17 Aprile, 2026

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Cardinale Arizmendi: l’eutanasia è omicidio

Accompagnare i malati incurabili con amore: cure palliative, significato della sofferenza e unione con la Croce di Cristo

Cardinale Arizmendi: l’eutanasia è omicidio

Il cardinale  Felipe Arizmendi, vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas e responsabile della Dottrina della fede presso la  Conferenza episcopale messicana (CEM), offre ai lettori di Exaudi il suo articolo settimanale.

FATTI

Negli ultimi giorni, si è tornati a insistere sul riconoscimento del diritto a quella che chiamano una morte dignitosa  nelle leggi del nostro Paese  ; ovvero il diritto di una persona con una malattia terminale, o che per qualsiasi motivo non desidera più vivere, di firmare una  direttiva anticipata  che richieda la sospensione di ogni trattamento e le consenta di morire, o di ricevere farmaci per porre fine alla propria vita. Lo descrivono come  un atto d’amore  per qualcuno che non desidera più vivere perché soffre molto a causa della sua malattia, o perché apparentemente non esiste una cura. Chiamano questa iniziativa legale  “trascendere”,  che significa andare oltre, anche se non so cosa significhi per loro questo “oltre”. Chi di noi si oppone a questa pratica viene etichettato come disumano, come se fossimo incapaci di comprendere il dolore di qualcuno che è stanco di soffrire. Tecnicamente, si chiama eutanasia, anche se non vogliono chiamarla così a causa della reazione sociale che la loro iniziativa potrebbe incontrare, ma in pratica equivale a un suicidio.

Discutendo di questi argomenti, un’infermiera mi ha detto:  Il comandamento ‘Non uccidere’ è vero; ma i malati di cancro urlano di dolore. Anche questo è triste. O i pazienti in morte cerebrale intubati per mesi, con il corpo ricoperto di piaghe… Vorresti essere così? Lo vedo ogni giorno ed è straziante. Ci sono così tante cose da considerare… Le donazioni di organi salverebbero tante vite se le persone donassero; comunque, una volta morti, a cosa ci servono?”.  Questo è molto reale, e non possiamo essere insensibili a questa sofferenza, ma la fede cristiana ci offre un’altra prospettiva.

FULMINE

Per i non credenti, l’eutanasia sarebbe una soluzione; ma per noi, seguaci di Gesù, il suo esempio è la nostra via. Quando soffriva molto sulla croce, quasi in agonia, gli offrirono un farmaco per alleviare il dolore, ma non appena lo assaggiò e capì di cosa si trattasse, lo rifiutò (cfr Mc 15,23). Unirci alle sofferenze di Gesù e offrire con Lui il nostro dolore, ha un significato redentivo per noi stessi, per il nostro popolo e per tutta l’umanità. Con Cristo, la sofferenza ha una dimensione trascendente e redentrice (cfr Col 1,24). Questo, tuttavia, è incomprensibile per i non credenti.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma quanto segue:

« Coloro la cui vita è diminuita o indebolita hanno diritto a un rispetto speciale. Le persone malate o disabili devono essere assistite affinché possano condurre un’esistenza il più normale possibile  (2276) . Qualunque siano i motivi e i mezzi, l’eutanasia diretta consiste nel porre fine alla vita di persone disabili, malate o morenti. Essa è moralmente inaccettabile. Pertanto, qualsiasi azione od omissione che, di per sé o intenzionalmente, causi la morte allo scopo di eliminare la sofferenza, costituisce un omicidio gravemente contrario alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. Un errore di giudizio, in cui si sia eventualmente incorsi in buona fede, non cambia la natura di questo atto omicida, che deve essere sempre respinto ed escluso  (2277)».

L’interruzione di trattamenti medici gravosi, pericolosi, straordinari o sproporzionati rispetto ai risultati può essere legittima. Interrompere tali trattamenti è un rifiuto dell’“accanimento terapeutico”. Ciò non significa causare la morte; significa accettare l’impossibilità di impedirla. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne è competente e capace, o altrimenti da chi ne ha diritto, sempre nel rispetto della ragionevole volontà e dei legittimi interessi del paziente (2278). Anche se la morte è considerata imminente, le cure ordinarie dovute a un malato non possono essere legittimamente interrotte. L’uso di analgesici per alleviare le sofferenze del morente, anche a rischio di abbreviarne la vita, può essere moralmente conforme alla dignità umana se la morte non è intesa, né come fine né come mezzo, ma semplicemente prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata di carità disinteressata. Per questo motivo, vanno incoraggiate (2279).

