06 Aprile, 2026

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Contemplare una scultura

Estratto da un saggio su un episodio storico della vita di San Francesco d'Assisi

Contemplare una scultura

In occasione dell’800° anniversario della sua scomparsa

Nel giardino della piazza antistante la Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, in Umbria, si erge una straordinaria scultura in bronzo dell’artista naif di Spello Norberto Proietti (1927-2009). Noto come Il  pellegrino di Assisi  , raffigura, secondo alcune fonti, il ritorno del giovane Francesco nella sua città natale dopo la tregua stabilita nella guerra intermittente con la vicina città rivale di Perugia, dopo oltre un anno di prigionia dopo la battaglia di Collestrada del novembre 1202. Tuttavia, una piccola targa viene talvolta posta a pochi metri dalla scultura, accanto alla bassa recinzione che circonda il giardino, e viene rimossa ogni dicembre per l’allestimento del presepe. Contiene un riferimento a un frammento della seconda  Vita  di San Francesco, scritta da Tommaso da Celano tra il 1246 e il 1247, che allude a un diverso episodio in cui il giovane mercante assisano, con l’aspirazione un po’ snob e frustrata a diventare cavaliere – per usare l’espressione di Jacques Dalarun – torna in patria da Spoleto. Intorno all’estate del 1205, aveva perseguito il suo anelito alla gloria cavalleresca dopo l’avventura promessa da una spedizione con l’esercito del conte Gualtiero III di Brienne nella regione della Puglia. Francesco non portò a termine questa spedizione, tuttavia, perché, sentendosi malato o indisposto, si fermò proprio nei pressi di Spoleto, una quarantina di chilometri a sud di Assisi. Lì, una visione notturna enigmatica e onirica, che fondeva l’intimo e il celeste, trasformò la sua prospettiva e gli rivelò la conseguente necessità di tornare a casa. Forse è per questo che il titolo  Il ritorno di Francesco Questo potrebbe applicarsi anche all’opera raffigurante un cavaliere senza armatura né spada, in groppa a un destriero i cui arti sono nascosti da una singolare gualdrappa che si estende fino alla base della scultura sul suo piedistallo, formando un solido blocco con il resto del corpo. Ma uno sguardo più attento all’opera rivela qualcosa di più: il cavallo rispecchia curiosamente l’atteggiamento abbattuto del suo cavaliere, il che sembra esaltare la rappresentazione dello stato d’animo del personaggio; un Francesco con la testa china verso il petto, come se fosse allo stesso tempo abbattuto e perso nei suoi pensieri, uno stato che gli impedisce di prestare attenzione al cammino che percorre molto lentamente sulla sua cavalcatura quasi immobile, di cui tiene a malapena le redini. Supponiamo che stia tornando ad Assisi, sebbene non vi sia alcuna espressione di gioia sul suo volto, e i suoi occhi, indistinguibili nella forma scura e infossata del bronzo e forse rivolti verso il basso, non vedono nulla, o meglio sembrano guardare dentro di sé, forse alla ricerca di risposte; la sua mente e il suo spirito semplicemente fluttuano o affondano tra domande penetranti e ineluttabili. Forse sta pregando o, senza escluderlo, sta ripetendo ripetutamente le parole udite in quel sogno straordinario che gli ha rivelato molto di più del suo essere, dei suoi desideri e aspirazioni di realizzazione, della sua stessa realtà e di tutto ciò di cui prima era stato inconsapevole. Il fatto che un giovane ed entusiasta aspirante cavaliere, la cui sensibilità al significato delle parole era estremamente intensa e vivida, abbia udito chiaramente i termini ”  servire”, “servo”  e  “signore”  nelle immagini che hanno invaso il suo dormiveglia deve aver turbato il suo spirito, così fiducioso nel potere delle sue illusioni, e lo ha spinto a un definitivo processo di interrogazione interiore. Quelle precise parole rimangono fondamentali per comprendere l’ideale della cavalleria e le sue motivazioni, ed essendo specificamente evidenziate nelle domande poste direttamente alla sua coscienza, non potevano essere ignorate da lui con una risposta semplice o immediata. Se intraprendere un’avventura cavalleresca offrisse una promessa di gloria, quale sarebbe questa gloria e in cosa consisterebbe? Per un Francesco carismatico, costantemente celebrato nel clima festoso della giovinezza della sua città, la brama di fama aspirava a estendersi a un’impresa eroica da compiere come cavaliere, e al desiderio di essere investito di tale dignità. Ma, con tutta quell’apparente aura gloriosa, la cavalleria, nella sua definizione primaria, implica il servizio, qualcosa di essenziale che la vanità tende sempre a trascurare. Cosa significa servire  ? Per un gentiluomo? E questa domanda diventa ancora più problematica nei passi del cammino che il giovane aveva iniziato quando fu sottilmente interrogato da una voce attraverso il misterioso dialogo della sua visione onirica: “Chi può ricompensarti meglio, il servo o il padrone?”. La domanda potrebbe forse essere ulteriormente raffinata se consideriamo la professione piuttosto che la ricompensa: chi dovrebbe seguire per servire meglio, il padrone o il servo? Indubbiamente, questo colpì profondamente Francesco. Ecco perché mi piace pensare alla scultura nella piazza della Basilica Superiore come  Il ritorno di Francesco , perché forse c’è qualcosa degli effetti di quelle rivelazioni a Spoleto che riesce a registrarsi nell’opera ispirata creata dall’artista Norberto, e che prefigura il ritorno di Francesco ai suoi sensi e il suo inizio su un percorso diverso.

