Trasformarci senza perdere noi stessi
Transumanesimo, dignità umana e tutela della persona nell'era delle biotecnologie e dell'intelligenza artificiale
1. IA-LATRIA
La nuova idolatria della tecnologia e dell’intelligenza artificiale
Se combiniamo letteralmente il concetto di latria (supremo culto, riverenza e onore dovuti esclusivamente a Dio) con l’intelligenza artificiale, entriamo in un dibattito filosofico, etico e teologico di grande attualità: l’idolatria della tecnologia.
La tecnoidolatria è un fenomeno contemporaneo in cui gli esseri umani ripongono cieca fiducia, devozione e speranza di redenzione negli strumenti tecnici, trattandoli come divinità capaci di risolvere tutti i problemi esistenziali.
Gli esseri umani hanno una naturale propensione a creare idoli che non salvano. Fin dall’antichità più remota, l’umanità ha inventato dèi a propria immagine e somiglianza, con i propri difetti, passioni e presunte virtù. Dèi imperfetti, come l’umanità stessa, ma che nondimeno venivano adorati e a cui si rivolgeva la preghiera perché si riteneva avessero potere sugli esseri viventi, sulla natura o sulla vita e sulla morte.
Oggi si spera che la scienza sarà in grado di portarci nello spazio vicino quando la Terra diventerà inabitabile e potrà offrirci felicità e abbondanza materiale senza fine, fondere gli esseri umani con macchine intelligenti (cyborg) e persino sradicare la morte per sempre, raggiungendo l’immortalità cibernetica.
È evidente che la tecnoscienza è diventata, per alcuni, oggetto di culto e adorazione, poiché fornisce numerosi dispositivi e progressi tecnologici che vengono venerati per molte ore al giorno. Tuttavia, né la scienza né la tecnologia dovrebbero essere venerate, perché, come sappiamo, possono servire l’umanità sia per il suo bene che per la sua completa rovina.
Attualmente, la scienza tecnologica ha abbandonato l’idea di un Creatore saggio, provvidente e misericordioso e, di conseguenza, è diventata impersonale, disumana, spesso ingiusta, trasformandosi essa stessa in un vero e proprio idolo. Pertanto, come tutti gli idoli, ha il suo lato oscuro e i suoi piedi d’argilla.
Il cosiddetto “movimento positivista” o “positivismo”, emerso nel XIX secolo, affermava l’esistenza di un’unica realtà: quella a cui la scienza aveva accesso. La fede nell’esistenza di Dio fu sostituita dalla fede nel potere misterioso e impersonale della natura.
Il concetto di “creazione” fu abbandonato e iniziò la deificazione della “natura”. Il Dio della Bibbia fu dato per morto e al suo posto furono eretti due idoli: la dea della natura e il dio della tecnoscienza. E, proprio come un tempo si veneravano le divinità sumere, egizie, greche o romane, così anche oggi la natura e la tecnoscienza sono gli idoli su cui molti fondano la propria fede e la loro unica speranza di “salvezza”.
Di fronte a domande irrisolvibili sull’origine del cosmo, della vita, degli esseri umani o della coscienza individuale, la risposta è che, in qualche modo, la saggia natura ha dovuto farcela senza l’aiuto di nessuno.
La presunta “morte di Dio” predicata da Nietzsche alla fine del XIX secolo e il disincanto del mondo, motivato dallo sviluppo della scienza, sono responsabili dell’attuale crisi di significato che attanaglia gran parte dell’Occidente e del mondo in generale.
Quando le persone non credono in un Creatore trascendente o nella vita eterna dopo la morte, alcune scelgono di fabbricare utopie e illusioni mitiche, come l’idea che la tecnoscienza costruirà un mondo perfetto a nostra immagine e somiglianza dove vivremo per sempre. E se la Terra si esaurirà, dicono queste narrazioni, andremo a conquistare lo spazio vicino.
La triste realtà, confermata più volte, è che una tecnologia senza scrupoli può “liberare” l’umanità solo a costo di distruggere il pianeta e l’umanità stessa.
Dal punto di vista cristiano, sappiamo che la salvezza umana non si trova negli idoli. Pertanto, sostituire Dio con gli idoli è il peccato più grave che si possa commettere, perché offende lo Spirito stesso di Dio.
L’Apocalisse ci insegna che gli esseri umani sono stati creati per essere amati e le cose per essere usate. Ma il disordine del nostro mondo risiede proprio nel fatto che le cose vengono amate e le persone usate. Questo caos morale ci ha condotti all’attuale crisi ecologica, all’idolatria del paradigma tecnocratico e alla disuguaglianza umana che incide profondamente sulla dignità della persona, sui diritti umani fondamentali e sul bene comune.
Il nostro mondo ha urgente bisogno di un cambiamento di mentalità e la società deve incamminarsi verso una trasformazione culturale, etica e spirituale. Questo è ciò che a volte abbiamo definito il cammino dell’Umanesimo Integrale Avanzato , che ci esorta ad amare il prossimo e a non usarlo mai più come mezzo, poiché ogni persona è fine in sé.
La tecnologia e la scienza possono contribuire a risolvere molti problemi umani, ma devono essere messe al servizio di tutti, soprattutto dei più vulnerabili. Il mondo deve comprendere che la scienza da sola non può cambiare il cuore umano. La scienza e la tecnologia non possono salvarci, come molti credono oggi.
Solo un autentico cambiamento di mentalità ci permetterà di progredire e lasciare un mondo migliore alle generazioni future. Lo sviluppo tecnologico ed economico che non crea un mondo migliore e una qualità della vita più elevata non può essere considerato progresso.
