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Exaudi Redazione

Analisi

09 Ottobre, 2025

12 min

Fede e poveri, inseparabili: chiavi dell’Esortazione Dilexi te di Leone XIV

L'Esortazione di Leone XIV: un testo che propone i fondamenti della Rivelazione cristiana e della Tradizione della Chiesa

Fede e poveri, inseparabili: chiavi dell’Esortazione Dilexi te di Leone XIV

Se Pietro ci ricorda che i poveri sono il cuore del Vangelo

Andrea Tornielli

Dilexi te , la prima esortazione apostolica di Leone XIV, è legata per titolo all’ultima enciclica di Papa Francesco, Dilexit nos (ottobre 2024), e ne è, in un certo senso, la continuazione. Non è un testo di Dottrina sociale della Chiesa, né approfondisce l’analisi di problemi specifici. Piuttosto, propone i fondamenti della Rivelazione, evidenziando il forte legame tra l’amore di Cristo e la sua chiamata a essere vicino ai poveri. Infatti, la centralità dell’amore per i poveri è al cuore stesso del Vangelo e, pertanto, non può essere ridotta a una “intuizione” di alcuni Pontefici o di certe correnti teologiche, né può essere presentata come una conseguenza sociale e umanitaria estrinseca alla fede cristiana e al suo annuncio.

«L’affetto per il Signore è legato all’affetto per i poveri», scrive Leone. Sono, quindi, inscindibili: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», dice Gesù. Pertanto, qui «non siamo nell’orizzonte della carità, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha né potere né grandezza è una via fondamentale per incontrare il Signore della storia».

Il Papa osserva che, purtroppo, anche i cristiani corrono il rischio di essere “contagiati” da atteggiamenti mondani, ideologie e visioni politiche ed economiche ingannevoli. Il fastidio con cui a volte si sente parlare di impegno per i poveri, quasi fosse una distrazione dall’amore e dal culto rivolti a Dio, rivela l’attualità del documento: “Il fatto che l’esercizio della carità venga disprezzato o ridicolizzato, quasi fosse l’ossessione di alcuni e non il nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare”, afferma Leone XIV, “che sia necessario rileggere il Vangelo, per non correre il rischio di sostituirlo con una mentalità mondana”.

Attraverso citazioni bibliche e commenti dei Padri della Chiesa, ci viene ricordato che l’amore per i poveri non è una “via facoltativa”, ma rappresenta piuttosto “il criterio della vera adorazione”. Illuminanti, anche per la Chiesa di oggi, sono, ad esempio, le parole di san Giovanni Crisostomo e di sant’Agostino: il primo invita a onorare Gesù nel corpo dei poveri, chiedendosi che senso abbia avere altari pieni di calici d’oro mentre Cristo è stremato dalla fame alle porte della chiesa; il secondo definisce i poveri come “presenza sacramentale del Signore”, vedendo nella cura dei poveri la prova concreta della sincerità della fede: “Chi dice di amare Dio e non ha compassione per i bisognosi, mente”.

In virtù di questo legame con l’essenza del messaggio cristiano, la parte finale di  Dilexi  contiene un invito rivolto a ogni battezzato a impegnarsi concretamente per la difesa e la promozione dei più deboli: «È responsabilità di tutti i membri del Popolo di Dio far sentire, in modi diversi, una voce che si risveglia, denuncia e si smaschera». Anche a costo di apparire «stupidi». Un messaggio carico di conseguenze per la vita ecclesiale e sociale: l’attuale sistema economico-finanziario e le sue «strutture di peccato» non sono ineluttabili, e perciò è possibile impegnarsi a pensare e costruire, con la forza del bene, una società diversa e più giusta, attraverso «un cambio di mentalità, ma anche con l’aiuto della scienza e della tecnologia, attraverso lo sviluppo di politiche efficaci per la trasformazione della società».

L’esortazione fu inizialmente preparata da Francesco. Fu adottata dal suo successore, Leone XIV, che, da religioso e poi da vescovo missionario, condivise gran parte della sua vita con i poveri, lasciandosi evangelizzare da loro.