Francesco cessò di essere l’uomo che era stato fino a quel momento nella sua fallita avventura cavalleresca, in seguito alla vaga idealizzazione della propria identità. Ma, paradossalmente, nel successivo cammino di dubbi e interrogativi, il suo essere sembrò farsi ancora più marcato, e il suo egocentrismo coincise con l’inizio di un altro periodo di ricerca che, seppur un po’ confuso, lo avrebbe condotto a una vera e propria presa di coscienza che non riusciva ancora a discernere. André Vauchez avrebbe definito questo periodo di profonda indagine di Francesco sul suo io interiore e sulla realtà vissuta una  svolta esistenziale , una trasformazione progressiva ma cruciale che passa dai valori cavallereschi a una vita fondata sul Vangelo. In questo senso, credo che, da una prospettiva personale, l’evento che determinò il ritorno di Francesco, già meraviglioso e decisivo secondo i suoi primi biografi, acquisisca un significato ulteriore e speciale se consideriamo come egli sentiva, leggeva e comprendeva il valore delle parole – spesso con sorprendente letteralità, nonché con un’intuizione tanto precisa quanto accurata – e come ciò possa essere messo in relazione con il suo appassionato fascino per l’ideale di cavalleria leggendaria presente nella tradizione letteraria e orale del suo tempo.

