14 Maggio, 2026

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Chi è responsabile del futuro?

La visione a breve termine ci impedisce di pensare alla vita, alla società e al bene comune a lungo termine

Chi è responsabile del futuro?

Viviamo immersi nel breve termine. Ci siamo abituati. La consapevolezza di noi stessi, delle nostre decisioni, dei nostri “progetti” è imprigionata in una prigione invisibile: il lungo termine ci sembra distante, astratto, irreale.

Non è un caso; in questo fenomeno convergono molti fattori: la  cultura dell’istantaneità  a cui ci sottopongono le nuove tecnologie;  i pregiudizi antimetafisici , che restringono i nostri orizzonti al mondo sensorialmente evidente;  le ansie personali e collettive  che ci costringono a salvare la pelle piuttosto che pensare alle generazioni future; o la  sete di potere  che ci spinge a imporci, come all’improvviso, sugli altri, abbandonando l’amicizia, la pazienza e il perdono.

Nella vita sociale e politica delle nazioni,  la visione a breve termine  è evidente nell’epidemia di leader autoritari che cercano di distruggere i loro avversari a tutti i costi, anche se ciò significa i mezzi più vistosi, i tradimenti più abominevoli e, naturalmente, la rinuncia ai loro principi più cari.

Gli “statisti” che affrontano la realtà con una visione a lungo termine del bene comune sono estremamente rari. In più di una società latinoamericana, si moltiplicano le espressioni “non c’è via d’uscita”, “non vediamo come”, “non ci sono le condizioni per il cambiamento”. Daniel Innerarity ha scritto di recente: “Se la modernità si è affermata come un presente superiore al suo passato, oggi ci troviamo in uno stato d’animo che presuppone che il futuro sarà peggiore del nostro presente. Non sono solo i reazionari a difendere l’idea che il passato fosse migliore; anche coloro che a sinistra prevedono un futuro catastrofico la pensano così”.

Le librerie, d’altro canto, sembrano confermarlo in modo gentile o brutale, attraverso le loro tabelle delle “nuove uscite” per l’anno 2025: The Wasteland: A World in Permanent Crisis di  Robert Kaplan ; Six Minutes to Winter di  Mark Lynas ; Global Collapse and War di  Eduardo Saxe ; o il romanzo All the Ends of the World di  Andrea Chapela .

L’umanità è davvero minacciata. Come possiamo trascendere la visione a breve termine per assumerci una vera responsabilità per il futuro? Come possiamo affrontare il futuro immediato senza sacrificare il medio e lungo termine?

Anna Rowlands , nel suo libro “Verso una politica di comunione: la dottrina sociale cattolica in tempi bui”, propone un’ipotesi. Confrontandosi con  Hannah Arendt, abbracciando alcune intuizioni potenti del teologo  Ivan Illich e la prospettiva di  Simone Weil , riesce a sottolineare che è possibile prendersi cura del futuro solo reimparando a vivere la parabola del “Buon Samaritano” in modo concreto e personale, non come un pio racconto con una morale, ma come un toccante richiamo a riconoscere che Colui che sostiene la Storia irrompe nel presente attraverso il più debole, il più povero, il più emarginato, che è mio fratello.

In questo modo, accogliendo empiricamente i feriti lungo il cammino, è possibile percepire che il presente è gravido di un futuro che implica redenzione. È così che scopriamo esistenzialmente che il male non avrà l’ultima parola. Papa  Francesco  e  Papa Leone XIV  non potrebbero essere più d’accordo su questo punto.

Rodrigo Guerra López

Doctor en filosofía por la Academia Internacional de Filosofía en el Principado de Liechtenstein; miembro ordinario de la Pontificia Academia para la Vida, de la Pontificia Academia de las Ciencias Sociales; Secretario de la Pontificia Comisión para América Latina. E-mail: [email protected]