23 Settembre, 2026

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Sofferenza fetale e prove scientifiche

Un feto può provare dolore durante un aborto? Le recenti dichiarazioni del Ministro della Salute, Mónica García, che negano l'esistenza della sofferenza fetale, hanno riaperto un dibattito in cui le prove scientifiche sono ben lungi dall'offrire risposte semplici. Lo sviluppo delle vie nocicettive, le diverse soglie proposte per la percezione del dolore e la pratica dell'analgesia in medicina fetale sollevano interrogativi scientifici, clinici e bioetici che richiedono un'analisi rigorosa

Sofferenza fetale e prove scientifiche

In un recente scambio con i media, la ministra della Salute spagnola, Mónica García , è stata interrogata direttamente da un giornalista sulla possibilità, dal punto di vista sanitario, di garantire che il feto non soffra durante un aborto indotto e se tale procedura lasci effetti duraturi sulla madre. La risposta della massima autorità sanitaria del Paese non solo ha evitato di fornire una spiegazione tecnica o medica dettagliata, ma ha anche assunto un tono che metteva apertamente in discussione la pertinenza della domanda stessa.

In risposta alla domanda del giornalista, la Ministra ha ripetutamente affermato di non comprendere l’argomentazione e ha contestato il giornalista, chiedendogli se credesse che ci fossero prove di sofferenza fetale. Dopo che il giornalista ha chiarito di porre la domanda in qualità di giornalista e non di professionista sanitario, la Sig.ra García ha definito la domanda come contenente una “sottile tendenza a negare la realtà dei diritti delle donne”. Nel corso del suo intervento, la Ministra ha categoricamente affermato che “esistono prove scientifiche più che sufficienti che dimostrano chiaramente l’assenza di sofferenza”, ribadendo inoltre che la procedura non causa traumi alle donne.

Mónica García ha inoltre accusato i rappresentanti politici di cercare di far credere alle donne che l’aborto sia un trauma da cui non si riprenderanno mai, e ha sostenuto che introdurre la variabile della sofferenza fetale è “abbastanza perverso da impedire proprio ciò che stiamo cercando di evitare con questa campagna , ovvero incolpare le donne”. Infine, il Ministro della Salute ha difeso il diritto delle donne di scegliere liberamente, tutelato dalla legge, e ha inquadrato la posizione del governo come quella di essere in prima linea nella protezione del diritto di decidere in merito alla maternità.

Necessità di un confronto scientifico

La veemenza con cui l’autorità sanitaria ha negato l’esistenza della sofferenza fetale e ha definito “perversa” la semplice formulazione del dubbio neurobiologico richiede un’analisi rigorosa. L’affermazione secondo cui vi sarebbero prove scientifiche “più che sufficienti” a dimostrare la totale assenza di sofferenza fetale è scientificamente e medicalmente fondata? O stiamo forse assistendo, al contrario, a una semplificazione del dibattito scientifico motivata da pregiudizi ideologici?

A differenza delle categoriche dichiarazioni ministeriali, l’Osservatorio di Bioetica offre una panoramica considerevolmente più complessa e rigorosa della realtà dello sviluppo neurologico nella fase prenatale e della percezione del dolore.

Sviluppo del sistema nervoso e delle vie nocicettive

Le evidenze biologiche indicano che la maturazione del cervello umano inizia molto precocemente, nello specifico nella terza settimana di gestazione, e prosegue con una crescita e una maturazione estremamente rapide per tutta la durata della gravidanza. A causa di questa dinamica di sviluppo continuo, è scientificamente impossibile stabilire una soglia statica o categorica che divida nettamente le fasi di assoluta assenza e presenza di dolore.

Studi di neuroanatomia e neurofisiologia rivelano che le connessioni tra i recettori periferici del dolore e il talamo nel cervello fetale umano si stabiliscono effettivamente tra la 19a e la 22a settimana di gestazione. Questa interconnessione funzionale consente la trasmissione degli stimoli nocicettivi e l’effettiva percezione delle sensazioni dolorose.

