28 Aprile, 2026

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Padre Bruno, confratello di Robert Prevost

Padre Bruno Silvestrini racconta il suo cammino da agostiniano, la vicinanza a Papa Leone XIV e il suo lavoro nel Sacrario Apostolico in Vaticano

Padre Bruno, confratello di Robert Prevost

Padre Bruno Silvestrini è un marchigiano doc. È nato all’ombra della basilica della Madonna di Loreto, in un paesino piccolo che si chiama Porto Recanati. In questo luogo Federico svevo, Federico Barbarossa fece costruire un castello per difendere il tesoro della Santa Casa di Loreto. Perciò il suo paese è legato fortemente alla Madonna ed anche lui è innamorato della Vergine Maria. Quando si affacciava dalla finestra di casa sua da lontano vedeva la cupola del santuario di Loreto. Anche adesso, quando torna a casa e vede la cupola della basilica di Loreto gli si allarga il cuore.

Oggi questo sacerdote agostiniano ordinato nel 1981, dopo aver ricoperto vari incarichi nella Chiesa e nel suo ordine, è custode del Sacrario Apostolico e collabora con l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

Padre Bruno, lei dall’infanzia è legato al santuario di Loreto i cui custodi sono cappuccini. Come mai è diventato sacerdote agostiniano e non un cappuccino?

Per dire la verità io a Porto Recanati frequentavo la parrocchia dei salesiani. Ma non avevo mai pensato di entrare in seminario. Ma la Provvidenza a volte tira brutti scherzi. Da ragazzino non avevo mai conosciuto nessun agostiniano e nessun agostiniano era presente della mia vita. Ma mia mamma aveva un suo parente, che venne a celebrare il matrimonio di suo fratello: si chiamava padre Franco Monteverde che poi è stato uno dei grandi collaboratori di padre Trapè per la traduzione dell’opera omnia di Sant’Agostino. Nel 1966 io ero molto piccolo. Ma questo padre agostiniano era una persona molto serena, molto buona e mi parlò di entrare in seminario dagli agostiniani. Mi affascinò tanto che dal mese di maggio maturava in me questa idea: a settembre io sono partito nel nord delle Marche non lontano da Fano, vicino a Urbino e lì io ho vissuto la mia formazione. Quindi è stata la Provvidenza a farmi incontrare un agostiniano. Allora non sono diventato né cappuccino né salesiano ma agostiniano, perché il Signore agisce come vuole.

Nel 1981 lei è stato ordinato… 

Sì, sono stato ordinato nel mio paese natale, a Porto Recanati da un santo vescovo, Francesco Carboni, missionario in Argentina. Fu una ordinazione molto bella e questo vescovo missionario è rimasto nel mio cuore.

Come mai da sacerdote scelse gli studi di liturgia? 

Perché i miei superiori avevano pensato su di me un progetto. A Tolentino c’è la Basilica di San Nicola Tolentino, una delle basiliche più belle delle Marche dopo Loreto con gli affreschi della scuola di Giotto, con il chiostro del 1200; la basilica legata alla spiritualità di san Nicola da Tolentino, taumaturgo, che è molto amato da tutta la gente marchigiana. Allora i superiori avevano su di me questo programma di farmi andare, terminati gli studi liturgici, ad essere il rettore della basilica di San Nicola.

Dove ha studiato?

Ho studiato a Padova, nell’istituto Santa Giustina e a Roma a sant’Anselmo e quindi io mi sono licenziato con la tesi di laurea sulla vita pastorale di sant’Agostino. Ebbene e ho fatto questa tesi e poi ho avuto tanti impegni da quel momento.

Tanti impegni nell’ordine agostiniano fino all’anno 2006 quanto è stato chiamato da Papa Benedetto XVI in Vaticano alla parrocchia della Città del Vaticano cioè la chiesa di Sant’Anna.  

Allora io mi trovavo a fare una visita con il padre provinciale dell’Italia alla missione degli agostiniani che si trova nella parte più alta della provincia Apurimac, nelle Ande peruviane. Lì c’è gente particolarmente povera, abbandonata dallo Stato peruviano perché si trovano da 3500 m fino a 4500, gente povera ma tanto buona e molto religiosa. Ed io sono andato dai missionari agostiniani che lavoravano nel mese di gennaio, il tempo delle piogge. Ebbene mi arrivò una mail del padre generale Robert Prevost che mi diceva di tornare a Roma quanto prima; mi informava che ero stato inserito nella comunità degli agostiniani della parrocchia di sant’Anna e che il 5 di febbraio papa Benedetto XVI avrebbe fatto visita alla parrocchia vaticana.

