Gesù, nostro fratello maggiore che ci rivela il Padre e che ha percorso la via della passione e della croce nel suo amore per ciascuno di noi, cerca anche i dettagli che nutrono veramente i rapporti fraterni qui in questo mondo che ha condiviso con la sua umanità. Penso in questo momento ad alcuni versi che ho scelto da una poesia di Jorge Luis Borges intitolata “Giovanni 1, 14”, che appartiene al libro  Elogio delle tenebre (1969):

Io, che sono l’Essere, il Fure e il Sarò,
mi degno ancora una volta di usare il linguaggio,
che è tempo e simbolo successivi.
Chi gioca con un bambino gioca con qualcosa
di vicino e misterioso;
io desideravo giocare con i Miei figli.
Ero in mezzo a loro con meraviglia e tenerezza.

(…)

Sono stato amato, compreso, lodato e crocifisso.

(…)

A volte penso con nostalgia

nell’odore di quella falegnameria.

La vicinanza amorevole di Gesù, il Verbo di Dio che ha dimorato in mezzo a noi, e quel versetto finale sull’«odore di quella bottega di falegnameria» che ci trasporta nella sua casa di Nazareth, dove viveva con Maria e Giuseppe – la Sacra Famiglia che la abitava – così come l’aroma intenso e caratteristico che evoca il lavoro manuale e il legno, l’appartenenza alla comunità, e anche il trascorrere della giornata lavorativa che ogni uomo sperimenta, credo siano legati a quei deliziosi  mostaccioli  preparati da Frate Jacopa e ai teneri addii di Bernardo e Chiara che rievocavano gli anni ad Assisi, la loro amicizia e i loro viaggi lungo le strade che proclamavano la « novità  francescana » di conversione e amore fraterno. In tali immagini, la fraternità e l’esperienza umana quotidiana, l’essere presenti nella vita, sono strettamente intrecciate. Credo che questo ci conduca ancora una volta a tanti passi del Vangelo, e in particolare alla descrizione del Giudizio Universale, che riassume le opere d’amore e sottolinea anche la specifica attenzione rivolta a coloro che sono nel bisogno di cibo, acqua, riparo, vestiario, visita e conforto (Matteo 25,31-46). Francesco d’Assisi, nella sua costante predicazione, coglie chiaramente questa sollecitudine trascendente, invitandoci alla fraternità di tutti, a compiere la volontà di Dio Padre e a confidare nella sua misericordia, e a prepararci all’inevitabile arrivo di “Sorella Morte”. E riguardo a quest’ultimo punto, ci ha ammonito sulla necessità di un cambiamento di atteggiamento e di stile di vita per salvare le nostre anime. Egli lo ricorda esplicitamente nelle due versioni della sua  Lettera ai fedeli  (FF 178 e 179-206) e nella specifica strofa del suo  Cantico di Frate Sole , il cui ultimo verso allude ancora una volta all’esame che avremo nella vita futura e che si legge nelle Scritture (Apocalisse 20,14-15; 21,8) quando saremo interrogati sulla fedeltà nell’amore:

Sia lodato Te, mio ​​Signore, per la nostra sorella morte corporea,
dalla quale nessun uomo vivente può sfuggire.

Guai a coloro che muoiono in peccato mortale!
Beati coloro che trovo nella tua santissima volontà,
perché la seconda morte non li colpirà!

