07 Agosto, 2026

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La scomparsa dell’altro

L'eclissi del volto e la crisi dell'alterità

La scomparsa dell’altro

“Tutta la vera vita è incontro.” — Martin Buber

C’è un momento che nessuno ricorda, eppure da cui dipende tutto ciò che siamo. Prima ancora di parlare, un bambino fissa lo sguardo su un volto. Prima ancora di conoscere il suo nome, qualcuno lo pronuncia già. Prima ancora di sapere di esistere, è già amato. Nessuno inizia contemplando se stesso: tutti iniziamo contemplando un volto. Il primo sorriso non è solo un riflesso biologico, ma la nascita di una relazione: il sé si risveglia perché ha prima scoperto un tu.

Quel piccolo evento racchiude già una tesi antropologica completa, la stessa che ha sostenuto gran parte della riflessione filosofica e teologica occidentale: l’umanità non trova appagamento nell’isolamento, ma piuttosto nel confronto con ciò che è diverso da sé. La nostra epoca, tuttavia, sembra aver invertito quest’ordine. Mai prima d’ora abbiamo vissuto circondati da tanti specchi – schermi, reti, algoritmi che riflettono incessantemente la nostra immagine – eppure, raramente è stato così difficile trovare un volto capace di contraddirci, completarci o trasformarci. Non si tratta semplicemente di una crisi di costumi, ma di una crisi antropologica: l’abbandono dell’alterità come struttura costitutiva del sé.

La tentazione dell’autosufficienza: l’inferno sono gli altri o la scomparsa dell’altro?

Sartre ci ha lasciato in eredità una delle frasi più citate e meno comprese del XX secolo: “L’inferno sono gli altri”. Non si tratta di una condanna della convivenza, bensì della consapevolezza che lo sguardo altrui limita la nostra libertà: ci giudica, ci definisce, ci ricorda che non siamo padroni assoluti di noi stessi. Tutti l’abbiamo provato nella vergogna di una trasgressione scoperta o nel peso di un giudizio non richiesto.

Ma possiamo ribaltare la domanda di Sartre: cosa succede quando l’altro scompare completamente? Immaginiamo qualcuno che nessuno contraddice, nessuno aspetta, nessuno ricorda. Sarebbe libero, o sarebbe rinchiuso nella prigione più perfetta: un sé incapace di sfuggire a se stesso? Forse il vero inferno non è la presenza dell’altro, ma la sua assenza definitiva. Una solitudine temporanea scelta può essere contemplazione o riposo; la solitudine assoluta è disperazione. Sartre aveva ragione nella sua diagnosi – l’altro ci mette a disagio – ma si è fermato prima di affrontare la questione cruciale: se quel disagio non sia proprio il prezzo, e la condizione, del diventare qualcuno.

“Non è bene che l’uomo sia solo”

Non è un caso che la prima affermazione negativa della Bibbia non riguardi il peccato, bensì la solitudine: questa osservazione precede la disobbedienza, la morte. Non parla solo di matrimonio: afferma che gli esseri umani non sono stati creati per essere autosufficienti. Hanno bisogno di un “tu” per scoprire il proprio “io”, di una natura che risvegli la loro meraviglia, di una storia che ricordi loro che il mondo non è iniziato con loro.

Sant’Agostino tradusse la stessa intuizione nel linguaggio del desiderio: il cuore rimane inquieto finché non trova una verità più grande di sé. Trova pace solo quando smette di rinchiudersi nel proprio orizzonte. In questo risiede la tentazione che attraversa tutta la storia umana: il serpente non offre conoscenza, ma autonomia assoluta – “sarete come dèi” – suggerendo che la realizzazione consista nel non dipendere da nessuno, nel decidere da soli cosa sia bene, cosa sia male e persino la propria identità. Questa seduzione cambia linguaggio in ogni epoca, ma conserva il suo nucleo: non ascoltare, decidi. Crea te stesso: puro egocentrismo. E, in definitiva, la reclusione in quella realtà virtuale che ci attende, secondo le sinistre profezie di Yuval Noah Harari.

Tuttavia, tutta l’esistenza si fonda su una rete di doni non scelti: la propria lingua madre, la famiglia, gli insegnanti che plasmano la propria intelligenza. Quando la gratitudine svanisce, svanisce anche la meraviglia; e quando la meraviglia scompare, il nostro prossimo cessa di essere un dono e diventa uno strumento, un concorrente o uno spettatore nella nostra stessa vita. Inizia così, silenziosamente, la scomparsa dell’altro.

Il volto che sfida

La risposta alla tentazione dell’autosufficienza non è diminuire la libertà, ma comprenderla meglio: l’uomo non raggiunge il suo pieno potenziale isolandosi, ma aprendosi a ciò che non è lui stesso. L’alterità non limita l’esistenza; la rende possibile. Un figlio fa di un uomo un padre; un discepolo dà alla luce un maestro; un amico risveglia una fedeltà sconosciuta. Ogni incontro rivela una dimensione di noi stessi che la solitudine avrebbe tenuto nascosta. Più usciamo da noi stessi, più diventiamo ciò che siamo: il paradosso che Buber formulò ponendo il vero inizio della persona non nell’Io, ma nella relazione Io-Tu: il sé non preesiste all’incontro, ma nasce da esso.