Sono tornato in Italia e ho partecipato alla celebrazione con Benedetto XVI. Terminata la celebrazione mi hanno chiamato perché il Papa mi voleva conoscere. Papa Benedetto mi disse, insieme con allora parroco padre Gioele Schiavella, che io ero stato scelto come parroco di Sant’Anna. In quella occasione Benedetto XVI si ricordò di me perché due anni prima l’avevo incontrato proprio a Tolentino nella cappella di San Nicola insieme al fratello Georg. Era un ricordo molto bello perché mi diceva Papa Benedetto che san Nicola da Tolentino è il secondo protettore della Baviera. Per questo Papa Ratzinger era molto legato a San Nicola. E quindi dal 5 febbraio del 2006 ho iniziato questo cammino ad essere stato per 13 anni parroco di Sant’Anna.

Nella parrocchia vaticana ha accolto anche Francesco?

Ho accolto Francesco 4 giorni dopo la sua elezione, il 17 marzo 2013. Ha celebrata la Santa Messa nella sua parrocchia e ha pronunciato l’omelia.

Attualmente lei è il custode del Sacrario apostolico. Di che cosa si tratta? 

Il sacrario apostolico è tutto ciò che è sacro nel Palazzo Apostolico, legato direttamente al Santo Padre. Io ho i vasi sacri, tengo sempre pronte le Cappelle del Palazzo, soprattutto la Cappella Paolina, per la celebrazione del Papa santo padre e per tutti coloro che vogliono andare a pregare nella Capella Paolina. Poi ho la lipsanoteca: sono le reliquie donate al Santo Padre che io conservo.

Poi devo avere attenzione a vestire liturgicamente il Papa. E non sono lui ma anche i cardinali, i vescovi e i sacerdoti per le celebrazioni eucaristiche che il Santo Padre celebra nella Basilica, nella piazza o ovunque si trovi. Anche quando il Papa viaggia, devo preparare tutto per lui e per le persone che sono nel suo seguito. Devo preoccuparmi di tutto quello che riguarda l’aspetto liturgico: gli abiti, i camici, i vasi sacri (calici, pissidi e tutto questo che si trova sull’altare).

Padre Bruno racconta Papa Leone XIV

Parliamo adesso del suo confratello che è diventato Papa. Quando ha conosciuto Robert Prevost? 

Abbiamo studiato insieme a Roma nel collegio Santa Monica in via Paolo VI: io studiavo liturgia e lui la sua specializzazione. Quindi non abbiamo studiato insieme le stesse materie ma abbiamo vissuto insieme, siamo stati nello stesso convento negli anni 1984 – 85 e abbiamo avuto lo stesso priore. Lui aveva già una marcia in più per questo motivo per i padri studenti era un po’ come il nostro superiore perché aveva questa calma e bontà. Lui era sempre molto tranquillo e saggio.

Ma oggi tutti sanno che gli piaceva il tennis… 

Si, era sportivo, giocava a tennis. Noi nel collegio di Santa Monica, nella parte superiore ci sono dei campetti e lui era sempre lì pronto a preparare le liste di coloro che volevano andare a giocare a tennis o fare altri tipi di sport.

Dopo gli studi vi siete separati… 

Sì. Ci siamo separati: Lui è tornato nella sua provincia ed è andato anche in missione. Dopo è ritornato come padre generale degli agostiniani dal 2001 al 2013. Io, nella prima parte del suo mandato, io mi trovavo a Tolentino poi mi ha chiamato nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano.

Lei rimane in Vaticano invece padre Prevost va di nuovo in missione in Perù…

Rimane in missione in Perù dal 2014 per tornare nel 2023 a Roma per essere prefetto della Congregazione dei Vescovi. E cardinale. Ma volevo sottolineare una cosa: anche se non abitava dagli agostiniani (prima abitava in un piccolo appartamento in via Porta Angelica, poi nel Palazzo del Sant’Uffizio) però andava sempre a mangiare nel collegio dove abbiamo studiato insieme. Per lui era sempre costante il desiderio di vivere la fraternità agostiniana, per questo motivo non andava a mangiare né a Santa Marta né in altri luoghi dove andavano i cardinali, ma sempre andava nella comunità della curia in via Paolo VI. Lui da sempre ha desiderato pensare il tempo libero con i suoi confratelli. Anche attualmente, quando lui è libero dagli impegni del pontificato, viene nella mia comunità che si occupa della sacrestia dove siamo tre confratelli e passa il tempo con noi. Vive il tempo libero con noi perché vuole sentirsi fratello, tra fratelli agostiniani.