Vorrei riportare la nostra attenzione sulla scultura di Norberto e sul suo titolo. Ci viene ancora presentata l’immagine di un cavaliere, seppur singolare, ora disarmato, e non quella di Francesco nel suo consueto abito di povertà, esultante e fratello di tutte le creature, che canta lodi al Signore – una rappresentazione che ci è più familiare e che evoca anche maggiore simpatia anche dopo tanti secoli. Non è curioso? Perché soffermarsi a considerare questa immagine cavalleresca di Francesco, che, lungi dal mostrare una realizzazione eroica che non poteva raggiungere, forse alla maniera di un  condottiero  trionfante  come il Gattamelata di Donatello  , è piuttosto una figura abbattuta, indubbiamente diversa da quelle che ci ricordano la gioia, la tenerezza e l’amorevole fratellanza del santo? Cosa ci invita a fare la contemplazione di questo particolare cavaliere che torna ad Assisi? La suggestione del passo lento del cavallo, l’indifferenza del cavaliere per il cammino che percorre e quella particolare introspezione riportano alla mente la figura di altri pellegrini o cavalieri smarriti che portano dentro di sé un dolore interiore, figure che ritroviamo nella letteratura: Perceval nella sua ardua ricerca, forse anche Don Chisciotte, il Cavaliere dal Volto Addolorato, che prosegue questo dialogo attraverso il tempo in cui trascende i confini epocali. L’opera scultorea ci presenta semplicemente l’inizio della conversione di Francesco, una fase vitale che può rivelare indizi interessanti la cui interpretazione merita di essere approfondita. Così, quando leggiamo il nome  Il pellegrino di Assisi , possiamo anche coglierne la rilevanza e approfondire la portata del termine  “pellegrinaggio”  nel contesto di questo periodo della sua vita. Il 27 ottobre 2011, durante l’incontro interreligioso tenutosi ad Assisi, convocato da Benedetto XVI e intitolato ”  Pellegrini della verità, pellegrini della pace “, il rabbino David Rosen osservò che “un pellegrinaggio è, per definizione, molto più di un viaggio”. Potremmo quindi aggiungere che si tratta di uno spostamento spaziale che, nel cammino e nella scoperta dei luoghi, offre simultaneamente una corrispondente rivelazione intima nell’anima del pellegrino. “Le parole ebraiche per pellegrinaggio”, osservò Rosen, “sono  aliyah la’regel”.L’espressione significa “salita a piedi”, un concetto che aveva un significato sia letterale che spirituale: letterale perché implicava l’ascesa dai monti della Giudea al Tempio di Gerusalemme, e spirituale o simbolico nel senso di ascesa verso Dio. Pensando al pellegrino di Assisi e apprezzando la sua espressione abbattuta come un preludio, incontriamo un primo paradosso che caratterizzerà il suo modo di agire intenso e autentico. Pur concordando sostanzialmente con questa descrizione del simbolismo nella definizione di pellegrinaggio, la “traduzione” spaziale, sociale ed esistenziale del cammino che Francesco sta appena iniziando non sarà esattamente una “salita” e uno sguardo verso l’alto, ma piuttosto proporrà una direzione contraria nella sua salita sul pendio su cui proseguirà “a piedi”: una discesa dalla cavalleria e dal suo cavallo, e anche dal suo status nel  Comune  di Assisi; la sua partenza dal centro della città situata sul colle, per dirigersi verso i campi della valle e i boschi fuori dalle mura; La sostituzione della compagnia dei vecchi amici della sua agiata posizione sociale con il trattamento fraterno dei più disprezzati ed esclusi, del gradino più basso della scala sociale. Lungo i gradini della discesa da lui scelta in questo nuovo pellegrinaggio, la sua ascesa verso Dio avverrà senza dubbio.