“Dilexi te”, Leone XIV: la fede non può essere separata dall’amore per i poveri

Salvatore Cernuzio

È stata pubblicata la prima esortazione apostolica di Robert Francis Prevost, un’opera voluta da Francesco sul tema del servizio ai poveri, nel cui volto si incontra “la sofferenza degli innocenti”. Il Papa denuncia l’economia che uccide, la mancanza di equità, la violenza sulle donne, la malnutrizione e la crisi educativa. Accoglie l’appello di Bergoglio per i migranti e chiede ai credenti di far sentire “una voce di denuncia”, perché “le strutture di ingiustizia vanno distrutte con la forza del bene”.

Dilexi te , «Io ti ho amato» (Ap 3,9). L’amore di Cristo fatto carne nell’amore per i poveri, inteso come cura dei malati; la lotta contro la schiavitù; la difesa delle donne che subiscono esclusione e violenza; il diritto all’istruzione; l’accompagnamento dei migranti; l’elemosina, che «è giustizia restaurata, non gesto di paternalismo»; l’equità, la cui mancanza è «la radice dei mali sociali». Leone XIV firma la sua prima esortazione apostolica,  Dilexi te , un testo di 121 punti che scaturisce dal Vangelo del Figlio di Dio, fattosi povero fin dal suo ingresso nel mondo e che rilancia il Magistero della Chiesa sui poveri degli ultimi 150 anni. «Un’autentica fonte di insegnamento».

Seguendo le orme dei loro predecessori

Con questo documento, firmato il 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, il Pontefice agostiniano si colloca nel solco tracciato dai suoi predecessori: Giovanni XXIII, con l’appello ai Paesi ricchi nella Mater et Magistra a non restare indifferenti di fronte ai Paesi oppressi dalla fame e dalla miseria (83); Paolo VI, con la Populorum progressio e il suo intervento all’ONU «come avvocato dei popoli poveri»; Giovanni Paolo II, che ha consolidato dottrinalmente «il rapporto preferenziale della Chiesa con i poveri»; Benedetto XVI e la Caritas in veritate, con la sua interpretazione «più marcatamente politica» delle crisi del terzo millennio. Infine, Francesco, che ha fatto della cura «per i poveri» e «con i poveri» uno dei pilastri del suo pontificato.

Un’opera iniziata da Francisco e ripresa da León

Fu proprio Francesco, nei mesi precedenti la sua morte, a iniziare a lavorare all’esortazione apostolica. Come per la Lumen Fidei di Benedetto XVI, ripresa nel 2013 da Jorge Mario Bergoglio, anche in questa occasione è il suo successore a completare l’opera, che rappresenta una continuazione di Dilexit nos, l’ultima enciclica del Papa argentino sul Cuore di Gesù. Perché il “legame” tra l’amore di Dio e l’amore dei poveri è forte: attraverso di loro, Dio “continua ad avere qualcosa da dirci”, afferma Papa Leone. E richiama il tema dell'”opzione preferenziale” per i poveri, un’espressione nata in America Latina (16) non per indicare “esclusivismo o discriminazione verso altri gruppi”, ma piuttosto “l’azione di Dio che ha pietà della povertà e della debolezza di tutta l’umanità”.

«Sui volti feriti dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, quindi, la sofferenza di Cristo stesso» (9).

I “volti” della povertà

Numerosi sono gli spunti di riflessione e gli spunti di azione nell’esortazione di Robert Francis Prévost, che analizza i “volti” della povertà. La povertà di “coloro che non hanno mezzi materiali di sostentamento”, “coloro che sono socialmente emarginati e non hanno strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità”, la povertà “morale”, “spirituale”, “culturale”; la povertà “di coloro che non hanno diritti, né spazio, né libertà” (9).

Nuove forme di povertà e disuguaglianza

In questo contesto, il Santo Padre ritiene «insufficiente» l’impegno per eliminare le cause strutturali della povertà in società segnate «da numerose disuguaglianze», dall’emergere di nuove povertà «più sottili e pericolose» (10) e da norme economiche che hanno accresciuto la ricchezza, «ma senza equità».
«La mancanza di equità è la radice dei mali sociali» (94).