Potrebbe dirci dove si trova il conventino della vostra comunità?

Il nostro conventino si trova nel cuore antico del Palazzo Apostolico, vicino alla Cappella Sistina, la Sala Ducale e la Cappella Paulina. In questo conventino siamo tre: io, un fratello nigeriano e uno filippino. Abbiamo il refettorio, la cucina, la cappella e le nostre stanze.

Il Papa viene, si ferma e parla con noi: vive i momenti di fraternità. E quindi stiamo insieme ma lui non ci chiede altro che di stare insieme tranquillamente, serenamente.

Vorrei tornare con Lei al conclave perché Lei è stata una di queste persone, non cardinale, ammesse al conclave. Cosa faceva?

Io da sacrestano dovevo preparare tutto il necessario da parte liturgica in quel periodo cominciando dalle celebrazioni dei Novendiali e poi abbiamo dovuto preparare tutto necessario nella Cappella Sistina e Cappella Paolina, secondo il bisogno dei cardinali durante il conclave. Per tutti i giorni del conclave ho dovuto essere presente e venivo chiamato tutte le volte che bisognava avere qualche cosa. Abbiamo anche preparato la famosa sala del pianto, perché quando il Papa veniva eletto tutto doveva essere pronto.

Ma dopo il richiamo “extra omnes” tutti i non cardinali dovevano lasciare la Sistina…

Noi mettevamo le schede per le votazioni sui tavolini, quando i cardinali non c’erano ancora. Preparavamo anche l’acqua e un bicchiere per ogni cardinale perché faceva molto caldo. Noi non potevamo parlare con i cardinali: questa è la legge del conclave. Poi uscivamo fuori, e non sapevamo più niente. Abbiamo aspettato senza avere cellulari, senza vedere televisioni, né sentire radio. Eravamo completamente isolati. Anch’io aspettavo nella Sala Regia fino all’elezione del Papa.

Il primo giorno del conclave noi, giornalisti, stavamo fuori guardando l’orario, aspettando il fumo della Sistina che non usciva. Tutti si chiedevano che cosa stava succedendo dentro? 

E’ stata la prima volta per tanti cardinali, tutti dovevano fare il giuramento molto lungo. E la gente fuori non si è accorta che il numero dei cardinali era molto alto ed ogni cardinale doveva fare tante cose singolarmente e quindi si è fatto molto tardi.

E prima c’era anche una meditazione del card. Cantalamessa… 

E’ vero. La meditazione prima del card. Cantalamessa era lunghissima. In ogni caso posso confermare che prima serata del conclave non c’è stato nessun intoppo.

E poi la seconda giornata le cose sono andate molto più alla svelta… 

Si aspettava, aveva qualche sentore dell’elezione del suo confratello? 

Devo dire la verità, e l’ho detto anche al Papa, io non credevo che avrebbero eletto lui. Perché era straniero e non aveva tanta esperienza della Curia anche se per due anni dirigeva la Congregazione per i Vescovi. Pensavo che fosse il card. Parolin, il Segretario di Stato per tanti anni, conosciuto un po’ da tutto il mondo. Quando è stato eletto il card. Prevost io sono rimasto a bocca aperta, ho provato una gioia indescrivibile per la scelta di questo mio confratello. Il Papa doveva firmare il documento, poi c’è stata l’obbedienza che hanno fatto tutti i cardinali e finalmente è stata aperta la porta della Sistina. Mi hanno fatto entrare e io mi sono presentato davanti a lui. “Santo Padre, posso abbracciarla?” – gli ho chiesto. “Ma certo” – mi ha risposto. Ho avuto questa gioia grande di stare davanti a lui e di guardarlo negli occhi: è diventato il papa, Leone XIV. Ha scelto il nome Leone in ricordo di Leone XIII che era legato come lui alla Madonna del Buon Consiglio di Genazzano.

Da quel momento come vive questa vicinanza al Papa che è anche il suo confratello?

La vivo serenamente, con una grande gioia perché sto sperimentando quanto il Papa è calmo, sereno e buono. E quanto ama la Chiesa. Non si arrabbia mai, non si innervosisce mai. Alcune volte mi chiedo: dopo aver fatto tutte queste udienze, come quelle di mercoledì quando saluta la gente e fa un giro della piazza, quando viene da noi io pensavo di trovarlo stanco, invece non lo è.

Si chiede perché?