La traduzione a cui mi riferisco si estende anche allo spostamento esistenziale a cui alludeva Vauchez, poiché per certi versi quei valori cavallereschi che avevano spinto Francesco all’avventurosa partenza acquistano un significato diverso, forse più radicale. Al di là delle metafore dei primi biografi, in cui il nuovo Francesco è visto come Cavaliere di Cristo ( miles Christi ) attraverso un percorso di ascesi spirituale e mistica, meditare sui termini associati alla cavalleria ci porta a riconsiderare le concezioni che potremmo avere sulla base delle impressioni iniziali dell’eroico e dell’eroe. Credo che, ancora una volta, la scultura di Norberto ci aiuti in questo senso, soprattutto se la confrontiamo con altre statue equestri di potenti guerrieri, come quelle dedicate nel  Quattrocento  da Donatello e Verrocchio a due diversi  condottieri . Oltre alle evidenti differenze stilistiche con la scultura del XXI secolo, le opere del  Gattamelata  e  di Bartolomeo  Colleoni  raffigurano l’eroe vittorioso delle campagne militari, pieno di energia e risolutezza, una presenza fisica che esprime potenza e implica dominio sul campo di battaglia. Chiaramente, queste figure si allineano a una nozione diffusa di eroismo, sebbene appaiano anche un po’ distanti. Max Scheler, nel suo studio dei modelli umani, sottolinea che l’eroe rappresenta valori vitali-spirituali; questo è spesso incarnato nell’immagine di forza e potenza fisica che ispira ammirazione, un’immagine che, in primo luogo, rappresenta un’aspirazione alla realizzazione umana. Francesco, il cui corpo non appariva robusto né possedeva la potenziale fisionomia di un eroe – «di statura media, piuttosto basso che alto (…) magro di carne…» scrive Tommaso da Celano nella sua  Vita Prima –, contrariamente al suo animo pieno di entusiasmo e di slancio, nutriva forse questa stessa idea di eroismo cavalleresco, da cui il suo frettoloso desiderio di partire per la Puglia, nonostante il fallito tentativo di Collestrada, l’anno di carcere a Perugia e una lunga malattia che lo afflisse nel 1204. Francesco sarebbe stato quindi ispirato da una visione di compimento che forse associava a un’esaltazione gloriosa, a un riconoscimento principesco. Certo, comprendeva che questo poteva essere solo il risultato della realizzazione della sua impresa avventurosa e del suo successo; in altre parole, del compimento di gesta valorose, del compimento di quell’azione coraggiosa ed energica che definisce l’eroismo. E qui sta il nocciolo della questione, dove la definizione dell’eroico, secondo Scheler, si specifica propriamente: non è il successo, ma «l’impeto degli atti»; l’impresa consiste nella  forma L’azione in sé è eroica, indipendentemente dalle motivazioni che la spingono a intraprenderla. Al di là di ciò che potrebbe portare alla sua esecuzione e quindi alla sconfitta o al fallimento, l’atto eroico è in sé un’espressione e una manifestazione concreta che racchiude valori che potremmo definire “oggettivi”: coraggio e altruismo, l’offerta di sé nel momento dell’azione; entrambi implicano una rinuncia a certezze vitali e comportano generosità. Nella forma eroica, l’estetica e l’etica si fondono, in particolare in una situazione critica, come quando si rischia, o ancor più quando si sacrifica la propria vita per raggiungere ciò che è considerato un bene. E in questo, sembra intravedere una realizzazione umana. Ma questa non è completa finché l’impresa non viene registrata nel canto o nella leggenda, cioè in un’altra  forma  che evoca quell’istante. Senza questa gloriosa cristallizzazione, non ci sarebbe eroismo, perché la dimora dell’eroe è la storia quando viene letta o ascoltata. Di conseguenza, il guerriero, con le sue imprese riconosciute, può diventare una figura eroica, e la celebrazione delle sue gesta lo porterebbe alla fama e forse ad altre ricompense. Don Chisciotte lo comprese chiaramente quando rifletteva continuamente sul possibile resoconto delle sue avventure che un ipotetico studioso avrebbe potuto scrivere, un’idea che, in un certo senso, si materializzò quando, nella seconda parte del romanzo, apprese non solo della pubblicazione della prima parte delle sue avventure e della sua celebre lettura, ma anche della pubblicazione dell’opera apocrifa di Fernández de Avellaneda – un problema di metanarrativa piuttosto interessante. Allo stesso modo, in alcune occasioni, le statue equestri di certe figure non sono solo tributi, ma anche inviti a ricordare il ricordo dell’eroismo. Niente di tutto ciò può essere associato a *  Il ritorno di Francesco *. All’inizio del suo viaggio in Puglia, Francesco probabilmente pensò con entusiasmo, e forse persino con noncuranza, alle sue eroiche gesta in battaglia, e di conseguenza, si vide presto ricompensato con un titolo nobiliare e i relativi onori. Ma forse aveva anche dimenticato che un guerriero non è esattamente la stessa cosa di un cavaliere, sebbene entrambi possano essere eroi. La cavalleria, almeno quella che avrebbe assunto la sua forma spirituale nel XII secolo e quella che appare nei meravigliosi racconti delle leggende arturiane, esige qualcosa di più: il valore del guerriero è orientato al servizio, e questo non può essere conciliato con la vanagloria. Francesco deve aver familiarizzato con alcune di queste storie e i loro ideali attraverso la tradizione orale di racconti e canzoni, che si può osservare in alcuni passaggi dei suoi scritti e nelle biografie scritte dai suoi contemporanei. Nei racconti in versi di Chrétien de Troyes (c. 1130-c. 1180), Yvain, Lancillotto e Perceval sono esempi della figura del  cavaliere servitore.Servono in particolar modo Re Artù e la sua giustizia, e tutte le dame e le fanciulle, aiutando coloro che sono in pericolo o nel bisogno durante le loro avventure. Perceval, con la sua ingenua partenza e la successiva conversione per continuare la sua ricerca del Graal, offre ulteriori suggerimenti quando, nella sua confessione allo zio eremita verso la fine del romanzo incompiuto, afferma la definizione consapevole della professione cavalleresca, che inizia con l’amore per Dio e continua nel servizio. Allo stesso modo, raggiungendo il suo culmine nello stesso XII secolo e coincidendo con il contesto del  fin’amors amor cortese , la poesia dei trovatori, e più tardi quella dei trovieri, usa il linguaggio del vassallaggio feudale come metafora per esprimere l’amore, tema centrale della  cançó : la parola ”  servire”  è sinonimo di ”  amare”.