Il fenomeno neuroadattivo del dolore

A questo proposito, il pediatra ed esperto di bioetica Dr. Carlo Bellieni afferma nelle sue pubblicazioni accademiche che il dolore fetale non è un’illusione o un concetto superato, bensì un “fenomeno neuroadattivo che si manifesta nella seconda metà della gravidanza, intorno alla 20a-22a settimana di gestazione, e diventa sempre più evidente agli osservatori e significativo per il feto per tutto il resto della gravidanza”. Negare questa realtà neurobiologica nella seconda metà della gestazione significa ignorare i progressi della letteratura scientifica attuale.

Discussione sulle soglie del dolore tardivo e le loro implicazioni cliniche.

Esistono posizioni istituzionali, come quella espressa dall’American College of Obstetricians and Gynecologists (ACOG) , o specifiche pubblicazioni su riviste come Nature Neuroscience, che sostengono soglie del dolore molto più tardive. Secondo queste posizioni, la percezione del dolore non sarebbe possibile prima della 24a o 25a settimana (quando la maturazione della corteccia cerebrale è completa) o addirittura sostengono che sia improbabile prima della 29a o 30a settimana di gravidanza.

Tuttavia, come chiarisce il dottor Bellieni, e come confermiamo noi dell’Osservatorio di Bioetica, questa “soglia del dolore tardiva” ha ricevuto severe critiche dalla comunità scientifica a causa della sua fragile base fisiologica. Affermare dogmaticamente che il dolore esiste solo quando la corteccia cerebrale è completamente sviluppata ignora il ruolo integrativo delle strutture sottocorticali e talamiche nell’elaborazione della sofferenza.

Rischi etici nella pratica clinica

Inoltre, l’adozione acritica di una soglia del dolore ritardata ha conseguenze cliniche disastrose ed eticamente inaccettabili nella pratica medica quotidiana:

  • Assistenza ai neonati estremamente prematuri: Attualmente, la medicina neonatale riesce a garantire la sopravvivenza dei bambini nati molto prematuramente a 22 settimane di gestazione. Se si presupponesse che non avvertano dolore fino alla 24a, 29a o 30a settimana, questi neonati verrebbero privati ​​del diritto fondamentale all’analgesia durante le procedure mediche invasive.
  • Chirurgia prenatale e analgesia fetale: Analogamente, i feti di età gestazionale inferiore alle 24 settimane sottoposti a chirurgia intrauterina per la correzione di anomalie congenite non ricevevano anestesia o analgesia durante gli interventi. Fortunatamente, oggigiorno anestesisti e neonatologi somministrano di routine farmaci analgesici a feti e neonati durante queste procedure chirurgiche.

Il principio di precauzione in medicina

Di fronte all’incertezza o alla complessità nella definizione precisa dell’esperienza del dolore, la medicina e la bioetica richiedono la rigorosa applicazione del principio di precauzione. Negare l’analgesia durante un intervento chirurgico invasivo basandosi sulla convinzione dogmatica che il feto non provi dolore costituisce negligenza medica e un atto malevolo e inaccettabile dal punto di vista dell’etica medica.

Valutazione bioetica

La vita umana possiede un valore intrinseco e una dignità inviolabile in ogni fase del suo sviluppo, dal momento del concepimento fino alla sua fine naturale. L’embrione e il feto non sono semplici ammassi cellulari o appendici del corpo materno, ma esseri umani appartenenti alla specie Homo sapiens, dotati di continuità biologica e di una propria identità in via di sviluppo.

Nel dibattito pubblico contemporaneo si sta diffondendo una tendenza sempre più marcata: il tentativo di utilizzare la presunta assenza di dolore fetale come argomento per minimizzare le implicazioni etiche dell’aborto. L’idea che “uccidere senza dolore sia più umano, meno riprovevole o più compassionevole” è ormai ampiamente diffusa, una logica riduzionista che viene applicata sia all’aborto indotto sia ai contesti dell’eutanasia o della pena di morte.

Riteniamo che questa posizione contenga una grave fallacia etica. La gravità morale dell’atto di togliere la vita a un essere umano innocente non dipende dal fatto che l’atto venga compiuto con un grado maggiore o minore di sofferenza fisica o sotto l’effetto di analgesici. Togliere la vita rimane un atto intrinsecamente riprovevole e contrario al principio di non maleficenza semplicemente perché viene eseguito con tecniche indolori.