Io credo sia la grazia di stato perché molte persone vogliono parlare con lui, ci consigliano con lui. Ma io lo vedo molto sereno. Sono entusiasta perché penso che lo Spirito Santo agisca in lui. E’ un dono grande dello Spirito Santo e avevamo bisogno di un papa così che infonde sicurezza.

A parte i momenti liturgici, quando avete occasioni di vedervi? 

Noi ci vediamo tutti i giorni. Alcune volte non viene perché ha degli impegni, ma generalmente ci vediamo quotidianamente, anche a pranzo.

Di che cosa ha bisogno il papa adesso, in questo periodo? 

Il Papa ha bisogno di sostegno. Io con i miei confratelli lo accogliamo e stiamo bene insieme. Il Papa ha bisogno di questa serenità, di questa distensione, al di là di quelli che sono gli impegni quotidiani. Un ora, due ore, non di più, il papa ci chiede di stare e di pregare insieme, di vivere la vita fraterna.

Di che cosa parlate con il Papa?

Il Papa ci chiede notizie sulla nostra vita e sul nostro lavoro. Noi non chiediamo a lui alcune cose che devono essere molto delicate, quindi non chiediamo mai nulla che riguarda la sua attività anche perché è molto discreto e ovviamente non risponderebbe, ma noi parliamo delle nostre cose fraterne.

Viviamo nel mondo individualista, egoista, che in qualche modo “contamina” anche i sacerdoti che vivono il loro sacerdozio in modo, appunto, egoistico. Invece il Papa fa vedere ai consacrati che la vita comunitaria, la vita fraterna è importantissima. Che cosa vuole insegnare ai sacerdoti?

Il Papa è una persona serena, una persona contenta della propria vocazione e, credo, che incontrando le persone, offrendo il suo sguardo, la sua accoglienza faccia nascere in ognuno la domanda: Leone XIV dove trova la forza per fare tutto questo?

E qual è la risposta?

La sua forza, il suo sorriso, la sua serenità trovano la sua fonte nella spiritualità. Io credo che il Papa vorrà far capire ai sacerdoti in cura d’animi in questo mondo frenetico che bisogna curare la propria serenità interiore e il rapporto spirituale di una vocazione amata dal Signore. A qualsiasi età quando noi siamo stati chiamati, noi abbiamo iniziato un cammino di fede molto forte e non dovranno essere le attività a farci perdere l’entusiasmo perché l’occhio è lo specchio dell’anima. Quando un sacerdote non è sereno non è neppure efficace nella vita pastorale.

La serenità si trova nella preghiera, nella celebrazione eucaristica, nel sentirsi amato e amare i fratelli nel sacerdozio, nel proprio presbiterio, allora si riesce ad essere più efficaci e più credibili. Perché il sacerdote non deve fare mille cose. Noi dobbiamo essere persone innamorate del Signore che annunciano a chi ci incontra la gioia della risurrezione, anche attraverso molte croci. E’ certo che nel mondo ci sono situazioni difficili, ci sono anche le croci ma la speranza non deve mancare mai, non deve essere mai trascurata.

Wlodzimierz Redzioch

Wlodzimierz Redzioch è nato a Czestochowa (Polonia), si è laureato in Ingegneria nel Politecnico. Dopo aver continuato gli studi nell’Università di Varsavia, presso l’Istituto degli Studi africani, nel 1980 ha lavorato presso il Centro per i pellegrini polacchi a Roma. Dal 1981 al 2012 ha lavorato presso L’Osservatore romano. Dal 1995 collabora con il settimanale cattolico polacco Niedziela come corrispondente dal Vaticano e dall’Italia. Per la sua attività di vaticanista il 23 settembre 2000 ha ricevuto in Polonia il premio cattolico per il giornalismo «Mater Verbi»; mentre il 14 luglio 2006 Sua Santità Benedetto XVI gli ha conferito il titolo di commendatore dell’Ordine di San Silvestro papa. Autore prolifico, ha scritto diversi volumi sul Vaticano e guide ai due principali santuari mariani: Lourdes e Fatima. Promotore in Polonia del pellegrinaggio a Santiago de Compostela. In occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II ha pubblicato il libro “Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano” (Edizioni Ares, Milano 2014), con 22 interviste, compresa la testimonianza d’eccezione di Papa emerito Benedetto XVI. Nel 2024, per commemorare il 40mo anniversario dell’assassinio di don Jerzy Popiełuszko, ha pubblicato la sua biografia “Jerzy Popiełuszko. Martire del comunismo” (Edizioni Ares Milano 2024).