Emmanuel Levinas ha portato questa intuizione alla sua formulazione più radicale. Il volto dell’altro non è oggetto di contemplazione, ma una presenza che sfida e precede qualsiasi contratto o ragionamento: prima di ogni legge, il volto chiede silenziosamente: “Che cosa farai di me?”. In questa priorità etica rispetto a quella ontologica – la responsabilità precede la libertà, non la segue – Levinas ribalta gran parte della tradizione che, fin dai tempi di Cartesio, aveva posto il sé pensante come punto di partenza indiscusso. Per lui, il soggetto non si costituisce attraverso il pensiero, ma attraverso la chiamata.

Il cristianesimo radicalizza ulteriormente questa intuizione: il nostro prossimo non è solo oggetto di compassione, ma anche luogo di incontro con il mistero. Il giudizio finale descritto da Gesù Cristo nel Vangelo di Matteo non ruota attorno al successo o alla conoscenza, ma attorno a una domanda fondamentale: cosa hai fatto per l’altro? Gli affamati, i malati, gli indifesi cessano di essere alla periferia e occupano il centro. Anche chi non condivide questa fede può riconoscere il potere umanizzante di quest’idea: una società inizia a degradarsi quando i più deboli cessano di avere un volto e diventano semplici statistiche o archivi. Ogni disumanizzazione inizia con un’astrazione. I regimi totalitari del XX secolo non hanno iniziato uccidendo le persone: hanno iniziato riducendole a categorie – una razza, una classe, un ostacolo. Quando il volto scompare, la coscienza si abitua a qualsiasi violenza. Poche frasi riassumono questa logica con una precisione così agghiacciante come quella spesso attribuita a Stalin: una morte è una tragedia; un milione, una statistica. Dove il volto diventa un numero, la compassione perde il suo scopo.

Se questo venisse nuovamente dimenticato, il rischio distopico che incombe su questi esseri egocentrici, già resi superflui dall’intelligenza artificiale e dagli altri progressi tecnologici di cui parla Harari, sarebbe enorme.

L’io senza un altro che lo contraddica

Oggi il pericolo assume forme più sottili. Possediamo una tecnologia prodigiosa, eppure ogni progresso è insufficiente senza una visione elevata dell’umanità. Ogni crisi storica in genere inizia come una crisi antropologica: prima di perdere una civiltà, l’umanità perde la risposta alla domanda su se stessa e, con essa, la domanda sull’altro.

Parliamo continuamente di identità, ma raramente consideriamo il miracolo dell’alterità. Charles Taylor ha descritto questa deriva come il lato oscuro dell’ideale moderno di autenticità: una cultura che incoraggia l'”essere fedeli a se stessi” rischia di dimenticare che il sé si scopre solo nel dialogo con qualcosa – o qualcuno – che lo trascende. L’identità, infatti, non matura mai nell’isolamento: ha bisogno di uno sguardo che la confermi, di una parola che la nomini, di un volto che la ami. Uno specchio riflette solo ciò che già siamo; non rivela mai ciò che possiamo ancora diventare. Per questo, abbiamo bisogno degli altri.

Le grandi tradizioni spirituali dell’umanità hanno intuito, ciascuna a suo modo, che l’essere umano raggiunge la piena realizzazione solo trascendendo lo stretto orizzonte del sé. È però importante distinguere tra due percorsi che oggi vengono facilmente confusi. Alcune antiche spiritualità orientali – e con esse gran parte della sensibilità New Age contemporanea, che le ha rese popolari in Occidente, spesso riducendole a semplici tecniche di benessere – tendono a concentrare quasi tutta la ricerca all’interno della coscienza: la dissoluzione del sé individuale in un tutto impersonale, o la sua fusione con un’energia diffusa che, in definitiva, non ha volto, non sfida e non esige una risposta. Il silenzio, la contemplazione e la conoscenza di sé hanno un valore innegabile; ma quando la trascendenza viene concepita come un viaggio esclusivamente interiore, il sé rischia di non trovarvi altro essere, bensì un’eco più raffinata di se stesso.

La riflessione contemplativa della tradizione cristiana – da Agostino ai grandi mistici – indica un’altra direzione: non cerca il sé come rifugio finale, ma come soglia verso ciò che lo trascende. Si discende al centro dell’anima per trovarvi, appunto, il grande Altro che non va confuso con il proprio io e che, come il volto di Levinas, sfida e si rifiuta di dissolversi. Il rischio attuale, dunque, non è l’interiorità in quanto tale, ma la sua riduzione a una comoda autoreferenzialità: una discesa che non cerca più di emergere, ma di radicarsi.