Il Dicastero per la Dottrina della Fede, nella Dichiarazione  Dignitas infinita  sulla dignità umana, del 2 aprile 2024, afferma:

«C’è un caso particolare di violazione della dignità umana, più silenzioso, ma che sta prendendo piede. Esso ha la peculiarità di utilizzare una concezione errata della dignità umana per rivoltarla contro la vita stessa. Questa confusione, oggi molto comune, viene alla luce quando si discute di eutanasia. Ad esempio, le leggi che riconoscono la possibilità dell’eutanasia o del suicidio assistito sono talvolta chiamate “atti di morte dignitosa”. L’idea che l’eutanasia o il suicidio assistito siano compatibili con il rispetto della dignità della persona umana è diffusa. Di fronte a ciò, va ribadito con forza che la sofferenza non fa perdere al malato quella dignità che gli è intrinsecamente e inalienbilmente, ma può diventare occasione per rafforzare i legami di reciproca appartenenza e per prendere maggiore consapevolezza di quanto ogni persona sia preziosa per l’intera umanità»  (51).

Certamente, la dignità del malato, in condizioni critiche o terminali, esige che tutti compiano gli sforzi opportuni e necessari per alleviarne la sofferenza mediante cure palliative adeguate, evitando ogni accanimento terapeutico o intervento sproporzionato. Tale cura risponde al «dovere costante di comprendere i bisogni della persona malata: il bisogno di assistenza, il bisogno di sollievo dal dolore, i bisogni emotivi, affettivi e spirituali». Ma tale sforzo è del tutto diverso, anzi contrario, alla decisione di porre fine alla propria vita o a quella altrui sotto il peso della sofferenza. La vita umana, anche nel suo stato doloroso, porta con sé una dignità che deve essere sempre rispettata, che non può essere perduta e il cui rispetto rimane incondizionato. Non ci sono, infatti, condizioni in assenza delle quali la vita umana cessi di essere degna e possa quindi essere soppressa: «la vita ha la stessa dignità e lo stesso valore per ogni persona: il rispetto per la vita altrui è lo stesso che si deve alla propria esistenza». Aiutare una persona suicida a togliersi la vita è, pertanto, un’offesa oggettiva alla dignità di chi lo chiede, anche se il suo desiderio viene esaudito: «Dobbiamo accompagnare le persone nel loro morire, ma non causare la morte né assistere alcuna forma di suicidio. Ricordo che il diritto alla cura e all’assistenza a tutti deve essere sempre prioritario, in modo che i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati. La vita è un diritto, non la morte, che va accolta, non dispensata. E questo principio etico riguarda tutti, non solo i cristiani o i credenti». Come è già stato detto, la dignità di ogni persona, per quanto debole o sofferente, implica la dignità di tutti»  (52).

AZIONI

Accompagniamo con amore e responsabilità i malati terminali, che a volte si disperano; assicuriamo loro l’accesso alle cure palliative e aiutiamoli a trovare un senso al loro dolore, unendo la loro sofferenza alla croce di Cristo per la redenzione del mondo.

Cardenal Felipe Arizmendi

Nacido en Chiltepec el 1 de mayo de 1940. Estudió Humanidades y Filosofía en el Seminario de Toluca, de 1952 a 1959. Cursó la Teología en la Universidad Pontificia de Salamanca, España, de 1959 a 1963, obteniendo la licenciatura en Teología Dogmática. Por su cuenta, se especializó en Liturgia. Fue ordenado sacerdote el 25 de agosto de 1963 en Toluca. Sirvió como Vicario Parroquial en tres parroquias por tres años y medio y fue párroco de una comunidad indígena otomí, de 1967 a 1970. Fue Director Espiritual del Seminario de Toluca por diez años, y Rector del mismo de 1981 a 1991. El 7 de marzo de 1991, fue ordenado obispo de la diócesis de Tapachula, donde estuvo hasta el 30 de abril del año 2000. El 1 de mayo del 2000, inició su ministerio episcopal como XLVI obispo de la diócesis de San Cristóbal de las Casas, Chiapas, una de las diócesis más antiguas de México, erigida en 1539; allí sirvió por casi 18 años. Ha ocupado diversos cargos en la Conferencia del Episcopado Mexicano y en el CELAM. El 3 de noviembre de 2017, el Papa Francisco le aceptó, por edad, su renuncia al servicio episcopal en esta diócesis, que entregó a su sucesor el 3 de enero de 2018. Desde entonces, reside en la ciudad de Toluca. Desde 1979, escribe artículos de actualidad en varios medios religiosos y civiles. Es autor de varias publicaciones.