Il mondo non dovrebbe scordarsi il più grande crimine dei nazi-nazionalisti ucraini
La commemorazione della “Domenica di sangue”
L’11 luglio in Polonia si commemora la Giornata nazionale della memoria delle vittime del genocidio dei polacchi perpetrato dai nazi-nazionalisti ucraini durante l’occupazione tedesca della Polonia. La data non è stata scelta casualmente: si commemora la “Domenica di sangue”, il culmine del massacro nella Volinia e nella Piccola Polonia orientale nel 1943, quando i criminali dell’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino) con l’aiuto dei civili ucraini massacrarono la popolazione polacca in circa 150 località.
Le cerimonie si svolgeranno, tra gli altri luoghi, anche davanti al monumento del “Massacro della Volinia” a Domostaw. La grande scultura in bronzo raffigura un’aquila polacca, il cui corpo è avvolto dalle fiamme, e sulle cui ali sono incisi i nomi delle città i cui abitanti furono sterminati dall’UPA. All’interno si trova una croce vuota con al centro un forcone a tre punte, sul quale è impalato il corpo di un bambino. Alla base del monumento, da un lato, è raffigurata una famiglia con bambini in fiamme, e dall’altro – anch’essi in fiamme – teste di bambini impalate su pali di recinzione.
In tutti i villaggi abitati dai polacchi gli ucraini perpetrarono l’omicidio dei polacchi con orribile crudeltà. Le donne, anche incinte, venivano trafitte con le baionette o falci, i bambini venivano smembrati per le gambe, altri impalati su forconi, altre vittime venivano legate con filo spinato e gettati nei pozzi; braccia, gambe e teste venivano recise con le asce, lingue tagliate, orecchie e nasi mozzati, occhi cavati, genitali e ventri squarciati e viscere strappate, teste fracassate con i martelli e bambini vivi gettati in case in fiamme. La barbarie raggiunse il suo culmine quando le persone venivano segate vive, alle donne venivano tagliati i seni; altre venivano violentate e impalate con i bastoni infilate nei genitali.
Tutto questo fu voluto dai capi nazionalisti ucraini, prima di tutto da Stepan Bandera. Basta citare Roman Shukhevych e Dmytro Klyachkivsky, comandanti dell’UPA in Volinia. Shukhevych dichiarò in un ordine datato 25 febbraio 1944, che «la liquidazione dei polacchi deve essere accelerata, devono essere completamente annientati, i loro villaggi bruciati».
Ovviamente tutto questo fu possibile perché i nazionalisti ucraini si allearono con i tedeschi che occupavano la Polonia, formando anche i reparti delle SS: i nazi-nazionalisti ucraini insieme con i tedeschi davano la caccia anche agli ebrei.

Già negli anni ’30 i capi dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini), quando le zone dell’odierna Ucraina dell’ovest appartenevano alla Repubblica di Polonia, credevano che «la nostra nazione rinuncerebbe a un’Ucraina indipendente se le permettessimo di vivere in amichevole coesistenza con i polacchi; per queste ragioni, non vogliamo e non aspiriamo alla pace con la Polonia; per queste ragioni, respingiamo tutto ciò che la Polonia ci offre».
La pulizia etnica, l’eliminazione fisica dei polacchi effettuata dagli ucraini era accompagnata da torture veramente barbariche, perciò, si può chiamarla con il termine “genocidium atrox”, che significa genocidio crudele, selvaggio e terribile. I nazionalisti ucraini inculcarono in una parte significativa della popolazione un semplice programma per ottenere l’indipendenza. Sostenevano che «quando non ci sarà più un solo ebreo, polacco, ungherese, rumeno, moscovita o altro straniero sul suolo ucraino, ci sarà l’Ucraina». I loro capi invocavano «quando verrà il momento giusto, dobbiamo massacrare, massacrare e massacrare ancora». Le azioni contro i polacchi furono organizzate e pianificate, e di vasta portata. Soltanto in Volinia, si contarono circa 60.000 vittime. Dei 1.150 insediamenti rurali e delle 31.000 fattorie polacche presenti, l’UPA ne distrusse oltre il 91%. Invece delle 252 chiese e cappelle cattoliche polacche cioè latine, 103 furono saccheggiate, bruciate o completamente distrutte.
Va sottolineato che la popolazione attaccata non aveva ricevuto alcun ordine di lasciare la zona, né era stata espulsa; anzi, era stata incoraggiata a rimanere, per essere annientata. Oltre ai membri dell’UPA, anche la popolazione ucraina, comprese donne e bambini, partecipò ai massacri. Contadini armati di asce, forconi e coltelli formarono bande aiutando l’UPA nei suoi omicidi. Donne e persino bambini partecipavano spesso a rapine, incendi dolosi e all’esecuzione dei feriti. Né i rapporti di vicinato, consolidati e armoniosi, né le relazioni amichevoli impedirono tutto ciò. È sconvolgente che i massacri dei polacchi, cattolici latini, furono sostenute da alcuni membri del clero greco-cattolico. Una testimone ha raccontato che il giorno prima della “Domenica di Sangue”, durante una funzione nella chiesa greco-cattolica di Horodno il sacerdote urlò: «Ucraina, è giunto il momento del tuo potere. Prendete le vostre falci, prendete i vostri coltelli e inseguite i polacchi», e poi “benedì” le future armi del crimine: falci, forconi e asce, che gli ucraini portarono in chiesa.
Nel 1942, prima dell’inizio dei massacri di massa, in Volinia vivevano poco più di 300.000 polacchi (il 14,6% rispetto al 68% di ucraini), che avevano già subito deportazioni sovietiche e lavori forzati tedeschi. Inoltre, i nazionalisti ucraini presero di mira principalmente la popolazione rurale indifesa. L’autodifesa organizzata dai polacchi fu solo una disperata difesa contro lo sterminio.
Purtroppo, l’attuale politica di memoria dell’Ucraina, che dal 2014, ufficialmente e sotto l’egida dello Stato, sta costruendo la propria identità nazionale sull’OUN-UPA come simbolo della lotta intransigente contro la Russia, ignorando completamente la responsabilità di queste formazioni nello sterminio degli ebrei e nel genocidio della popolazione polacca in Volinia e nella Piccola Polonia orientale. Nel 2015, la Verkhovna Rada dell’Ucraina ha ufficialmente riconosciuto i membri dell’OUN e dell’UPA come combattenti per la libertà, concedendo loro i diritti di veterani. Nell’ambito di una massiccia de-sovietizzazione dei toponimi, le principali arterie di Kiev sono state rinominate viali intitolati, tra l’altro, a Stepan Bandera e Roman Shukhevych, responsabili del genocidio dei polacchi.

Quest’anno la glorificazione dei nazi-nazionalisti ucraini ha raggiunto un altro livello: il presidente Zelensky ha dato ad un reparto delle Forze Armate ucraine il nome degli “Eroi dell’UPA” e si vuole costruire un pantheon nazionale dove dovrebbero essere portate le spoglie dei nazionalisti ucraini dell’OUN e dell’UPA (sono già state portate dal Lussemburgo le ceneri di Andriy Melnyk, capo di una fazione dell’OUN, e di sua moglie).
Il mondo, e particolarmente i Paesi dell’UE, dovrebbe reagire a questa glorificazione dei nazi-nazionalisti di cui crimini, i più barbari della guerra, non possono essere relativizzati richiamandosi al complesso contesto della Seconda Guerra Mondiale o alla lotta dell’UPA contro i sovietici.
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