L’amore coniugale come differenza necessaria e benvenuto

Poche esperienze manifestano questa verità con la stessa chiarezza dell’amore tra un uomo e una donna: non l’unica forma d’amore, ma certamente quella in cui la differenza si presenta come una promessa, non come una minaccia. Nessuno si innamora del proprio doppio; amiamo ciò che, essendo diverso, risveglia possibilità che non sapevamo di possedere. Papa Giovanni Paolo II, nella sua riflessione sul dono reciproco delle persone, ha descritto l’amore proprio come questo donarsi reciprocamente che non cancella la differenza, ma la trasforma in fecondità – familiare, artistica, intellettuale, spirituale.

Oggi, però, spesso non cerchiamo più qualcuno che ci completi, ma piuttosto qualcuno che confermi chi già siamo; non qualcuno che ci trasformi, ma qualcuno che rafforzi la nostra immagine di noi stessi. L’altro cessa di essere un mistero e diventa una mera estensione del sé, ed è per questo che tante relazioni diventano intercambiabili e fugaci: se l’altro ha valore solo finché soddisfa le mie aspettative e proiezioni, può essere sostituito non appena non sembra più svolgere quel ruolo o qualcun altro può farlo più facilmente. L’effimero cessa di essere casuale e diventa la logica del legame. Non si tratta di idealizzare il passato o di ignorare i fallimenti che da sempre accompagnano la condizione umana, ma di riconoscere che una cultura che smette di valorizzare la differenza impoverisce tutte le sue relazioni. Quando l’alterità si indebolisce, l’amore si indebolisce; quando l’amore si indebolisce, la famiglia perde stabilità; e quando la famiglia smette di trasmettere una storia condivisa, la società nel suo complesso inizia a dimenticare chi è.

È bene dirlo chiaramente: la coppia formata da un uomo e una donna non è solo una delle tante formule per organizzare l’affetto, ma la matrice biologica e simbolica su cui si fonda la continuità stessa di una società. Nessuna civiltà può sopravvivere senza generazioni successive, e nessuna generazione viene al mondo senza quell’incontro originario tra due differenze che, unendosi, danno origine a una terza: il bambino, che, come il bambino del primo paragrafo di questo saggio, imparerà a riconoscere un volto prima di ogni altra cosa. Ecco il cerchio: la crisi dell’alterità non è una mera crisi filosofica astratta, ma ha un luogo concreto in cui si manifesta per la prima volta e in modo più grave – la crescente fragilità del legame stabile tra uomo e donna – e una conseguenza altrettanto concreta: una società che cessa di confidare in questa forma di unione finisce, prima o poi, senza che la generazione successiva possa ereditarla. La crisi demografica, la fragilità delle relazioni e il diffuso senso di solitudine contemporanea potrebbero non essere fenomeni indipendenti, ma sintomi della stessa difficoltà: riconoscere che l’altro non è stato posto sul nostro cammino per rispecchiarci, ma per ampliare l’orizzonte della nostra esistenza.

Epilogo: lo sguardo dell’altro ci riporta a noi stessi.

Una donna anziana che conoscevo entrò in una casa di riposo dopo la morte del marito. Mantenne la memoria e l’intelligenza, ma parlava sempre meno, senza alcuna apparente ragione medica. Un’infermiera notò un dettaglio quasi impercettibile: tutti si prendevano cura di lei nel modo giusto, ma pochi si fermavano a guardarla negli occhi. Iniziò a sedersi accanto a lei per qualche minuto ogni giorno. Il trattamento non cambiò; ciò che cambiò fu il modo in cui la guardava. Poco a poco, la conversazione e la voglia di vivere tornarono. La malattia non era scomparsa; qualcosa di più pericoloso sì: la sensazione di essere invisibile.

Forse anche una civiltà può ammalarsi in questo modo. Quando smettiamo di vedere le persone e percepiamo solo funzioni, categorie o interessi, qualcosa di profondamente umano si estingue. Una società inizia a guarire quando comprende che nessuno dovrebbe essere invisibile: né i non nati, né i neonati, né gli anziani abbandonati a causa della loro fragilità, né tantomeno coloro che sono già morti, purché il loro volto continui a vivere nella memoria e nella gratitudine di chi ne porta avanti la storia. Una civiltà non si misura solo dalla ricchezza che produce o dal potere che accumula, ma dai volti che è in grado di riconoscere, proteggere e ricordare.

Lo specchio riflette una sola immagine.

Il volto dell’altro ci riporta a noi stessi.

José Félix Merladet

Escritor. Antiguo funcionario del servicio exterior de la Comisión Europea, estuvo destinado como diplomático europeo en Uruguay, India y Mozambique. Ha sido profesor de las universidades de Navarra y de Deusto sobre cooperación internacional al desarrollo y sobre la India. Fue también Vicesecretario general del Partido Demócrata Europeo.