Chateaubriand: Genio e figura fino alla tomba
Un aristocratico romantico, contraddittorio e brillante che cercò di conciliare il cristianesimo con lo spirito moderno e lasciò un segno indelebile nella letteratura e nel pensiero europei
François-René de Chateaubriand (1768-1848) è noto, tra gli altri, per Il genio del cristianesimo e le sue Memorie d’oltretomba. A metà strada tra l’ Ancien Régime e la Rivoluzione francese, ha uno spirito aristocratico e moderno. Pomposo nella forma, non si è risparmiato alcun argomento che non abbia toccato con la penna (e, in larga misura, con la vita). Come afferma Carlos Pujol nel prologo di Reflexiones y aforismos (Edhasa, 1997), il nostro autore era un cristiano di principi e sensibilità, più che di vita, nobile fino in fondo, molto disapprovato da quelli del suo rango, donnaiolo fino alla fine, volubile per natura (…). Incostante e volubile, scontento, galante e solo (p. 18). Con i capelli accuratamente spettinati, è un viaggiatore e un avventuriero, con una vena romantica, che interpreta il suo ruolo migliore: se stesso. Uno scrittore, non un notaio, che si rimodella per adattarsi al suo stile, perfezionandosi attraverso i suoi scritti.
Riflessioni e aforismi è un buon esempio del modo di scrivere e di pensare di Chateaubriand. Un’opera sciolta, con una buona dose di cinismo e disincanto. Una vita appassionata e una scrittura altrettanto vivace. “Dopotutto”, dice, “non bisogna disdegnare la gloria; nulla è più bello di essa, se non la virtù. Il culmine della felicità sarebbe unire l’uno all’altro in questa vita” (p. 70). Era chiaro su questo punto, ma i conti non tornavano. La sua apologia del cristianesimo dimostra le sue grandi aspirazioni, pur non essendo un modello di moralità. Faceva parte – come sottolinea argutamente Marc Fumaroli nella postfazione al piccolo libro Amore e vecchiaia (Acantilado, 2013) – della comunità letteraria dei grandi peccatori, una via di mezzo tra l’errore dell’Illuminismo e quello del rigorismo (vedi pp. 45-52). Un uomo del suo tempo, consapevole di dover superare le proprie debolezze e cattiverie.
Il Genio del Cristianesimo (Ciudadela Libros, 2008) è un libro che continua a essere pubblicato. Originale nella sua struttura, mette in luce l’ampia cultura dell’autore, poiché rappresenta il messaggio cristiano in dialogo con la cultura universale. “Chateaubriand – per usare le parole di Jules Lemaître (Chateaubriand in dieci lezioni. El Cuaderno de Cabecera, 2018, edizione Kindle) – fu indubbiamente un non credente tra i venti e i trent’anni. Nel 1798, forse era nichilista. E poi scrisse Il Genio del Cristianesimo. Cos’era successo? Non ci fu una “notte” alla Pascal; altrimenti, ce l’avrebbe detto. Fu profondamente commosso dalla morte di sua madre e da ciò che sua madre aveva sofferto per lui. La sua conversione fu determinata, o accelerata, dal desiderio di scrivere il libro ristoratore che tutti attendevano.” La sua, ovviamente, non fu una conversione alla San Paolo. Sensibilità cristiana, certo, ma la spina della carne lo accompagnò per tutta la vita.
Concludo con questo aforisma del nostro ineffabile autore: “Ci sono due tipi di rivoluzionari: alcuni desiderano la Rivoluzione e la Libertà: sono la minoranza; altri desiderano la Rivoluzione e il Potere: sono la stragrande maggioranza” (p. 31). Questa riflessione ci è familiare; basta guardare la scena politica internazionale di tanti paesi dove abbonda l’opportunismo alla ricerca del potere e del denaro. C’è un grande desiderio di successo a qualsiasi prezzo, in molti casi; d’altra parte, ben poco desiderio di servizio e altruismo. Quest’ultimo richiede abnegazione e magnanimità, virtù rare nella società dello spettacolo. Chateaubriand non aveva alcun attaccamento al denaro, e sembra che avesse ragione quando affermava che “se la politica non è una religione, non è niente”.
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