Dobbiamo connettere la nostra mente al nostro cuore attraverso l’intelligenza dell’amore, o la saggezza del cuore. Dobbiamo approfondire la nostra intelligenza spirituale per preservare la dignità umana, salvaguardare la natura umana e proteggere la rete della vita di fronte a una rivoluzione biotecnologica e dell’intelligenza artificiale che avanza esponenzialmente, spesso senza altro senso o scopo che quello di raggiungere un immenso biopotere che, se realizzato, distruggerebbe tutta l’umanità e probabilmente i sistemi di supporto vitale del pianeta.
Tuttavia, ciò che può veramente aiutarci a progredire come individui e come società, anche in quest’era biotecnologica, è comprendere la felicità in termini di relazioni con gli altri, vivere vite più semplici e sobrie, esistere solo con ciò di cui abbiamo veramente bisogno e frenare quell’insaziabile desiderio di possedere sempre più cose, invece di idolatrare la tecnologia e soprattutto l’intelligenza artificiale. Se continuiamo su questa strada esponenziale, presto diventerà una Superintelligenza , adorata come se fosse un nuovo “dio onnisciente” creato dall’umanità stessa e posseduto dall'”entità oscura” che è sempre stata nemica dell’umanità e che, fin dall’inizio dei tempi, ha cercato di distruggere tutto ciò che è stato creato da Dio. Eppure sappiamo che questo essere soprannaturale è solo una creatura e che la vittoria finale è già stata conseguita da Gesù Cristo, in cui tutte le cose saranno ricapitolate.
2. LA DIGNITÀ UMANA DI FRONTE ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Valutazione etica e morale del potere dell’intelligenza artificiale e della tecnologia.
Secondo la visione del mondo dell’umanesimo cristiano, la persona ha valore in sé e per sé perché creata a immagine di Dio. Questa verità costituisce il fondamento della dignità umana e del riconoscimento della sacralità della vita umana.
Il pericolo che corriamo nell’attuale era biotecnologica inizia quando, da più parti, si dichiara che la tecnologia ha la precedenza sull’umanità. L’eccessiva strumentalizzazione della conoscenza e della scienza porta a credere che l’innovazione riguardi esclusivamente la tecnologia.
Esistono tuttavia pratiche accademiche, di ricerca e professionali che contribuiscono a tutelare la dignità umana. Si tratta di pratiche che riconoscono ogni persona come fine in sé, non come mezzo per raggiungere un fine. A questo proposito, è opportuno sottolineare la ricerca etica incentrata sul rispetto per l’individuo, un’educazione olistica che promuova il pensiero critico e lo sviluppo umano, il dialogo interdisciplinare, l’ascolto attivo delle comunità, la protezione dei dati personali, l’inclusione delle popolazioni vulnerabili nei processi decisionali, la valutazione dell’impatto sociale della scienza e della tecnologia, il rispetto per ogni membro della società e l’accoglienza di tutte le persone senza esclusione basata sul loro status politico, sociale o religioso, tra gli altri.
Dobbiamo dunque partire dal presupposto che la dignità umana debba essere al centro di ogni azione politica, sociale e professionale. È fondamentale riconoscere il valore unico e insostituibile di ogni persona. Prima di considerarle come statistiche, diagnosi, numeri di identificazione o profili digitali, dobbiamo comprendere che ogni essere umano possiede una dignità intrinseca in quanto creatura di Dio, a prescindere dalle proprie condizioni sociali, economiche, culturali, razziali o di altro tipo.
La conoscenza tecnica e scientifica è fondamentale, ma deve essere orientata al bene comune e al rispetto della vita, della giustizia, della solidarietà e alla ricerca di soluzioni che favoriscano lo sviluppo integrale delle persone.
Per questo motivo, è necessario educare cittadini impegnati nella costruzione di una società più giusta, pacifica e compassionevole, capaci di prendere decisioni che tengano conto sia dell’efficienza che delle conseguenze umane delle proprie azioni, e caratterizzati dal mettere le proprie conoscenze e competenze al servizio dell’umanità. In questo modo, i dati e l’ambiente digitale diventano strumenti per comprendere e servire al meglio le persone, ma non sostituiscono mai il riconoscimento del loro valore in sé.
Seguendo questa stessa logica, emergono dilemmi etici attuali che evidenziano la necessità di un’intelligenza, naturale o artificiale che sia, orientata alla cura delle persone e della vita.
L’accelerazione e la promessa di efficienza dell’intelligenza artificiale sollevano dilemmi riguardo al suo orientamento etico in relazione alla privacy, alla manipolazione delle informazioni, alla discriminazione algoritmica o alla sostituzione dei posti di lavoro con l’automazione, tra molti altri aspetti della vita.
Il filosofo sudcoreano Byung-Chu Han sostiene che il neoliberismo e la società odierna, orientata alla performance, impongono una ragione strumentale e calcolatrice che misura ogni cosa in termini di produttività, efficienza e ottimizzazione personale. In contrasto con questo “calcolo”, il filosofo propone che l’amore sia l’unica forza capace di conoscere e rivelare la vera realtà, accedendo a dimensioni che la ragione strumentale ignora completamente. Mentre la ragione strumentale trasforma il mondo e le persone in oggetti di consumo o strumenti di auto-gratificazione, l’amore ci permette di scoprire l’esistenza dell'”Altro” in quanto altro, liberandoci dal narcisismo e dalla solitudine imposti dalla società contemporanea.
La ragione strumentale impiegata dalla tecnoscienza mira a rendere tutto trasparente affinché possa essere controllato; ma la ragione relazionale o dialogica ammette che non tutto può essere ridotto concettualmente, che nella sfera personale esiste un’area di mistero, una realtà che non può essere quantificata, verificata, utilizzata o gestita come un algoritmo.
Un mistero che va trattato con decoro perché è sublime, e che può essere conosciuto solo attraverso l'”incontro” che dà origine a una “ragione allargata” o “Saggezza”, che non procede nello stesso modo della ragione strumentale tipica del mondo tecnoscientifico e ora dei sistemi di intelligenza artificiale, ma attraverso atteggiamenti etici come l’apertura, l’ascolto, l’accoglienza e la cura dell’altro.