La dittatura di un’economia che uccide

«Quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa misurandola con criteri propri di altri tempi, non paragonabili alla realtà odierna», afferma Leone XIV (13). Da questo punto di vista, egli sostiene che «è lodevole che le Nazioni Unite abbiano posto l’eliminazione della povertà tra gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio».

Tuttavia, la strada è lunga, soprattutto in un’epoca in cui vige ancora la “dittatura di un’economia che uccide”, in cui i profitti di pochi “crescono esponenzialmente”, mentre quelli della maggioranza sono “sempre più lontani dal benessere di quella felice minoranza” e in cui si diffondono “ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria” (92).

Cultura dello scarto, libertà di mercato, cura pastorale delle élite

Tutto questo è segno che persiste ancora – «talvolta ben mascherata» – una cultura dello scarto che «tollera con indifferenza milioni di persone che muoiono di fame o sopravvivono in condizioni indegne dell’esistenza umana» (11). Il Pontefice condanna poi i «criteri pseudoscientifici» secondo cui è «la libertà del mercato» a portare alla «soluzione» del problema della povertà, così come la «pastorale delle cosiddette élite», secondo cui «invece di perdere tempo con i poveri, è meglio preoccuparsi dei ricchi, dei potenti e dei professionisti».

«In effetti, si percepisce spesso che, in realtà, i diritti umani non sono uguali per tutti» (94).

Trasformare la mentalità

Ciò che il Successore di Pietro auspica è, dunque, «un cambiamento di mentalità», liberandosi soprattutto dall’«illusione di felicità derivante da una vita comoda». Questa induce molti a una visione dell’esistenza centrata sulla ricchezza e sul successo sociale «a tutti i costi», anche a discapito degli altri e attraverso «sistemi politici e sociali ingiusti» (11).

«La dignità di ogni persona umana deve essere rispettata ora, non domani» (92).

In ogni migrante respinto, Cristo bussa alla porta.

Leone XIV dedica ampio spazio al tema delle migrazioni. Accompagna le sue parole con l’immagine del piccolo Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni divenuto nel 2015 simbolo della crisi migratoria europea con la foto del suo corpo senza vita su una spiaggia. «Purtroppo, al di là di qualche momentanea emozione, simili eventi stanno diventando sempre più irrilevanti, ridotti a cronaca marginale» (11), nota il Pontefice.

Allo stesso tempo, ricorda l’opera secolare della Chiesa verso coloro che sono costretti a lasciare le loro terre, espressa nei centri di accoglienza, nelle missioni di frontiera, negli sforzi della Caritas Internazionale e di altre istituzioni (75).

«La Chiesa, come una madre, cammina con chi cammina. Dove il mondo vede una minaccia, lei vede bambini; dove si costruiscono muri, lei costruisce ponti. Sa che l’annuncio del Vangelo è credibile solo quando si traduce in gesti di vicinanza e di accoglienza; e che in ogni migrante rifiutato, è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità» (75).

Sempre sul tema delle migrazioni, Robert Prevost fa propri i famosi “quattro verbi” di Papa Francesco: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. Prende inoltre in prestito dal Papa argentino la definizione dei poveri non solo come oggetti della nostra compassione, ma come “maestri del Vangelo”.

«Servire i poveri non è un gesto dall’alto verso il basso, ma un incontro tra pari… Per questo, quando la Chiesa si china fino a terra per prendersi cura dei poveri, assume la sua posizione più alta» (79).

Donne vittime di violenza ed esclusione

Il Successore di Pietro fa poi riferimento al presente, segnato da migliaia di persone che muoiono ogni giorno «per cause legate alla malnutrizione» (12). «Doppiamente povere – aggiunge – sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, di abuso e di violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i propri diritti» (12).

“I poveri non sono lì per caso”

Leone XIV riflette profondamente sulle cause stesse della povertà: «I poveri non sono lì per caso o per un destino cieco e amaro. Ancor meno la povertà è, per la maggior parte di loro, una scelta. E tuttavia, c’è ancora chi osa affermarla, mostrando cecità e crudeltà», sottolinea (14). «Ovviamente tra i poveri c’è anche chi non vuole lavorare», ma ci sono anche molti uomini e donne che raccolgono cartone dalla mattina alla sera solo per «sopravvivere» e mai per «migliorare veramente» la propria vita. Insomma, leggiamo in uno dei punti centrali di  Dilexi te , «non si può dire che la maggior parte dei poveri lo sia perché non ha ottenuto “meriti”, secondo quella falsa visione della meritocrazia in cui sembrerebbe che solo chi ha avuto successo nella vita abbia meriti» (14).

