20 Aprile, 2026

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La persistente invisibilità delle vittime

L'incommensurabile dolore delle vittime è un grido che ci interpella e ci spinge

La persistente invisibilità delle vittime

Scorrendo le notizie del mattino, è agghiacciante. Non solo per l’enorme quantità di storie dedicate a ogni tipo di violenza o per la varietà degli scenari di guerra, ma perché la profondità esistenziale delle vittime, la loro sofferenza, la loro disperazione, le loro grida di dolore soffocate, vengono spesso oscurate o quantomeno normalizzate.

Le vittime diventano fotografie, espedienti retorici per discorsi politici e, a volte, statistiche nel conteggio ufficiale delle vittime di violenza. Ma dov’è quel momento misterioso in cui il potere del carnefice travolge, schiaccia e lascia l’altro inerme, incapace di reagire all’aggressione? Dov’è la carne macchiata, l’innocenza perduta, le lacrime vergognose? Che ne è del peso di ciò che è accaduto, di quel “fatto” del passato, che non può più essere cambiato e che dimora nel profondo della mente e del cuore di chi ha subito un’ingiustizia?

C’è un contenuto qualitativo schiacciante nell’ “essere vittima“. Così schiacciante che a volte viene nascosto, senza sapere cosa farsene, e altre volte, quando viene espresso, lascia il sapore amaro di ciò che è inesprimibile, di ciò che non può essere espresso appieno, quell’orrore e quell’insensatezza vissuti stringendo i pugni e singhiozzando in silenzio.

Ad esempio, ricordo qualche anno fa, in un paese “sviluppato”, alcune vittime di abusi sessuali riuscirono, dopo molto tempo, a parlare apertamente degli abusi subiti. Ricordo come il caso arrivò in tribunale e fu sollevata la necessità di un “risarcimento dei danni“. Ricordo come le persone vicine al crudele carnefice cercarono di screditare le accusatrici dicendo: “Sono motivate dal denaro”. Che impressione!

L’incommensurabilità del dolore di una vittima è un mistero che sfida la pacifica vita borghese: distante, indifferente, fredda. Penso alle “madri in cerca”, ai migranti perseguitati, alle donne violentate, ai bambini picchiati, ai giovani torturati. Tutti portano nel cuore un torrente di lacrime che  non si spegnerà mai. E non si spegnerà, perché è un vero, infinito anelito di giustizia, come  intuì Max Horkheimer.  Non si spegnerà perché è un appello a quella Giustizia totale che, d’ora in poi, deve operare, in qualche modo, nella Storia.

Padre  Gustavo Gutiérrez, con la sua intuizione caratteristica, ha scritto un libro che fa luce su questo tema. Si intitola “Parlare di Dio a partire dalla sofferenza degli innocenti” (CEP, Lima, 1986). Ne traggo alcune idee forti: solo imparando ad ascoltare la sofferenza degli innocenti possiamo parlare a partire dalla loro speranza. Solo prendendo sul serio le ferite aperte, la sofferenza degli innocenti, e vivendo alla luce del mistero di un Amore infinito che ama gli umiliati fino alla croce, sarà possibile impedire che le nostre vite diventino complici di persone, gruppi e ideologie che disprezzano la dignità delle persone, soprattutto delle più vulnerabili.

La persistente invisibilità delle vittime può essere superata abbracciandole con compassione, lasciandoci sfidare dalla loro presenza e permettendo alla loro voce martoriata di risuonare nelle nostre coscienze e di spingerci verso la solidarietà empirica e concreta che sempre corregge, libera ed educa.

Rodrigo Guerra López

Doctor en filosofía por la Academia Internacional de Filosofía en el Principado de Liechtenstein; miembro ordinario de la Pontificia Academia para la Vida, de la Pontificia Academia de las Ciencias Sociales; Secretario de la Pontificia Comisión para América Latina. E-mail: [email protected]