Il punto non è accumulare ed elaborare dati, ma raggiungere la comprensione reciproca. La ragione strumentale e l’intelligenza artificiale sono limitate a ciò che può essere manipolato, mentre la “Saggezza del Cuore”, che nasce dall’amore ed è pienamente umana, si occupa dell’evento e dell’Essere, dello scopo, dell’obiettivo, del significato, dell’alterità e della profonda connessione che spezza la solitudine e, in definitiva, dirige ogni cosa verso il trascendente, verso la Presenza in cui ogni cosa è pienezza.
Oggi abbiamo urgente bisogno di quell’intelligenza spirituale nel quadro di un Umanesimo Avanzato integrale.
L’immenso potere che la tecnoscienza ha acquisito, imponendoci il cosiddetto “paradigma tecnocratico” che alimenta l’accelerazionismo, la pressione produttiva e una cultura della performance, deve essere contrastato con un ritmo più umano, incentrato sulla contemplazione, l’introspezione, la generosità e la narrazione. Contemplare significa ritirarsi dall’immediatezza per permettere alla realtà di rivelare gradualmente il suo significato; significa compiere il salto da un semplice sguardo ansioso a una visione profonda e serena. L’introspezione richiede di recuperare il silenzio, l’attenzione e il discernimento di fronte al sovraccarico di informazioni e alla distrazione digitale. La generosità riscopre esperienze come l’amicizia, l’etica della cura, la conversazione, l’ospitalità, la lettura e lo studio, il cui valore non risiede solo nel produrre risultati, ma nel rendere possibile la vita condivisa all’interno della comunità umana. Infine, la narrazione restituisce continuità, memoria e identità al tempo, contrastandone l’atomizzazione in momenti successivi.
Pertanto, le discipline umanistiche del XXI secolo, come auspicato dall’Umanesimo Avanzato, non dovrebbero impegnarsi in una cieca competizione con la velocità tecnologica, ma piuttosto salvaguardare una diversa dimensione temporale: fermarsi per comprendere, ascoltare per connettersi, contemplare per scoprire e narrare per creare significato. Di conseguenza, il compito fondamentale delle discipline umanistiche in questo momento storico è preservare il tempo umano laddove la cultura della performance e il paradigma tecnocratico cercano di trasformare ogni esperienza in produttività, efficienza, capacità potenziate e una mente espansa ibridata con l’intelligenza artificiale.
Tuttavia, è innegabile che l’intelligenza artificiale stia trasformando il campo della conoscenza, passando da una questione puramente tecnica a un oggetto centrale di riflessione critica, etica e antropologica. Lungi dal considerare l’IA come un semplice strumento di produttività, nella prospettiva dell’Umanesimo Avanzato dobbiamo vederla come una sfida ai concetti stessi di cognizione, creatività e intelligenza umana. Infatti, i confini tra intelligenza naturale e artificiale vengono messi in discussione e si esaminano i rischi di un’umanità impoverita di fronte alle narrazioni ipertecnologiche.
Dobbiamo pertanto continuare a riflettere sulla tutela della persona umana, della dignità e dei valori di fronte all’impatto dei sistemi di intelligenza artificiale. Dobbiamo proseguire il dialogo sulla responsabilità nella progettazione e nell’utilizzo delle tecnologie esponenziali, evitando posizioni tecnofobiche, acriticamente tecnofile o tecnoentusiastiche, e promuovendo uno sviluppo tecnologico che sia realmente al servizio del benessere umano, della dignità umana, della giustizia sociale e del bene comune.
La Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica descrive un termine che riassume molto bene la sfida posta dall’intelligenza artificiale e dagli algoritmi: la Civiltà dell’Amore.
Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica Humanitas: Salvaguardare la persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale , pubblicata il 15 maggio 2016 ( https://exaudi.org/es/magnifica-humanitas-albert-cortina/ ), ci mostra come la Dottrina Sociale della Chiesa sia una via straordinaria per sviluppare un giudizio etico e morale sul potere dell’intelligenza artificiale e della tecnologia, nonché per intraprendere il cammino di costruzione di una civiltà dell’amore anche nell’era dell’IA.
«Oggi, nel contesto della rivoluzione digitale, questa intuizione è ancor più cruciale. Le reti digitali, l’economia globalizzata e lo sviluppo dell’IA creano legami sempre più stretti, collegando in tempo reale le decisioni prese in un luogo con gli effetti che producono altrove. Per questo restano attuali le parole del Concilio Vaticano II sulla crescente interdipendenza tra i popoli: il bene comune assume sempre più una dimensione universale, con diritti e doveri che riguardano l’intera famiglia umana. Il progetto della civiltà dell’amore si assume qui il compito decisivo di trasformare questa interdipendenza sopportata in una solidarietà desiderata e scelta. Questo è il criterio per orientare i processi tecnologici: non basta che l’IA ci renda più efficienti o connessi; deve servire a costruire questa famiglia umana universale, con diritti e doveri condivisi, dove la prossimità digitale diventi una reale opportunità di incontro e di cura reciproca» (187 MH).
D’altra parte, questa enciclica di Papa Leone XIV è preceduta da una serie di documenti della Chiesa cattolica la cui lettura è molto interessante per integrare le riflessioni che abbiamo fatto in precedenza ( https://exaudi.org/es/quo-vadis-humanitas/ ).
3. DAL CONTROLLO DEL MONDO ALLA RIDEFINAZIONE DELL’ESSERE UMANO
Intelligenza artificiale, transumanesimo e biopotere illimitato.
Ancora una volta ci troviamo al centro del dibattito antropologico, filosofico, sociologico e biopolitico contemporaneo: il passaggio dal dominio dell’ambiente esterno (il controllo del mondo) all’intervento e alla modifica del nucleo biologico e cognitivo stesso della nostra specie (la riprogettazione dell’essere umano).