Ideologie e orientamenti politici

A volte, osserva Papa Leone, sono gli stessi cristiani a lasciarsi «contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da posizioni politiche ed economiche che portano a generalizzazioni ingiuste e a conclusioni fuorvianti».

C’è chi continua a dire: «Il nostro compito è pregare e insegnare la vera dottrina». «Ma, staccando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, o che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, perché imparino a lavorare» (114).

L’elemosina, spesso disprezzata

Sintomo di questa mentalità è il fatto che l’esercizio della carità è talvolta «disprezzato o ridicolizzato, quasi si trattasse di una fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale» (15). Leone XIV si sofferma a lungo sull’elemosina, poco praticata e spesso disprezzata (115).

«Come cristiani, non rinunciamo all’elemosina. È un gesto che si può fare in diversi modi, e possiamo cercare di farlo nel modo più efficace, ma bisogna farlo. E sarà sempre meglio fare qualcosa che non fare nulla. In ogni caso, toccherà i nostri cuori. Non sarà la soluzione alla povertà mondiale, che va cercata con intelligenza, tenacia e impegno sociale. Ma abbiamo bisogno di praticare l’elemosina per toccare la carne sofferente dei poveri» (119).

L’indifferenza dei cristiani

Sulla stessa linea, il Vescovo di Roma fa riferimento alla «mancanza o addirittura all’assenza di impegno» nella difesa e nella promozione dei più svantaggiati in alcuni movimenti o gruppi cristiani (112). Se una comunità ecclesiale non collabora all’inclusione di tutti, avverte, «anch’essa correrà il rischio di dissoluzione, anche se parla di problemi sociali o critica i governi. Finirà facilmente per impantanarsi nella mondanità spirituale, mascherata da pratiche religiose, riunioni sterili o discorsi vuoti» (113).

«Bisogna dire senza esitazione che esiste un legame inscindibile tra la nostra fede e i poveri» (36).

Il diritto all’istruzione

Il Pontefice richiama anche l’esempio di san Giuseppe Calasanzio, che fondò la prima scuola popolare gratuita in Europa (69), per sottolineare l’importanza dell’educazione dei poveri: «Non è un favore, ma un dovere».

«I bambini hanno diritto alla saggezza, come requisito fondamentale per il riconoscimento della dignità umana» (72).

La lotta dei movimenti popolari

Nell’esortazione, il Successore di Pietro fa riferimento anche alla lotta contro gli «effetti distruttivi dell’impero del denaro» da parte dei movimenti popolari, guidati da leader «spesso sospettati o addirittura perseguitati» (80). Questi, sostiene, «ci invitano a superare “quell’idea di politiche sociali concepite come una politica verso i poveri ma mai con i poveri, mai dei poveri”» (81).

Una voce che risveglia e denuncia

Nelle pagine finali del documento, il Santo Padre invita tutto il Popolo di Dio a far sentire la propria voce, «in vari modi, per risvegliarsi, per denunciare, per esporsi, anche a costo di apparire ‘stupidi’».

«Le strutture di ingiustizia devono essere riconosciute e distrutte con la forza del bene, mediante un cambiamento di mentalità, ma anche con l’aiuto della scienza e della tecnologia, mediante lo sviluppo di politiche efficaci per la trasformazione della società» (97).

I poveri, non un problema sociale, ma il centro della Chiesa

È necessario che «tutti ci lasciamo evangelizzare dai poveri», esorta il Papa (102). «I cristiani non possono considerare i poveri solo come un problema sociale; sono una “questione di famiglia”, sono “uno di noi”». Di conseguenza, «la nostra relazione con loro non può essere ridotta a un’attività o a un ufficio della Chiesa» (104).

«I poveri sono al centro della Chiesa» (111).

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