16 Aprile, 2026

Seguici su

Violenza politica come risultato della paura

La pace si costruisce attraverso il dialogo e il rispetto

Violenza politica come risultato della paura

Negli ultimi giorni, la vita pubblica è stata scossa da eventi che hanno ferito e sconcertato. Le notizie di morti violente in contesti politici e accademici hanno lasciato le nostre società vuote e vulnerabili. I funerali, le parole di dolore e le reazioni tese ci ricordano che la democrazia non è un terreno sicuro in sé e per sé, ma piuttosto un compito che si costruisce e si coltiva ogni giorno.

Questo momento delicato invita a una riflessione molto personale sulla  violenza politica come conseguenza della paura. Non stiamo parlando di una paura superficiale, ma di una paura profonda che si radica nelle coscienze e nelle istituzioni. È la paura della differenza, la paura che gli altri possano pensarla diversamente, la paura che la propria verità venga messa in discussione da altre verità. Questa paura trasforma la pluralità in una minaccia e apre la strada alla radicalizzazione. Quello che dovrebbe essere un dibattito di idee diventa un confronto serrato. Quando la fiducia nelle parole svanisce, la violenza emerge come sostituto.

La violenza politica non inizia con uno sparo, inizia con la disumanizzazione. Prima si blocca l’udito; poi si ridicolizza l’avversario fino a trasformarlo in una caricatura; infine, si giustifica la sua eliminazione come se fosse necessaria per salvare la comunità. La paura attraversa tutto questo processo. Non tollera la differenza e preferisce l’imposizione alla coesistenza. Ecco perché la violenza politica non è segno di convinzioni salde, ma di fragilità morale.

Abbiamo visto come, in America e in altre parti del mondo, questa paura si sia tradotta in eventi tragici. L’omicidio di Charlie Kirk negli Stati Uniti, avvenuto nel bel mezzo di un campus universitario, riflette l’incapacità di accettare che qualcuno la pensi diversamente. Non si tratta di essere d’accordo o in disaccordo con le sue idee, ma piuttosto di comprendere che la vita non può mai diventare una merce di scambio nel dibattito pubblico. Un altro esempio di questa stessa radicalizzazione si trova in Colombia, dove la violenza contro i leader politici è stata una costante. La figura di Álvaro Uribe è stata circondata da passioni estreme, e il suo nome è pronunciato con pari intensità in termini di ammirazione e rifiuto. Questa tensione rivela uno schema comune, perché quando l’avversario cessa di essere un interlocutore e viene concepito come un nemico assoluto, le parole perdono il loro significato e la violenza prende il sopravvento.

La Bibbia è chiara su questo: «Allontanatevi dal male e fate il bene; cercate la pace e perseguitela» (Salmo 34:15). Il comando non è passivo; è un obbligo. Non basta non fare del male; dobbiamo lavorare attivamente per la pace, perseguirla e sostenerla. E Gesù ci ricorda nel Discorso della Montagna: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5:9). La pace non è l’assenza di conflitto; è la decisione di affrontare il conflitto con le parole, con rispetto e con misericordia. La violenza è la via più facile, ma anche la più sterile. La pace richiede più coraggio, perché implica convivere con la diversità, accettare che la mia verità non annulli quella degli altri e che insieme dobbiamo cercare un bene comune che sia più ampio delle nostre certezze personali.

Accettare la pluralità non significa rinunciare alla verità. Significa riconoscere che la verità si cerca insieme e si rafforza attraverso il dialogo. Anche quando non c’è accordo, la dignità di chi la pensa diversamente deve essere rispettata. La violenza politica nega tale dignità ed è quindi sempre una sconfitta morale. Nessuna vittoria politica può essere giustificata se ottenuta a costo della vita altrui.

Il ruolo di una Leadership Academy è, in questo contesto, essenziale. La nostra missione è salvaguardare spazi di formazione in cui la paura venga sostituita dalla fiducia. Non si tratta solo di trasmettere conoscenze tecniche, ma di insegnare a dissentire senza odiare, a discutere senza distruggere. Dobbiamo formare leader capaci di mantenere salde le proprie convinzioni ma con misericordia. Uomini e donne che sappiano che l’avversario non è un nemico da eliminare, ma un compagno di viaggio con cui dobbiamo dialogare, anche se non raggiungeremo mai lo stesso obiettivo.

Abbiamo bisogno di forum in cui le parole riacquistino il loro potere e dove la violenza non abbia spazio. Abbiamo bisogno di programmi di formazione all’ascolto attivo, alla retorica etica e alla mediazione dei conflitti. Una società che sa discutere è una società meno incline a uccidere. La radicalizzazione non si combatte con la censura, ma con un maggiore dialogo. L’odio non si combatte con il silenzio, ma con parole che aprono la strada.

La violenza politica non conosce ideologie né confini. Può emergere in qualsiasi partito, in qualsiasi paese, in qualsiasi piazza pubblica. Siamo tutti responsabili di non alimentarla. Ogni volta che disumanizziamo il nostro avversario, seminiamo i semi della paura. Ogni volta che neghiamo la possibilità del dialogo, portiamo la violenza più in superficie. Ecco perché l’appello è universale: rivolto a politici, giornalisti, cittadini, istituzioni. Nessuno può sentirsi escluso.

Non è bene abituarsi alla paura perché non siamo d’accordo con una posizione o con l’altra. Non possiamo permettere che i proiettili sostituiscano le parole. Il nostro impegno è per la vita, per il dialogo e per la misericordia. Sappiamo che non è facile, che la strada è lunga e che le ferite sono profonde. Ma sappiamo anche che la paura non ha l’ultima parola. L’ultima parola spetta alla speranza, alla riconciliazione e alla pace.

La nostra Accademia sarà sempre un luogo in cui la violenza politica viene smascherata per quello che è: il frutto amaro della paura. E possa ogni leader formato qui andarsene convinto che pensare in modo diverso non dovrebbe mai essere una condanna a morte. Che nessuna idea merita una pallottola in cambio. Che la vita umana è al di sopra di ogni differenza politica.

Confidiamo nella promessa di Cristo: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Questa pace non è ingenua né superficiale. È una pace che richiede coraggio, che si costruisce con pazienza, che si difende con parole e gesti di misericordia. Se ci lasciamo guidare da questa pace, allora possiamo vincere il male con il bene, anche nel mondo politico.

Mario J. Paredes, presidente dell’Accademia Internazionale dei Leader Cattolici

Academia de Líderes Católicos

Es una fundación de derecho privado sin fines de lucro que busca formar católicos que a partir de la experiencia cristiana desarrollen su vocación política con la ayuda de la Doctrina Social de la Iglesia. La Academia Latinoamericana de Líderes Católicos tiene como misión, formar líderes desde una perspectiva católica, arraigados en la fe de la Iglesia, para transformar el mundo social, político y económico a la luz de la Doctrina Social de la Iglesia. Formar una nueva generación de católicos latinoamericanos con responsabilidades políticas y sociales para que transformen el rostro del continente al servicio de sus pueblos, a la luz del Magisterio de la Iglesia y de cara a los Jubileos del V Centenario Guadalupano y de los dos mil años de la redención.