Il cavaliere deve essere  un servitore  , e questo termine, a sua volta, è legato a un verbo preciso, che, nella sua metafora letterale, porta a considerare significati di maggiore trascendenza nell’ambito della cultura cristiana, oltre quello cavalleresco. In ciò risiede la differenza essenziale, una rivelazione che è al tempo stesso un interrogativo sconcertante che segna la svolta nel viaggio di ritorno di Francesco. Cos’è dunque il servizio cavalleresco? O più precisamente, come può essere compreso questo servizio alla luce della voce del Signore? A questa ricerca, possiamo anche aggiungere la domanda che Vauchez intuisce nella sua visione di questo momento della vita del giovane che desiderava essere cavaliere: “Ma chi è questo ‘Signore’, e come possiamo conoscerlo?”. La formulazione di tali interrogativi potrebbe non essere associata a statue di  condottieri , ma forse a quella di Francesco sulla via del ritorno ad Assisi, un’immagine forse più vicina al percorso di ansie e perplessità del pellegrinaggio umano.

Questa immagine di Francesco, al tempo stesso affascinato dall’ideale cavalleresco e disilluso, frustrato e forse persino deriso al suo ritorno da Spoleto – come ha acutamente osservato G.K. Chesterton – suggerisce di approfondire alcuni aspetti della vita del santo per comprenderlo meglio nel suo contesto e nel processo del suo interrogarsi interiore, della sua inquieta ricerca spirituale e delle decisioni che alla fine avrebbero plasmato la sua vita. Di conseguenza, esplorare il tema della cavalleria in San Francesco d’Assisi consente di riflettere su alcuni elementi che possono essere di interesse per comprendere un Francesco che ancora oggi ispira la ricerca umana personale; forse plasmando una visione del suo complesso processo di conversione e del suo modo unico di tradurre i valori dell’ideale cavalleresco nella vita quotidiana attraverso la luce del Vangelo, valori che poi si manifestarono nel suo originale e innovativo modo di vivere. Cerchiamo così di comprendere l’esperienza personale unica dell’amore di Dio che il santo di Assisi ha avuto: un’esperienza soggettiva di fede, di profonda emozione intima che si è tradotta in una realtà storica.

Cristian Álvarez

Doctor en Letras por la Universidad Simón Bolívar (USB) de Caracas, Venezuela, es Profesor Titular en la misma universidad. En la USB fue Decano de Estudios Generales, Jefe del Departamento de Lengua y Literatura, Director de la Editorial Equinoccio y Coordinador fundador de la Licenciatura en Estudios y Artes Liberales. Ha publicado los libros Ramos Sucre y la Edad Media (1990; 1992); Salir a la realidad: un legado quijotesco (1999); La «varia lección» de Mariano Picón-Salas: la conciencia como primera libertad (2003; 2011; 2021); ¿Repensar (en) la Universidad Simón Bolívar? (2005); y Diálogo y comprensión: textos para la universidad (2006). Para Monte Ávila Latinoamericana, preparó la edición de las Biblioteca Mariano Picón-Salas, que consta de doce volúmenes, de los cuales fueron publicados seis. Junto a su esposa Sandra López, pertenece a la Orden Franciscana Seglar en la Fraternidad La Chinquinquirá de Caracas.