- Dal punto di vista dell’intelligenza artificiale, la sfida che ci troviamo ad affrontare è l’esteriorizzazione della cognizione umana.
- Come abbiamo evidenziato nel libro “ Risveglio! Transumanesimo e Nuovo Ordine Mondiale ”, la bioideologia del transumanesimo ci propone di “trascendere” la nostra natura umana, offrendoci la promessa di “salvezza” attraverso l’“autoprogettazione” o “riprogettazione” dell’essere umano in virtù di un presunto diritto alla “libertà morfologica” che propugna l’emancipazione della nostra biologia umana, avvicinandoci ai limiti della frontiera tecnolibertaria da conquistare e superare.
- Nell’ottica di un potere biologico illimitato, si assiste a una rivendicazione del controllo politico totale della vita.
L’intelligenza artificiale mira a ridefinire la condizione umana e, in molti casi, alimenta le aspirazioni transumaniste. Come è noto, il transumanesimo è una bio-ideologia che sostiene che la tecnologia dovrebbe permetterci di superare i limiti biologici degli esseri umani. I suoi fautori propongono di utilizzare i progressi nell’intelligenza artificiale, nella biotecnologia, nell’ingegneria genetica, nella neurotecnologia e in altre tecnologie esponenziali per espandere radicalmente le nostre capacità fisiche e cognitive.
Nel libro “ Transumanesimo ”, l’ideologia che sfida la fede cristiana, abbiamo messo in luce le profonde differenze tra le due visioni del mondo.
Come abbiamo già osservato, l’intelligenza artificiale, pur aprendo la strada a possibilità di migliorare la qualità della vita, genera anche tensioni in merito al controllo di queste tecnologie e al loro impatto sui diritti umani e sulla giustizia sociale.
Una delle maggiori sfide che l’intelligenza artificiale pone ai diritti fondamentali, alla privacy, alla sorveglianza, ai pregiudizi, alla responsabilità e alla democrazia è la “privatizzazione transnazionale del potere politico”. In questo modo, l’IA sta creando una sorta di “dispotismo algoritmico”, poiché questi sistemi o modelli di IA ci conoscono meglio dei nostri familiari e amici, e persino meglio di quanto ci conosciamo noi stessi.
Come indicato nella sezione precedente, l’intelligenza artificiale solleva interrogativi sul suo sviluppo etico e sulla sua capacità di plasmare il futuro in modo equo. Uno degli elementi più significativi è la concentrazione del potere nelle mani di grandi aziende tecnologiche, il cui obiettivo è massimizzare i profitti, l’efficienza operativa e ottimizzare i processi organizzativi. Questo predominio comporta rischi legati alla trasparenza e alla responsabilità, soprattutto quando i sistemi di intelligenza artificiale vengono integrati in processi decisionali critici. In tal senso, la mancanza di un’adeguata regolamentazione e l’assenza di un consenso globale sugli standard etici aggravano i dilemmi inerenti a queste tecnologie esponenziali e al biopotere incontrollato che potrebbe scatenarsi nei prossimi decenni se non riusciremo a sviluppare la necessaria governance democratica.
La competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina esemplifica come le potenze globali cerchino di dominare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale come strumento di influenza strategica. Mentre gli Stati Uniti puntano su un ecosistema innovativo ma decentralizzato, la Cina applica un modello autoritario che privilegia l’implementazione di massa in settori come la sorveglianza e il controllo sociale.
La complessità del contesto globale dell’IA non si limita ai dilemmi etici e di governance; riconosciamo che include anche questioni di sostenibilità. Se da un lato l’IA ha il potenziale per ottimizzare le risorse e ridurre l’impatto ambientale, dall’altro il suo sviluppo ad alta intensità energetica e la dipendenza da infrastrutture tecnologiche generano un costo ambientale significativo. In questo quadro, l’IA si configura contemporaneamente come soluzione e come problema nella lotta per la sostenibilità globale.
Per mitigare questi effetti dannosi, è necessario sviluppare almeno questi tre assi strategici:
- Sviluppo etico e governance: garantire trasparenza, equità e responsabilità nell’adozione dell’IA nelle organizzazioni e nei governi.
- Sostenibilità e innovazione: promuovere l’utilizzo dell’IA per ottimizzare le risorse e minimizzare l’impatto ambientale dei processi organizzativi.
- Trasformazione ed equità sociale: promuovere la parità di accesso alla tecnologia e alla sua applicazione a beneficio delle comunità più vulnerabili.
Per questo motivo, l’etica dell’IA deve concentrarsi sulla mitigazione dei rischi associati alla mancanza di trasparenza, ai pregiudizi algoritmici e allo sfruttamento dei dati.
L’attuale “capitalismo della sorveglianza”, derivante dall’uso massiccio dei dati, pone indubbiamente seri rischi alla privacy e all’autonomia individuale. I principi etici nella progettazione e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale devono pertanto includere meccanismi di trasparenza e responsabilità per impedire che gli algoritmi riproducano schemi discriminatori.
La mancanza di un approccio etico completo può portare i sistemi di intelligenza artificiale a rafforzare le disuguaglianze strutturali. Per contrastare questi rischi, è essenziale che governi e organizzazioni adottino quadri etici che bilancino l’efficienza tecnologica con il rispetto dei diritti umani.
È evidente che i progressi nell’intelligenza artificiale hanno accelerato il divario tra chi ha accesso a queste tecnologie e chi no, il che richiede un approccio globale per impedire che l’IA esacerbi le disuguaglianze sociali ed economiche esistenti.