San Bonaventura, nella sua  Leggenda Maggiore  (XIV; FF 1239-1243), basata sulla  Prima Vita  scritta da Tommaso da Celano (VIII, 109-110; FF 509-512), cerca di proseguire su questa via che ci impone di esaminare la nostra vocazione umana di trascendenza verso Dio. Narra così le tappe finali del cammino di Francesco nella sede della fraternità, a pochi metri dalla piccola cappella della Porziuncola. Ogni aspetto che sceglie di descrivere è forse più solenne, per così dire, in quanto sembrano configurarsi come una sorta di paraliturgia e di agape spirituale con tre tappe significative in cui Francesco, fedele alla rinuncia e alla kenosi  nel  seguire il povero e crocifisso Gesù, si abbandona completamente al Signore. Francesco sapeva che la sua ora finale si avvicinava e, confidando pienamente nella misericordia del Signore, sostenuto dall’amore dei suoi fratelli e sottolineando ulteriormente la sua devozione alla virtù che lo definiva, la “santa povertà”,  il Piccolo Poverello  rinunciò al suo semplice abito di sacco rattoppato. Se lo spogliò, giacendo nudo e senza vestiti sulla terra, come se volesse fondersi con essa, con la polvere e la cenere, accettando il destino del corpo umano. Con gli occhi rivolti al cielo e la mano sinistra sulle stimmate al fianco destro, affidò la sua anima, completamente libera da ogni vincolo, nelle mani di Dio Padre. Inoltre, Francesco chiese con fervore che, al momento della sua morte, fosse lasciato nudo sulla terra per un breve periodo prima della sepoltura. Suo fratello, il custode, gli chiese allora, per santa obbedienza, di prendere in prestito il sacco di un altro fratello, affinché potesse rimanere fedele e felice nel suo amore per la santa povertà. Poi, mentre la sua partenza era imminente, chiese a tutti i fratelli presenti di riunirsi attorno a lui. Li consolò e li benedisse, consigliandoli di rimanere nell’amore di Dio e della Santa Madre Chiesa, affidandoli infine alla grazia del Signore. Quindi, volendo riecheggiare l’addio di Gesù agli apostoli, che chiamò “amici” con il suo immenso amore, e quasi in preparazione alla Pasqua, Francesco chiese che venisse letto ad alta voce il capitolo 13 del Vangelo di Giovanni. Questo capitolo narra la lavanda dei piedi e proclama il comandamento dell’amore. Dopodiché, recitò il Salmo 141, in cui re Davide grida e ripone la sua assoluta fiducia nel Signore: “Tu sei il mio rifugio e la mia parte nella terra dei viventi”. E san Bonaventura scrive: “Avendo finalmente compiuto tutti i misteri in Francesco, la sua santissima anima liberata dai vincoli della carne e immersa nell’abisso della luce divina, quest’uomo beato si addormentò nel Signore”. Ciò accadde la sera di sabato 3 ottobre 1226.

San Paolo ci istruisce con precisione: «Crediamo infatti che Gesù è morto e risorto, e crediamo anche che Dio, per mezzo di Gesù, ricondurrà con sé coloro che si sono addormentati in lui» (1 Tessalonicesi 4,14). Celebriamo dunque il passaggio di Francesco d’Assisi alla dimora del Padre e comprendiamo il significato di «la nostra sorella morte corporea» se desideriamo rimanere sulla via della vita nell’adorazione del Dio Uno e Trino e, di conseguenza, nella costruzione della fraternità. Potremmo non sapere quando questa sorella unica ci farà visita. Mi viene quindi in mente di parafrasare, con un significato ancora più cristiano, una frase di Michel de Montaigne. Il saggista francese del Rinascimento credeva che filosofare significhi prepararsi a morire bene, il che equivale a vivere bene; ovvero, impegnarsi il più possibile nella coltivazione dell’amore, affinché, quando giunge la morte, ci trovi senza timore nell’opera della semina, e ancor più nel nostro giardino imperfetto, che non è mai del tutto compiuto. Ancora una volta, la strofa che Francesco d’Assisi preparò per chiudere il  Cantico di Frate Sole  riassume una proposta più precisa che invita al servizio amorevole:

Lodate e benedite il mio Signore,

E rendetegli grazie e servitelo con grande umiltà!

Queste quattro azioni, inseparabili per un seguace di Cristo, costituiscono a loro volta i fondamenti che si traducono in una sincera sollecitudine per il prossimo, costruendo un mondo più fraterno, nonché la forza motrice che ci spinge nella ricerca della vera pace. San Bonaventura ricorda nella stessa  Leggenda Maggiore  come  il Poverello  esortò i suoi fratelli con queste parole a continuare la missione del Vangelo: «Fratelli, cominciamo a servire il Signore nostro Dio, perché finora abbiamo fatto ben poco».

Cristian Álvarez

Doctor en Letras por la Universidad Simón Bolívar (USB) de Caracas, Venezuela, es Profesor Titular en la misma universidad. En la USB fue Decano de Estudios Generales, Jefe del Departamento de Lengua y Literatura, Director de la Editorial Equinoccio y Coordinador fundador de la Licenciatura en Estudios y Artes Liberales. Ha publicado los libros Ramos Sucre y la Edad Media (1990; 1992); Salir a la realidad: un legado quijotesco (1999); La «varia lección» de Mariano Picón-Salas: la conciencia como primera libertad (2003; 2011; 2021); ¿Repensar (en) la Universidad Simón Bolívar? (2005); y Diálogo y comprensión: textos para la universidad (2006). Para Monte Ávila Latinoamericana, preparó la edición de las Biblioteca Mariano Picón-Salas, que consta de doce volúmenes, de los cuales fueron publicados seis. Junto a su esposa Sandra López, pertenece a la Orden Franciscana Seglar en la Fraternidad La Chinquinquirá de Caracas.