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Rosa Montenegro

15 Dicembre, 2025

5 min

Tenerezza

“La via di Dio”

Tenerezza

“La tenerezza è lo stile di Dio”. Questa frase mi è venuta in mente un giorno e ho capito che l’amore, se non è vicino e concreto, se non passa dalle idee ai gesti, alle mani, soprattutto con i feriti, non è amore.

Oggi, molte parole sono state svuotate del loro contenuto semantico. Le parole sembrano aver perso la loro “casa”. La tenerezza è una di queste. Viene usata per quasi tutto: un gesto gentile, una reazione emotiva, una bella frase sui social media. Ma in fondo, ciò che oggi chiamiamo tenerezza è spesso  solo una reazione puramente emotiva. E così, senza rendercene conto, abbiamo dimenticato ciò che è essenziale.

La tenerezza è il modo in cui Dio si avvicina e tocca le ferite umane.

Siamo tutti feriti, abbiamo ferite nel corpo e nell’anima.  Solo i cadaveri sono impassibili. Abbiamo tutti bisogno di essere guariti, di essere confortati. Siamo tutti poveri e bisognosi.

La tenerezza è per l’anima ciò che l’emotività è per il corpo. L’una dà la vita, l’altra la consuma. Quando abbraccio un corpo, abbraccio una persona. La totalità di quell’essere unico, e quel gesto diventa irripetibile.

Viviamo in tempi di emozioni infiammate, ma di legami indeboliti. Di pelle ipersensibile e cuori induriti. Con la paura dell’attaccamento che ci rende dipendenti. Inciampiamo e diventiamo corpi che reagiscono e anime che non rispondono. Forse è per questo che abbiamo bisogno di rivisitare lentamente cos’è veramente la tenerezza, quel linguaggio che Dio  parla di preferenza; e di contrapporla all’emotività, quella forza che, come descrive Simone Weil, appartiene alla  legge di gravità: ci tira verso il basso, verso l’immediato, verso ciò che esige poco e ci svuota rapidamente.

TENEREZZA come MISERICORDIA

L’incontro con le ferite dell’altro

La tenerezza non è un sentimento. È carità resa visibile.  È un modo di vedere e di essere “secondo lo stile di Dio”.  Una disposizione stabile dell’anima che ci permette di vedere l’altro nel suo valore e nella sua fragilità, senza approfittare né dell’uno né dell’altro. Per questo la tenerezza non invade né esige:  sostiene.

Papa Francesco riassume lo stile di Dio in tre parole: vicinanza, misericordia e tenerezza.

La vicinanza è la prima forma di tenerezza. Essere vicini, molto vicini, con parole, gesti, sguardi e persino silenzi… Vicinanza nonostante le differenze personali, culturali e sociali. È un’azione concreta che tocca ogni persona ed è volontaria. Sono io che mi avvicino, che parlo per primo, che offro, che accompagno, che sostengo. Sono io che inizio il dialogo rispettoso, paziente e personale…

Misericordia, questa seconda forma di tenerezza. Etimologicamente, “mettere il cuore nelle miserie” proprie e altrui. Baciare la ferita purulenta perché non deformi l’anima che la porta. Compassione, come linguaggio che si lascia toccare per sostenere.

E tutto questo nel contesto della tenerezza, intesa come amore che si fa vicino e concreto. Quell’amore che dal cuore si muove verso il tangibile, il visibile, l’udibile…

Dal cuore, agli occhi, alle orecchie, alle mani… Di fronte al dolore di Marta e Maria, Gesù si commuove e piange prima di risuscitare l’amico dai morti (Gv 11,33-36).

È un Dio che si china, si avvicina, si abbassa per sollevare. Un Dio che entra nella storia non con la forza, ma con la «dolce fermezza di un Bambino che arriva». Benedetto XVI ha aggiunto che Dio agisce sempre  «con un cuore che vede ».

