El Empedrado…
Ostaggio del tuo dolore?
La nostra società contemporanea vive un inquietante paradosso: abbiamo elevato il benessere a un assoluto, ma allo stesso tempo abbiamo perso la capacità di dare un senso alla sofferenza. Il dolore, che potrebbe essere un maestro, è stato ridotto a un nemico da cui fuggire.
Il vittimismo, così diffuso nel discorso pubblico e privato, rinchiude il soggetto nelle proprie ferite, trasformandolo in ostaggio del proprio dolore. E il presentismo assoluto, alimentato dall’immediatezza digitale e dalla logica del consumo, chiude la memoria e silenzia ogni apertura all’eterno. Conta solo l’adesso: il piacere immediato, il sollievo sui social media. In questo clima, la speranza svanisce perché non ha radici: non risponde alla memoria delle nostre origini né si proietta verso dove stiamo andando.
Due visioni, una verità
(Antonio Machado e Viktor Frankl)
Due voci, separate nel tempo, convergono verso un’intuizione comune: il dolore, lungi dall’essere solo distruzione, può diventare un ricordo fecondo e un’apertura alla trascendenza.
Dolore: ferita e possibilità
Per Machado, la malinconia nasce dalla consapevolezza del dolore umano: la fugacità della vita, la solitudine, il fallimento dei sogni. In Soledades, scrive:
“È arrivata la primavera,
nessuno sa com’era.”
Dietro l’apparente semplicità si nasconde l’angoscia di un tempo che passa senza ritorno.
Per Frankl, il dolore raggiunse la sua massima espressione nei campi di concentramento. Lì scoprì che, anche quando tutto gli viene tolto, l’uomo conserva una libertà ultima: quella di scegliere il proprio atteggiamento.
“Quando un uomo scopre che il suo destino è soffrire, dovrà accettare la sofferenza come suo compito; il suo compito unico e irripetibile.”
(V.E. Frankl, Un uomo alla ricerca di un senso della vita)
Così, sia in Machado che in Frankl, il dolore appare come una ferita che rivela l’essenziale, una porta verso le profondità dell’essere.
Le radici, la memoria e la salvezza
La malinconia di Machado si nutre di memoria. Il ricordo di un’infanzia sivigliana, del patio luminoso o del frutteto luminoso, è più che nostalgia: è la radice dell’identità.
“La mia infanzia è piena di ricordi di un patio sivigliano
e di un frutteto luminoso dove matura il limone…
La mia storia, alcuni casi non voglio ricordare” (A. Machado, Ritratto, Campi di Castiglia)
La memoria salva ciò che è stato vissuto, conserva ciò che è andato perduto e conferisce al presente una profondità unica.
Frankl trovò sostegno anche nella memoria: il volto della moglie, contemplato interiormente, era la sua forza in mezzo all’orrore.
“La salvezza dell’uomo risiede nell’amore e attraverso l’amore. L’uomo che ha conosciuto il suo destino sa che qualcuno lo sta aspettando.”
(V.E. Frankl, Un uomo alla ricerca di un senso della vita)
Memoria che salva: in Machado, fatta poesia; in Frankl, fatta forza interiore.
Trascendenza, apertura al significato
Un altro apice di questa esperienza è la trascendenza. Machado, dalla sua profondità spirituale, apre la sua poesia a un orizzonte che va oltre l’immediato:
“La notte scorsa, mentre dormivo,
ho sognato – sogno benedetto!
– che Dio era
nel mio cuore.”
(A. Machado, Proverbi e canti)
Frankl formula la stessa cosa in chiave esistenziale: l’uomo si realizza solo quando trascende se stesso, quando vive per una causa o una persona più grande di lui.
“Il successo, come la felicità, non può essere perseguito; deve arrivare… come effetto collaterale della dedizione a una causa più grande o a un’altra persona.”
(VE Frankl, Un uomo alla ricerca di un senso della vita)
Entrambi concordano: la sofferenza, aperta al trascendente, cessa di essere assurda e diventa una via verso la realizzazione.
Dolore e sofferenza
Il cuore spesso confonde le due cose. Come sottolineo in “Il Sé e le sue metafore”:
“Capire che il dente fa male, ma non soffre, fa parte della posizione personale.”
(Il Sé e le sue metafore)
Tristezza e gioia
La tristezza può divorare l’anima come la “bocca di un leone” (L’arte del buon combattimento). Ma anche, nella sua versione positiva, diventa un dono divino che conduce al pentimento e alla conversione.
La gioia, invece, è frutto di una decisione profonda, non di un momento fugace:
La falsa gioia è fugace, come “una gomma da masticare, due minuti di sapore e poi più niente”.
La vera gioia è il risultato di un viaggio che conosce povertà, fame e lacrime, ma che si trasforma in ringraziamento di fronte alle avversità.
«Rallegratevi sempre nel Signore; lo ripeto: rallegratevi».
(Fil 4,4-5)
Liberarsi dalle catene non significa eliminare il dolore, ma imparare a integrarlo come maestro. Memoria e trascendenza ci mostrano che la sofferenza può essere trasformata in significato, la tristezza in conversione e la gioia in appagamento.
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