06 Maggio, 2026

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Celebrare l’Epifania del Signore

Un commento alla poesia di T. S. Eliot "Il viaggio dei Magi"

Celebrare l’Epifania del Signore
Galería Uffizi

Alla luce della celebrazione dell’Epifania, ricordo alcune riflessioni che mi sono rimaste impresse e che ho avuto modo di condividere in un discorso all’Accademia Venezuelana della Lingua poco più di un anno fa. Con alcuni adattamenti, condivido ora parte di queste brevi righe che ci inducono a meditare sul ritorno dei Magi al loro luogo d’origine dopo la visita alla mangiatoia di Betlemme.

In ambienti in cui la religione è vista con pregiudizio, fastidio, estraneità e persino sospetto, sembra sempre utile esaminarsi per comprendere il peso particolare, desiderato e accettato di avere una fede che anela a essere vissuta coerentemente in ogni aspetto della vita, a volte anche in contesti avversi e inclini all’incomprensione. Ma la questione è ancora più complessa perché bisogna aggiungere che per chi non crede è impossibile immaginare l’esperienza della fede: è un punto di partenza fuorviante cercare di pensare o sentire la fede come se fosse un elemento aggiuntivo di circostanze ipotetiche da considerare in un’analisi; una tale presunzione è assurda. Per chi è credente, anche se in modo nascosto, la fede è inevitabilmente vissuta, nonostante dubbi, alti e bassi, occasionali periodi di allontanamento o ribellione; le scintille della fede brillano luminose e forse cercano sempre di accendere l’essere più profondo. Il poeta venezuelano Armando Rojas Guardia osserva acutamente in una delle sue raccolte di saggi come “la preghiera sia un’esperienza intrasferibile (…) Bisognerebbe sperimentarla – goderla, soffrirla – per cominciare a decifrare, anche solo un po’, i codici verbali che le alludono”. Persino l’osservatore più rispettoso ed empatico difficilmente potrebbe cogliere appieno la vita, la fede e la sua espressione orante senza quella fiamma ardente che rende possibile questo sguardo amorevole. Nello scambio intellettuale e persino sociale tra queste due posizioni così diverse, per il non credente esiste una distanza insormontabile che gli impedisce di comprendere questo fondamento vitale della persona che aspira a essere cristiana, il che spesso porta a una scelta convenzionale di indifferenza od omissione sulla questione, magari ricorrendo a semplificazioni rapide o grossolane di incomprensibile riduzionismo. Ed è vero che una situazione simile si verifica se un credente, privo di intuizione e ancor meno di giudizio, tende frettolosamente a generalizzare la propria visione senza la dovuta considerazione per gli altri che non hanno fede. Come possiamo allora alimentare un dialogo basato sulla fede che dia frutti fecondi? Nel frammento 40 del suo libro Il caleidoscopio di Hermes (1989), Rojas Guardia registra una preoccupazione simile, o meglio, gli effetti di un’esperienza inevitabile nel descrivere la propria convinzione cristiana nella “polverosa massa della vita quotidiana”, nelle cose ordinarie e minime; sebbene “invisibile agli occhi disattenti”, la “gloria di Dio si rivela, / piccola, come una foglia, una semplice brezza…”, ci dice nella sua poesia “Dio è piccolo”, che recita devotamente come un “salmo in ginocchio”. E questo flusso abituale si fa quindi sentire in ogni atto, senza eventi estatici o abbaglianti, ma, allo stesso tempo, deve ascoltare il coro amichevole, ma ripetuto, indubbiamente pieno di affetto, “con le voci che cantavano nelle nostre orecchie, dicendo che / tutto ciò era follia”.In quest’ultima citazione, seguo la versione spagnola di versi di una “vecchia poesia” di T.S. Eliot (“Il viaggio dei Magi”, 1927), che racconta il lontano ricordo dei mitici Magi venuti dall’Oriente nel loro viaggio verso Betlemme e che prende come spunto di ispirazione il secondo capitolo del Vangelo di San Matteo. Rojas Guardia, nel suo saggio, ci racconta la piacevole rilettura di questo testo e la sua identificazione con il “messaggio spirituale” di quei versi dello scrittore di lingua inglese, in cui l’immaginazione poetica ricrea il ricordo dell’arduo viaggio attraverso strade desertiche innevate, quasi sempre nel buio della notte e non privo di ostacoli e ostilità, e di come i saggi pellegrini provenienti dall’Oriente scoprono la verità della Natività, una rivelazione che trasforma completamente la loro esistenza. Rojas Guardia commenta nella sua lettura che, da allora in poi, “la Natività significò per loro un morire quotidiano, opaco, prolungato nel tempo”. Ma il Mago che presta la sua voce al poema non si lamenta, perché anela costantemente a qualcosa di diverso, al massimo grado: la pienezza sempre desiderata. E in quella sete di pienezza, pensa con gioia e desiderio che forse ripeterebbe “un altro viaggio simile a quello, anche a costo della sofferenza che comporterebbe, o semplicemente la morte fisica, come liberazione definitiva, come nascita ultima e vera”. Certamente, come frutto del viaggio testimoniale e della sua illuminazione, quella conversione, la metanoia, porta a vedere le cose del mondo in modo completamente diverso: quando i Magi tornarono nei loro Regni, non si sentirono più a loro agio, «non più a loro agio (…) nel vecchio stato di cose» («nel vecchio regime»); non potevano adattarsi all’incrollabile inerzia delle credenze convenzionali, dei modi di vedere e di pensare consueti e persino divinizzati. Quasi come una glossa ispirata ai versi finali del “Viaggio dei Magi”, che risuonano di echi nella sua esperienza personale, il nostro poeta scrive nel suo saggio:

“Eppure, di fronte alla moltitudine che cammina per le strade di un’epoca che reprime il sacro in modo così assurdo; di fronte a tanti amici che, a volte, sono estranei perché aggrappati ai ‘loro dei’ senza saperlo, si sceglie, si sceglie di nuovo, consapevolmente, come esperienza fondamentale della propria vita, questa avventura solitaria e scomoda che è la scommessa su Gesù.”

Proseguiamo allora nell’adorazione a cui ci chiama l’Epifania, sorridendo con gioia incontenibile, e anche in quell’impegno conseguente a cui siamo invitati.

Cristian Álvarez

Doctor en Letras por la Universidad Simón Bolívar (USB) de Caracas, Venezuela, es Profesor Titular en la misma universidad. En la USB fue Decano de Estudios Generales, Jefe del Departamento de Lengua y Literatura, Director de la Editorial Equinoccio y Coordinador fundador de la Licenciatura en Estudios y Artes Liberales. Ha publicado los libros Ramos Sucre y la Edad Media (1990; 1992); Salir a la realidad: un legado quijotesco (1999); La «varia lección» de Mariano Picón-Salas: la conciencia como primera libertad (2003; 2011; 2021); ¿Repensar (en) la Universidad Simón Bolívar? (2005); y Diálogo y comprensión: textos para la universidad (2006). Para Monte Ávila Latinoamericana, preparó la edición de las Biblioteca Mariano Picón-Salas, que consta de doce volúmenes, de los cuales fueron publicados seis. Junto a su esposa Sandra López, pertenece a la Orden Franciscana Seglar en la Fraternidad La Chinquinquirá de Caracas.