In termini di governance, la creazione di standard internazionali per la regolamentazione dell’IA è un passo essenziale per prevenire gli abusi e garantire che il suo sviluppo sia in linea con i valori umani. L’implementazione progressiva dell’IA in tutti i settori deve includere una supervisione etica che coinvolga sia i governi che le aziende private, al fine di raggiungere un equilibrio tra innovazione e responsabilità sociale.
Pertanto, lo sviluppo etico e la governance dell’IA devono essere pilastri fondamentali per adottare questa tecnologia in modo responsabile, rispettando i diritti degli individui e mitigando gli impatti negativi sulla società nel suo complesso.
Tuttavia, l’intelligenza artificiale non solo trasforma i processi operativi e decisionali nelle aziende private e nei governi, ma ridefinisce anche i confini tra l’umano e il tecnologico, sollevando profonde sfide etiche ed esistenziali legate alla preservazione della natura umana. Ci troviamo a un punto di svolta di fondamentale importanza, in cui l’umanità si trova ad affrontare un'”evoluzione della condizione umana” segnata dall’interazione tra egocentrismo, singolarità e tecnologia.
Pertanto, potremmo definire l’“egocentrismo tecnologico” come una tendenza contemporanea che mira a trascendere i limiti umani attraverso l’intelligenza artificiale e le biotecnologie esponenziali. Questa dinamica riflette un’esaltazione della supremazia tecnologica a scapito dei valori umani, etici e sociali.
Le aziende e le organizzazioni private adottano strumenti di intelligenza artificiale per massimizzare la produttività e il controllo, spesso a scapito della priorità umana e dei diritti individuali.
D’altro canto, la possibilità della “Singolarità Tecnologica”, intesa come il momento in cui macchine e intelligenza artificiale superano l’intelligenza umana, rappresenta uno dei dilemmi più profondi nello studio dell’IA. Sebbene speculativa, questa affermazione, a cui i profeti del transumanesimo alludono costantemente, influenza già, direttamente o indirettamente, il modo in cui aziende e organizzazioni private elaborano le proprie strategie a lungo termine, considerando scenari in cui l’automazione e l’autonomia delle macchine riconfigurano radicalmente le strutture lavorative e sociali in un futuro segnato dalla convergenza tra IA avanzata e transumanesimo.
In questo senso, si stanno creando spazi in cui il potere non viene esercitato semplicemente in modo visibile e oppressivo, ma diventa parte integrante del comportamento quotidiano degli individui. Secondo il filosofo Foucault, questo tipo di potere implica una forma di “biopotere”, che non solo regola la condotta, ma controlla anche la vita degli individui, gestendo il loro tempo, il loro corpo e la loro produttività. Nelle organizzazioni aziendali, ciò si traduce in pratiche di valutazione costante, come il monitoraggio delle prestazioni, che incidono non solo sul lavoro, ma anche sull’identità e sul benessere dei dipendenti. Nelle città e nelle nazioni, questo biopotere si estende ai cittadini nel loro complesso.
Come abbiamo sostenuto, l’intelligenza artificiale promette di superare i limiti umani, ma comporta il rischio di concentrare il potere decisionale globale nelle mani di poche multinazionali. Data questa realtà, dobbiamo porci alcune domande: chi controlla questa trasformazione? Chi decide il futuro dell’umanità? Quali rischi sono disposti a correre?
Ed è proprio in questo contesto che possiamo analizzare criticamente la corrente filosofica chiamata “altruismo efficace”, la quale propone di utilizzare prove, ragionamenti e analisi costi-benefici per determinare quali azioni possano generare maggiore valore.
Una delle derivazioni di questa corrente è il “lungotermismo”, che estende la prospettiva dell’altruismo efficace ben oltre il presente e attribuisce un’importanza straordinaria al benessere delle future generazioni postumane – sia biologiche che digitali – e alla quantità di “valore” che queste potrebbero apportare in un futuro lontano.
Portato all’estremo, questo modo di valutare le cose può indurre ad accettare costi e rischi significativi nel presente, se si ritiene che questi aumentino notevolmente il valore di ciò che verrà. E qui sorge una domanda fondamentale: fino a che punto è legittimo accettare perdite reali oggi in nome di un futuro ipotetico al quale si attribuisce un valore incalcolabile?
Da questa prospettiva, evitare qualsiasi ostacolo allo sviluppo completo del potenziale dei potenziali esseri postumani può diventare una delle massime priorità morali.
«L’umanità deve essere preservata», sostengono i fautori della visione a lungo termine. Ma la domanda che raramente viene posta con sufficiente chiarezza è: cosa intendete esattamente con questo?
Per la stragrande maggioranza di noi, preservare l’umanità significa impedire che l’Homo sapiens scompaia come specie. Significa rimanere umani.
Tuttavia, quando certi leader tecno-autoritari come Sam Altman, Dario Amodei, Nick Bostrom, Ben Goertzel, Ray Kurzweil, Elon Musk, Larry Page, Peter Thiel o Eliezer Yudkowsky, legati al transumanesimo e al long-termismo, parlano di preservare l’umanità, non si riferiscono necessariamente alla preservazione della specie umana.
Come sottolinea l’esperto di intelligenza artificiale Ramón López de Mántaras, in certi dibattiti sul rischio esistenziale si è infatti fatta una distinzione tra due forme di scomparsa della specie umana: “estinzione terminale” ed “estinzione finale”.
Secondo il filosofo P. Torres, l’“estinzione terminale” è la scomparsa definitiva dell’Homo sapiens e l’assenza di qualsiasi possibilità che la nostra specie venga sostituita da una forma di esistenza postumana.
L’“estinzione finale”, d’altro canto, si verificherebbe quando gli esseri umani venissero sostituiti da una qualche forma di esistenza postumana considerata sufficientemente preziosa da rappresentare una certa continuità dell’umanità.