La tenerezza plasma il nostro modo di vedere, ascoltare e agire. Non è un “sentimento” morbido, ma un modo di agire che riconosce la dignità dell’altro, soprattutto nella sua vulnerabilità. È la manifestazione visibile di una compassione profonda che riconosce nell’altro un “tu” nella sua unicità, non un oggetto funzionale al mio servizio.

EMOTIVISMO: 

QUANDO IL CORPO PRENDE IL COMANDO

All’estremo opposto si trova l’emotivismo, quella corrente culturale che ha trasformato le emozioni in criteri morali. Quel sentimentalismo che si muove al ritmo degli stimoli momentanei.

Alasdair MacIntyre lo ha denunciato con lucidità:  se il bene è “ciò che mi fa sentire bene”, la moralità si riduce agli impulsi.

E se l’emozione domina, la libertà tace.

L’emotivismo ha tre effetti devastanti:

  1. Radica l’immaturità personale: diventiamo eternamente bambini.
  2. Ci rende narcisisti.
  3. Ci rende fragili e simili all’argilla.

GRAVITÀ E ALI

(SIMONE WEIL 1909-1943)

Simone Weil parlava di due forze che governano la vita umana:  la gravità  e la grazia

La gravità  è ciò che cade da solo, ciò che non  richiede sforzo, ciò che segue la pendenza: questo è emotivismo.

La grazia è ciò che  ci dà le ali: la tenerezza che eleva, illumina e libera.

Penso che sia un buon esempio.

RECUPERA LA TENEREZZA

Un’emergenza di beneficenza

Tre percorsi:

  1. Guardare lentamente  non significa fissare o in modo invadente.  La tenerezza inizia negli occhi: fermarsi, guardare lentamente e lasciarsi commuovere senza passare oltre, senza scivolare via. Questo si traduce in gesti concreti: posare il telefono, chiamare le persone per nome, guardarle negli occhi: il senzatetto, lo sconosciuto, chi ti è vicino, chi ti è più vicino.
  2. Sincronizzare il cuore, ascoltare il cuore dell’altro… Il pianto e il silenzio che, tante volte, ulula; non interrompere, chiedere del dolore, con più affetto quanto più grande è il dolore; cambiare programma quando necessario; fermarsi, scartando altre opzioni precedenti.
  3. Lasciandosi toccare da Dio  per imparare a «toccare la carne dell’altro»,  la tenerezza si concretizza nel visibile, che è riflesso dell’invisibile;  altrimenti si corrompe: abbracci opportuni, aiuto materiale,  presenza  accanto a chi è nel bisogno: nella solitudine, nel dolore, nella malattia…

Tutto questo a un ritmo frenetico, schiavi del multitasking, assediati da mille questioni urgenti, può significare  riorganizzare il tempo, rinunciare a un programma precedente per servire gli altri.

CONCLUSIONE

La tenerezza è la forza di chi ha vinto la battaglia interiore. E quella battaglia si combatte nella preghiera, godendo della tenerezza di Dio.

L’emotivismo è la rinuncia alla libertà. È quel fango sulle nostre ali che ci impedisce di alzare lo sguardo.

Solo la tenerezza, quella che Dio pratica instancabilmente,  rende possibili gli incontri, ripara ciò che è rotto e ci restituisce la capacità di volare.

In una società che “non vede nemmeno chi inciampa”, la tenerezza diventa rivoluzione, segno controculturale.

Per introdurre nel mondo la logica dell’amore di un DIO che è amore incondizionato…

Diventa un bambino in una mangiatoia, così è facile abbracciarlo, baciarlo, sorridergli…

Rosa Montenegro

Pedagoga, orientadora familiar (UNAV) y autora del libro “El yo y sus metáforas” libro de antropología para gente sencilla. Con una extensa experiencia internacional en asesoramiento, formación y coaching, acompaña procesos de reconstrucción personal y promueve el fortalecimiento de la identidad desde un enfoque humanista y transformador.