20 Settembre, 2026

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Oltre il mio piccolo spazio

Un appello urgente a liberarsi dall'individualismo e ad abbracciare i piccoli gesti che trasformano il mondo

Oltre il mio piccolo spazio

Fino a che punto si estende la nostra capacità di voltare lo sguardo dall’altra parte? Viviamo intrappolati nel paradosso dell’iperconnettività: la tecnologia cancella le distanze geografiche in pochi secondi, ma le nostre relazioni umane diventano virtuali, fragili e distanti. Ci stiamo pericolosamente abituando a delegare a freddi algoritmi decisioni che appartengono esclusivamente alla coscienza umana.

In questa comoda palude di isolamento, Papa Leone XIV, durante l’Udienza Generale di mercoledì 16 settembre 2026 in Piazza San Pietro, ha dato un forte scossone alle nostre coscienze. Prendendo come bussola il secondo capitolo della Costituzione Pastorale  Gaudium et spes , il Pontefice ci ha scossi fuori dal nostro piccolo angolo – quella bolla soffocante dove contano solo i nostri interessi e il nostro benessere personale – e ci ha condotti all’aria aperta della vera fraternità.

Che ci piaccia ammetterlo o no, le profonde crisi sociali raramente vengono affrontate con coraggio; troppo spesso, chi detiene il potere e le cricche mediatiche risvegliano vecchi fantasmi per distogliere l’attenzione, riproponendo dibattiti trappola come quello sull’eutanasia – che sta nuovamente suscitando scalpore in Spagna – o organizzando vertici e conclavi ideologici, come quello previsto per il prossimo ottobre a Barcellona sull’aborto. Cercano la scorciatoia, la soluzione superficiale e rapida per tappare le falle di un sistema incapace di affrontare la sofferenza.

Ma la realtà, se vista senza filtri ideologici, ci pone di fronte a una durezza insopportabile. Osservo con sgomento come l’eutanasia venga presentata come un atto di progresso. Per esperienza personale, so bene che nessuno desidera veramente porre fine alla propria vita o che la propria vita venga tolta; un simile desiderio non è libertà, ma un grido di disperazione così brutale da accecare completamente la consapevolezza dell’inalienabile dignità che si possiede in quanto esseri umani. Ecco perché, di fronte a un tentativo di suicidio, l’intera società, la famiglia e le istituzioni si mobilitano, si mobilitano e fanno tutto il possibile per prevenirlo e per proteggere la vita.

Perché quella stessa società rimane in silenzio e legittima l’abbandono quando il grido proviene dalla malattia, dal dolore, dalla solitudine o dalla vecchiaia?

Di fronte all’abisso di queste situazioni estreme, è urgente abbracciare con convinzione una teologia e una cultura della cura che anticipino la sofferenza. Prendersi cura non significa applicare soluzioni definitive, ma tessere reti di sostegno medico, umano e spirituale che impediscano a chiunque di sentirsi così solo, impotente o abbandonato da desiderare di scomparire.

E la stessa cosa accade quando ci addentriamo nell’abisso dell’aborto, presentato in modo interessante come un diritto e trasformato, in realtà, nel più grande fallimento della nostra civiltà, andando direttamente contro il più debole: colui che già esiste, ma non è ancora nato.

Potremmo passare ore a pedalare in cerchi sterili, dibattendo su questioni puramente ideologiche riguardo a quando inizia la vita. Ma la scienza è ostinata e smantella ogni scusa: ci sono gli ammirevoli sforzi compiuti dai neonati per salvare i prematuri estremi, i complessi interventi chirurgici intrauterini che garantiscono la sopravvivenza del bambino, o il doloroso processo di lutto che le coppie affrontano dopo un aborto spontaneo. Né possiamo ignorare la profonda cicatrice psicologica e la vulnerabilità emotiva che tante donne si portano dentro per tutta la vita dopo aver vissuto un aborto.

Se consideriamo la portata globale di questo massacro silenzioso, le cifre sono sconvolgenti: ci troviamo di fronte a un genocidio di proporzioni infinitamente maggiori rispetto a quelli commessi da Hitler e Stalin messi insieme nel XX secolo. Tentare di risolvere la sofferenza umana cancellando l’individuo non è compassione; è calpestare la dignità per mettere a tacere la nostra coscienza colpevole.

Di fronte a scenari così desolanti, è facile scoraggiarsi e pensare che le nostre forze siano insufficienti. Francamente, dubito che possiamo fare di più che mettere piccole toppe a gigantesche tragedie globali. Tuttavia, per chi come noi ha studiato fisica, è impossibile non pensare al famoso effetto farfalla: il battito d’ali di una singola farfalla in un angolo del pianeta può scatenare un uragano dall’altra parte del mondo. Ogni piccolo gesto, ogni toppa applicata con amore e convinzione, ha un’importanza incommensurabile.

Se saremo capaci di tenere il mondo intero nelle nostre menti e nei nostri cuori per raggiungere il bene comune, innescheremo una catena di conseguenze imprevedibili e straordinarie che trasformeranno la realtà ben oltre i nostri confini.

Il nostro sguardo non può fermarsi agli stretti confini del nostro Paese; esige un’ampiezza universale, perché la sofferenza umana in qualsiasi angolo del pianeta riguarda tutti noi.

Di fronte a questa cultura dello scarto e a questa vile ritirata, il Concilio Vaticano II – e Papa Leone XIV, con la forza del suo insegnamento – ci ricorda che il bene comune non è né un concetto astratto né la mera somma dell’egoismo individuale. È l’insieme delle condizioni sociali che permettono a ciascuno di realizzare appieno il proprio potenziale. Ci impone di alzare lo sguardo, di smettere di essere egocentrici e di riconoscere che i bisogni degli altri sono fondamentalmente una nostra responsabilità. Non c’è salvezza individuale né vero benessere in una società frammentata in cui ognuno agisce in modo indipendente.

Il futuro dell’umanità non si decide negli uffici degli algoritmi o con leggi che si sottraggono all’impegno verso i più vulnerabili, ma con il coraggio quotidiano di ciascuno di noi di collaborare con Dio e con i nostri fratelli e sorelle nella costruzione di un mondo veramente umano. È tempo di demolire i muri del nostro piccolo mondo. La dignità della persona, la teologia della cura e la difesa incondizionata della vita – dal livello locale alle dimensioni globali dell’effetto farfalla – non ammettono eccezioni, compromessi o mezze misure.

Eloy Asenjo Carpintero

(Madrid, 1965) es Licenciado en Ciencias Físicas por la Universidad Autónoma de Madrid (1988) y docente de Enseñanzas Medias en las áreas de Matemáticas, Física e Informática. Con experiencia como consultor en e-learning e implantación de tecnologías educativas, actualmente imparte clases en el Colegio María Teresa de Alcobendas y desarrolla recursos didácticos interactivos para la enseñanza de las ciencias en Secundaria y Bachillerato.