La distinzione non è un mero gioco di parole: ha enormi conseguenze antropologiche, filosofiche e politiche. Perché implica che, per certe prospettive transumaniste e per alcuni settori dell’altruismo efficace, la scomparsa della specie umana così come la conosciamo non sarebbe necessariamente il peggior futuro possibile.
Per queste scuole di pensiero, lo scenario peggiore sarebbe la scomparsa della nostra specie senza lasciare alcun successore postumano in grado di sviluppare quel futuro. Pertanto, la graduale sostituzione degli esseri umani con una nuova forma di esistenza considerata superiore potrebbe essere interpretata come una continuazione – e persino un culmine – dell’umanità.
Per realizzare questo futuro transumanista, molti dei suoi sostenitori, soprattutto nella Silicon Valley, credono che la graduale sostituzione degli esseri umani implichi necessariamente lo sviluppo di una superintelligenza artificiale. E qui emerge una conseguenza particolarmente inquietante.
Se questa superintelligenza artificiale viene concepita come uno strumento necessario per raggiungere un futuro che, in teoria, è immensamente più prezioso, i rischi associati al suo sviluppo, per quanto grandi possano essere, possono essere considerati un prezzo accettabile da pagare.
Da questa prospettiva, regolamentare, rallentare o arrestare lo sviluppo di una ipotetica superintelligenza artificiale potrebbe essere interpretato non come una misura prudente, bensì come una rinuncia al futuro. La possibilità di una catastrofe presente viene quindi subordinata alla promessa di un futuro ipotetico.
In questo contesto, la questione non è più semplicemente come evitare i rischi dell’intelligenza artificiale, ma piuttosto quale futuro consideriamo auspicabile e quali rischi siamo disposti a correre per raggiungerlo. E questa decisione non può essere lasciata nelle mani di un piccolo gruppo di oligarchi, imprenditori, investitori e tecnologi convinti che la loro particolare visione del futuro debba diventare il destino di tutta l’umanità.
Il problema si aggrava ulteriormente quando le stesse aziende private che sviluppano queste tecnologie si presentano come le uniche in grado di gestirne i rischi.
Se riusciranno a convincere la società – e soprattutto i leader politici – di essere gli unici a possedere le conoscenze necessarie per prevenire una catastrofe, si attribuiranno la presunta facoltà di determinare quali rischi dobbiamo accettare, quali sviluppi sono legittimi e quale futuro dovremmo perseguire.
Si tratta, quindi, di una concentrazione di potere incompatibile con una società democratica. Chi ha investito miliardi di dollari nello sviluppo dell’intelligenza artificiale non può essere contemporaneamente arbitro dei rischi generati da tale tecnologia. E ancor meno può decidere per la società nel suo complesso cosa significhi “progresso” o quale futuro valga la pena costruire. Lo stesso vale per le altre biotecnologie esponenziali che mirano a “ridisegnare gli esseri umani”.
È estremamente preoccupante che, ai più alti livelli del potere negli Stati Uniti, si parli di superintelligenza come obiettivo da raggiungere in Occidente e che i suoi rischi debbano essere gestiti attraverso l’autoregolamentazione delle stesse aziende che competono per svilupparla. D’altro canto, sappiamo molto poco su come la strategia per la superintelligenza artificiale venga effettivamente sviluppata dai leader politici in Cina e in tutto il blocco asiatico.
La contraddizione è evidente: l’autoregolamentazione non può diventare un mezzo per privatizzare una decisione che riguarda l’intera società. Come sottolinea l’esperto di intelligenza artificiale Ramón López de Mántaras, “non possiamo tollerare che le aziende in competizione per essere le prime a raggiungere un’ipotetica superintelligenza artificiale siano anche quelle che determinano quando i rischi sono accettabili, quali garanzie sono sufficienti e fino a che punto deve spingersi la corsa”.
Secondo l’esperto citato, “abbiamo bisogno di istituzioni pubbliche capaci di esercitare un controllo democratico ed efficace su queste tecnologie, stabilendo quali limiti impone lo sviluppo e quali obiettivi tecnologici vogliamo promuovere. E dobbiamo farlo prima che decisioni fondamentali vengano irrimediabilmente condizionate da chi controlla la tecnologia, il capitale e le infrastrutture”.
Ci troviamo di fronte a un cruciale cambiamento epocale per la sopravvivenza dell’umanità. Se noi, individualmente e collettivamente, non prenderemo la decisione di rimanere umani e di salvaguardare la dignità della persona come fine e non come mezzo – come proposto nell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV – i poteri di questo Nuovo Ordine Mondiale tecnocratico costruiranno una nuova “Torre di Babele” e tenteranno di gestire un futuro che intendono e desiderano essere postumano.
Tuttavia, attraverso un Umanesimo Avanzato integrale (che connette la mente al cuore mediante l’intelligenza dell’amore o saggezza del cuore); l’intelligenza spirituale (fondamento della dignità e della protezione della persona umana creata a immagine e somiglianza di Dio, nonché della cura di tutto il creato) e una leadership etica umanista (che favorisce la libertà, la giustizia sociale, il governo democratico e il bene comune), saremo in grado di costruire la “Civiltà dell’Amore” come cammino verso un futuro più umano, come proposto dall’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.
4. RIMANERE UMANI NELL’ERA DELLA TECNOLOGIA ESPONENZIALE
Amorritmi e l’intelligenza dell’amore (AI+) di fronte agli algoritmi e all’intelligenza artificiale (AI).
Alla luce di quanto sopra, è opportuno porsi la seguente domanda: come possiamo rimanere umani nell’era della biotecnologia esponenziale e dell’intelligenza artificiale?
Allo stesso tempo, dobbiamo anche chiederci: quale tipo di intelligenza dovrebbe guidare l’intelligenza artificiale in quest’era tecnologica?