Ben lontana dalla distorsione espressa dal Ministro della Salute, la realtà dell’aborto indotto comprende profonde dimensioni di sofferenza fisica e psicologica che colpiscono tutte le parti coinvolte:

  1. La sofferenza del feto abortito: negli aborti eseguiti a partire dalla 19ª-22ª settimana di gestazione, vi sono prove neurobiologiche della presenza di recettori e connessioni talamiche che consentono l’effettiva percezione del dolore fisico durante la procedura distruttiva. Ma anche in fasi precedenti, quando la rete nocicettiva non è completamente formata, il feto subisce l’assoluta violenza ontologica di essere privato della propria esistenza e del proprio sviluppo vitale.
  2. La sofferenza della madre: affermare che l’aborto sia un intervento neutro e innocuo che non produce effetti duraturi o impatti psicologici significa travisare le prove disponibili sulle conseguenze associate all’aborto indotto. Le donne che ricorrono all’aborto sono immerse in un processo traumatico in cui spesso convergono pressioni sociali, mancanza di alternative e il dolore emotivo derivante dalla perdita di una vita in gestazione. Altri effetti, come un aumento del rischio di morte, aggravano le conseguenze per le donne che abortiscono.
  3. L’aborto indotto costituisce un atto di violenza mediante il quale una vita umana vulnerabile e indifesa viene deliberatamente interrotta.

Dal punto di vista dell’etica del servizio pubblico e della responsabilità medica, i rappresentanti politici e gli amministratori sanitari hanno l’imperativo dovere di agire con accuratezza e obiettività scientifica. Liquidare le domande sullo sviluppo neurologico e sulla sofferenza fetale e materna etichettandole come “negazioniste”, “perverse” o “colpevolizzanti” rappresenta un’intollerabile banalizzazione del problema, dettata da pressioni ideologiche e in contrasto con le prove scientifiche.

Manipolare le prove scientifiche o occultare i dati sullo sviluppo fetale per promuovere un’agenda politica o sminuire l’impatto morale dell’aborto, contribuendo così alla sua diffusione, è una condotta inaccettabile che mina il rigore istituzionale. La vera compassione e il rispetto per la dignità umana esigono il riconoscimento della realtà biologica del feto e l’offerta alle donne di alternative concrete e di un sostegno completo, anziché ignorare la sofferenza insita nella distruzione di una vita nascente.

In conclusione, l’affermazione categorica del Ministro della Salute, Mónica García, secondo cui vi sarebbero “più che sufficienti” prove scientifiche sull’assenza di sofferenza fetale e materna legata all’aborto indotto, non corrisponde alla complessità scientifica e medica documentata nell’attuale letteratura neurobiologica e ostetrica. Come dimostrato dagli studi citati in questo rapporto, consultabili tramite i link inseriti nel testo, dalla 19ª alla 22ª settimana di gestazione esistono basi anatomiche e funzionali che consentono al feto di percepire il dolore.

Il tentativo di negare il dolore fetale al fine di attenuare la drammaticità dell’aborto costituisce un pregiudizio ideologico che ignora il principio di precauzione insito nella pratica medica. Da una prospettiva bioetica personalista, la dignità della vita umana nascente risiede nel suo status ontologico di persona, e qualsiasi atto deliberato volto a distruggerla è moralmente riprovevole, a prescindere dalla presenza di analgesici. La pubblica amministrazione deve garantire la veridicità, il rigore scientifico e l’effettiva tutela delle vite più vulnerabili.

Nascondere queste informazioni alle donne che si trovano ad affrontare gravidanze indesiderate e che stanno valutando l’aborto costituisce un attacco alla loro dignità, libertà e autonomia.

(I collegamenti ipertestuali inseriti nel testo contengono le fonti della letteratura scientifica che supportano queste affermazioni.)

Giulio Tudela. Cristina Castello. Osservatorio di Bioetica. Università Cattolica di Valencia

Observatorio de Bioética UCV

El Observatorio de Bioética se encuentra dentro del Instituto Ciencias de la vida de la Universidad Católica de Valencia “San Vicente Mártir” . En el trasfondo de sus publicaciones, se defiende la vida humana desde la fecundación a la muerte natural y la dignidad de la persona, teniendo como objetivo aunar esfuerzos para difundir la cultura de la vida como la define la Evangelium Vitae.