20 Maggio, 2026

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Cardinale Arizmendi: Compito del nuovo anno: i poveri

Cercate di essere vicini a coloro che soffrono più di voi e fate qualcosa per aiutarli

Cardinale Arizmendi: Compito del nuovo anno: i poveri

Il cardinale  Felipe Arizmendi, vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas e responsabile della Dottrina della fede presso la  Conferenza episcopale messicana (CEM), offre ai lettori di Exaudi il suo articolo settimanale.

FATTI

Stiamo iniziando un nuovo anno, il 2026. Per alcuni, rimangono solo i ricordi delle avventure vissute durante le vacanze passate. Nessun ripensamento sui buoni propositi per essere migliori; solo attesa delle prossime vacanze e pianificazione di nuove destinazioni. Non si preoccupano degli altri, di quelli che non vanno mai in vacanza, di quelli che soffrono costantemente le difficoltà. I ​​poveri? Lasciamo che sia il governo a prendersi cura di loro… Questa è la loro giustificazione! Un nuovo hanno afflitto da egoismo e ingiustizia: sarà migliore?

Per chi vuole vivere quest’anno e tutti i suoi anni al massimo, Gesù ci insegna che non possiamo voltare le spalle agli altri, a cominciare dalla nostra famiglia, ma dobbiamo aprire il cuore ai poveri, ai malati, agli anziani, ai carcerati, ai migranti, ai sottoccupati, e così via. Solo donando la vita a chi soffre abbiamo veramente vita, e quest’anno sarà migliore! Scusate se insisto ancora su questo punto; è perché la pienezza di questo nuovo anno dipende anche da questo.

FULMINE

Papa Leone XIV, nella sua esortazione  Dilexi te, sull’amore  per i poveri, sottolinea in modo molto concreto ed evangelico questa dimensione della nostra fede, che non si riduce alla mera assistenza, ma esige anche la lotta per un cambiamento delle strutture:

«Solidarietà è anche lottare contro le cause strutturali della povertà, della disuguaglianza, della mancanza di lavoro, di terra e di casa, della negazione dei diritti sociali e lavorativi. È affrontare gli effetti distruttivi dell’impero del denaro… Superare quell’idea di politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserite in un progetto che riunisca i popoli»  (81).

«Cristo nostro Salvatore non solo ha amato i poveri, ma “da ricco che era, si è fatto povero per voi”, ha vissuto in povertà, ha incentrato la sua missione sull’annuncio ai poveri della loro liberazione e ha fondato la sua Chiesa come segno di quella povertà tra gli uomini. La povertà di tanti fratelli e sorelle reclama giustizia, solidarietà, testimonianza, impegno, fatica e miglioramento di sé per la piena realizzazione della missione salvifica affidata da Cristo. Dobbiamo non solo condividere la condizione dei poveri, ma anche stare dalla loro parte, impegnandoci con impegno per il loro sviluppo integrale» (89).

«È necessario continuare a denunciare la “dittatura di un’economia che uccide” e riconoscere che, mentre i profitti di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza restano sempre più indietro rispetto al benessere di questa felice minoranza… La situazione di miseria di tante persone a cui questa dignità è negata deve essere un costante richiamo alla nostra coscienza»  (92).

«È responsabilità di tutti i membri del popolo di Dio far sentire, in modi diversi, una voce che risveglia, che denuncia e che si espone, anche a costo di apparire “stupidi”  (97).  La conversione spirituale, l’intensità dell’amore per Dio e per il prossimo, lo zelo per la giustizia e la pace, il senso evangelico dei poveri e della povertà, sono richiesti a tutti, e in modo speciale ai pastori e a quanti ricoprono incarichi di responsabilità  (98).  L’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri è implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà»  (99).

«La cura dei poveri fa parte della grande Tradizione della Chiesa, come un faro di luce che, a partire dal Vangelo, ha illuminato i cuori e i passi dei cristiani di tutti i tempi. Pertanto, dobbiamo sentire l’urgenza di invitare tutti a immergersi in questo fiume di luce e di vita che nasce dal riconoscimento di Cristo nel volto dei bisognosi e di quanti soffrono. L’amore per i poveri è un elemento essenziale della storia di Dio con noi e, dal cuore della Chiesa, prorompe come un appello continuo nel cuore dei credenti. La Chiesa, come Corpo di Cristo, sente la vita dei poveri come la propria “carne”, perché essi sono una parte privilegiata del popolo in cammino. Per questo, l’amore per i poveri – in qualsiasi forma questa povertà assuma – è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio»  (103).

«Il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale; sono una “questione di famiglia”, sono “uno di noi”. La relazione con loro non può ridursi a un’attività o a un ufficio ecclesiale» (104). «Spesso la ricchezza ci acceca al punto da farci credere che la nostra felicità si realizzerà solo se riusciremo a fare a meno degli altri»  (108).

«Per noi cristiani, la questione dei poveri conduce al cuore stesso della nostra fede. L’opzione preferenziale per i poveri, cioè l’amore della Chiesa per loro, come  ha insegnato san Giovanni Paolo II, «è decisiva e appartiene alla sua tradizione costante; la spinge ad affrontare il mondo in cui, nonostante il progresso tecnico ed economico, la povertà rischia di raggiungere dimensioni gigantesche». La realtà è che per i cristiani i poveri non sono una categoria sociologica, ma la carne stessa di Cristo. Infatti, non basta enunciare in termini generali la dottrina dell’Incarnazione di Dio; per entrare seriamente in questo mistero, però, è necessario specificare che il Signore si fa carne, carne affamata, assetata, malata, carcerata. Una Chiesa povera per i poveri comincia andando verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, cominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa è questa povertà, la povertà del Signore. E questo non è facile»  (110). 

AZIONI

Vuoi che il tuo nuovo anno sia migliore? Cerca di stare vicino a chi sta soffrendo più di te e fai qualcosa per aiutarlo. Sarà davvero un nuovo anno! Siamo fonte di speranza per gli altri!

Cardenal Felipe Arizmendi

Nacido en Chiltepec el 1 de mayo de 1940. Estudió Humanidades y Filosofía en el Seminario de Toluca, de 1952 a 1959. Cursó la Teología en la Universidad Pontificia de Salamanca, España, de 1959 a 1963, obteniendo la licenciatura en Teología Dogmática. Por su cuenta, se especializó en Liturgia. Fue ordenado sacerdote el 25 de agosto de 1963 en Toluca. Sirvió como Vicario Parroquial en tres parroquias por tres años y medio y fue párroco de una comunidad indígena otomí, de 1967 a 1970. Fue Director Espiritual del Seminario de Toluca por diez años, y Rector del mismo de 1981 a 1991. El 7 de marzo de 1991, fue ordenado obispo de la diócesis de Tapachula, donde estuvo hasta el 30 de abril del año 2000. El 1 de mayo del 2000, inició su ministerio episcopal como XLVI obispo de la diócesis de San Cristóbal de las Casas, Chiapas, una de las diócesis más antiguas de México, erigida en 1539; allí sirvió por casi 18 años. Ha ocupado diversos cargos en la Conferencia del Episcopado Mexicano y en el CELAM. El 3 de noviembre de 2017, el Papa Francisco le aceptó, por edad, su renuncia al servicio episcopal en esta diócesis, que entregó a su sucesor el 3 de enero de 2018. Desde entonces, reside en la ciudad de Toluca. Desde 1979, escribe artículos de actualidad en varios medios religiosos y civiles. Es autor de varias publicaciones.