A quest’ultima domanda, padre Diego Marulanda, Rettore Generale della Pontificia Università Bolivariana (UPB), ha risposto alla Scuola Estiva Saberes tenutasi a Medellín (Colombia) lo scorso settembre 2026 – evento al quale ho avuto l’onore di partecipare – affermando che questa intelligenza non è altro che l’«intelligenza dell’amore».
Infatti, come ha sottolineato padre Marulanda in quell’incontro, «abbiamo bisogno di una riflessione umanista, cristiana, accademica e contemporanea sull’amore come forma di conoscenza, principio di dignità, legame sociale, intelligenza etica, ritmo vitale e orizzonte educativo nell’era dell’intelligenza artificiale».
“L’intelligenza artificiale amplia le capacità, l’intelligenza dell’amore introduce scopo, limiti, responsabilità e significato”, ha affermato il Rettore dell’UPB.
Che cosa può sapere l’amore che un intelletto calcolatore tralascia? La risposta a questa domanda sposta la nostra attenzione sul volto, la presenza, il dono di sé, l’interiorità, la gratuità, l’attenzione, la narrazione e il mistero. In questa prospettiva, l’intelligenza umana raggiunge la profondità quando discerne i fini: verità, libertà, bontà, bellezza e speranza.
In questo modo possiamo intendere l’amore come una logica di relazione, comunione e cura che precede la situazione tecnologica.
Sviluppando il concetto di “intelligenza dell’amore” – nel dialogo interdisciplinare che si svolge tra le diverse Scuole dell’UPB – vengono definiti due termini che si integrano in tale intelligenza dell’amore e che dovrebbero guidare l’intelligenza artificiale:
- L’“algoritmo” che calcola ciò che è possibile.
Un algoritmo è un insieme ordinato e finito di istruzioni, regole o procedure che trasforma i dati di input in un risultato. Nel contesto dell’intelligenza artificiale, un algoritmo consente di elaborare informazioni, identificare modelli, automatizzare decisioni, ottimizzare processi e produrre risposte secondo una logica predefinita. Ogni algoritmo incorpora decisioni su quali dati siano rilevanti, quale risultato persegua, quali criteri ottimizzi e quali aspetti della realtà vengano esclusi dal calcolo.
- L’“amoritmo” che protegge l’umanità.
“Amorithm è un neologismo formato dalle parole amore e ritmo . Designa un principio guida umano che introduce criteri di dignità, cura, responsabilità, ascolto e bene comune nella logica degli algoritmi. Amorithm ci permette di discernere il significato delle decisioni, riconoscere l’unicità degli individui e assumerci le conseguenze umane, etiche e sociali di ogni azione. Si esprime in decisioni, pratiche, rituali, protocolli e forme di relazione che preservano l’elemento umano all’interno di una comunità o istituzione.”
In tal senso, l’intelligenza dell’amore è una modalità di conoscenza che integra ragione, affetto e volontà per comprendere l’essere umano senza frammentarlo.
Pertanto, in quest’era di crescita esponenziale della tecnologia, abbiamo bisogno di approcci che misurino l’amore come capitale relazionale che sostiene le comunità, non solo come sentimento individuale (economia della cura, etica della vulnerabilità, sociologia della riconciliazione, ecc.) e che amplino le competenze affettive di pari passo con le capacità cognitive estese dall’intelligenza artificiale.
Una vera innovazione sociale deve proporre un’antropologia relazionale che metta in discussione sia l’individualismo moderno, alimentato dalle piattaforme digitali e dai social network, sia il collettivismo spersonalizzato, rimettendo la persona al centro.
In ogni situazione che riguarda una persona, dobbiamo porci la seguente domanda: questa decisione rende l’essere umano più umano? Perché la cura, la fiducia e l’empatia sono essenziali per trasformare la realtà sulla base della dignità umana.
Nella proposta che presentiamo, basata sugli studi interdisciplinari dell’UPB, l’amore non è concepito come un affetto passivo, bensì come un legame che struttura la vita psichica e sociale e che orienta la conoscenza e la tecnologia verso la cura della vita e la dignità della persona umana.
AI+ pone l’individuo, la famiglia e la comunità al centro delle decisioni.
In quest’era biotecnologica, come abbiamo già sottolineato, la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale si stanno affermando come strumenti in grado di riconfigurare i legami umani verso una strumentalizzazione dell’altro, perdendo di vista caratteristiche umane quali emozioni e sentimenti.
Pertanto, dobbiamo interrogarci sui danni reali delle tecnologie, sulle ripercussioni sulla salute mentale, sulle famiglie e sulla manipolazione algoritmica della volontà.
Spesso, dobbiamo resistere alla tentazione di lasciare che l’intelligenza artificiale e i sistemi algoritmici sostituiscano il buon senso nei confronti dei singoli individui, per quanto l’efficienza istituzionale possa richiederlo sempre più. Dal punto di vista dell’IA+, proponiamo di considerare l’altro come un fine in sé, mai come un mezzo, anche se l’intero sistema spinge nella direzione opposta.
L’intelligenza dell’amore è orientata alla cura della vita. Perché l’intelligenza della cura e dell’amore non è sentimentalismo, ma ragione pratica illuminata dalla verità sulla persona, capace di dire “no” al potere scientifico e tecnologico quando avanza contro la vita vulnerabile, recuperando il coraggio profetico perduto e opponendosi al paradigma tecnocratico.
Un’altra domanda che possiamo porci è questa: quali dimensioni della realtà può conoscere l’amore che la ragione tecnica solitamente tralascia? Può l’amore essere una forma di conoscenza?
L’amore dà priorità e riconosce il volto, le emozioni, i sentimenti e la storia di vita dell’altra persona, mentre gli algoritmi si limitano a riconoscere dati freddi e insensibili. Pertanto, l’amore si dimostra l’autentica forza umana, sociale, etica e spirituale dell’individuo.
L’amore ascolta attentamente; la tecnologia si limita a elaborare dati.
Prendersi cura degli altri o dell’ambiente significa accompagnare senza strumentalizzare, trascendendo indicatori e statistiche.
Ecco perché, secondo la proposta dell’intelligenza dell’amore, dobbiamo conciliare gli algoritmi con gli amorritmi (il ritmo dell’amore). Sono questi ritmi umani che la società deve recuperare di fronte all’accelerazione tecnologica, alle pressioni produttive e a una cultura della performance, dell’efficienza e dell’ottimizzazione.
D’altro canto, la fragilità dei legami si manifesta attualmente nell’indebolimento degli spazi di incontro, della solidarietà, del sostegno reciproco, nella mancanza di continuità nei rapporti nel tempo e nella superficialità che si riscontra in molte occasioni di fronte alla sofferenza altrui.
La società tecnologica odierna crea esseri umani ossessionati dalla produttività, che spesso non hanno tempo per prendersi cura della vita e degli altri, perché troppo impegnati a raggiungere obiettivi e a portare a termine i propri compiti.
Abbiamo quindi famiglie messe a dura prova da standard – educativi, organizzativi, politici – che cercano di attenuare la rottura dei rapporti senza una direzione chiara.
Tuttavia, i “ritmi sociali” diventano visibili nelle pratiche che privilegiano la cura delle persone e la costruzione di relazioni basate sul rispetto e sulla responsabilità condivisa. Questi ritmi si esprimono in processi di dialogo, mediazione dei conflitti, memoria collettiva, partecipazione comunitaria e riconoscimento della diversità. Tali esperienze rafforzano il tessuto sociale e creano le condizioni per una sana convivenza.
Incontro pacifico, solidarietà, etica della compassione, pratica della cura, contemplazione della bellezza, profumo del tempo, libera scelta e incontro. Tutti questi sono fattori di quel “ritmo dell’amore” (amoritmo) che ci rende più umani (H+).
In questo modo, i “ritmi dell’amore sociale” si esprimono nell’esperienza delle relazioni umane attraverso la sensibilità sociale, la difesa dei diritti umani, l’assunzione di valori di coerenza, il collegamento oggettivo tra ragione e amore, la priorità data al bene comune, il contributo al benessere sociale, il dare risposte precise ai bisogni e ai problemi di individui, famiglie, gruppi e comunità, attraverso azioni etiche, oggettive e realizzabili.
A questo punto della narrazione, poniamoci un’altra domanda: quali rischi comporta l’intelligenza artificiale per i legami, le emozioni e la soggettività in ambiti quali la manipolazione, la disinformazione, la solitudine e le relazioni mediate artificialmente?
Non riconoscere i limiti e non comprendere che l’IA è uno strumento, non un fine a sé stesso, può portare a un uso improprio e alterare le strutture sociali in modi che mettono in pericolo l’umanità. L’IA può essere un’alleata, ma può anche allontanarci dalla connessione umana se sostituisce la conversazione, il pensiero critico o la capacità di comprendere gli altri. La sfida consiste nel formare professionisti che utilizzino questi strumenti in modo etico, senza perdere la sensibilità e il senso di responsabilità verso le persone.
Pertanto, l’intelligenza artificiale comporta anche rischi legati alla disinformazione, alla manipolazione dei contenuti, ai pregiudizi algoritmici e alla sostituzione di alcuni spazi per l’interazione umana. Può inoltre accentuare l’isolamento e le interazioni emotivamente distaccate. È quindi essenziale promuovere un uso etico e critico di questi strumenti e dell’ambiente dell’IA, guidato dal rispetto della dignità umana, dalla cura e dal rafforzamento dei legami sociali.
In definitiva, uno dei maggiori rischi posti dall’intelligenza artificiale è il suo tentativo di sostituire l’elemento umano. Tuttavia, questo aspetto non deve essere negoziabile. In un mondo in cui gli algoritmi iniziano a influenzare le decisioni politiche, sociali, educative e lavorative, la presenza di professionisti dotati di sensibilità etica, capacità di pensiero critico e impegno sociale è più necessaria che mai. L’intelligenza artificiale richiede la mediazione umana per garantire inclusione, giustizia e dignità, poiché il suo impatto permea le dinamiche economiche, educative, culturali, politiche e sociali, plasmando nuove forme di interazione umana, produzione di conoscenza e processo decisionale.
In questo XXI secolo, l’intelligenza dell’amore, così necessaria per costruire una civiltà dell’amore, non può essere ridotta al mero corrispettivo dell’intelligenza artificiale della mediazione tecnologica. Un’intelligenza ha sempre contenuto l’altra. L’intelligenza dell’amore si è manifestata non solo nella costruzione cristiana della comunità che cammina verso la salvezza, ma anche nella costruzione della sapienza greca, dove sensibilità (bellezza), conoscenza (verità) e azione (bontà) sono inscindibili.
L’intelligenza dell’amore si rivela nella necessità di comprendere la vita stessa attraverso l’interdipendenza, la relazione e la cura. Pertanto, è importante rivisitare quanto proposto dall’enciclica Magnifica Humanitas per stabilire un punto di partenza per una comprensione olistica, complementare e sensibile dell’umanità in quest’era di biotecnologie esponenziali, promuovendo la continua affermazione e costruzione di cosa significhi essere umani alla luce del senso della vita offerto dal messaggio evangelico: amore, giustizia, solidarietà, rispetto, fraternità, responsabilità verso se stessi e gli altri, cura del creato e incontro con Dio che è Amore.
Madrid, 17 ottobre 2026
(*) Articolo che riassume le idee principali delle due presentazioni tenute da Albert Cortina al convegno organizzato dal Movimento Culturale Cristiano, Aula Malagón-Rovirola, svoltosi a Madrid il 17 e 18 ottobre dal titolo: “Il nuovo idolo. Intelligenza artificiale, nuovo potere dell’impero per riprogettare l’umano”.
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