Una suora ribelle fuggita per amore: la storia di Madre Olga Maria del Redentore
Dalla fuga a 18 anni per entrare in convento alla fondazione di un nuovo carisma: la testimonianza radicale di una carmelitana samaritana che ha scoperto che Gesù ha un cuore e non delude mai
Bilbao, fine anni ’80. Una studentessa di conservatorio diciottenne, appassionata di musica, nuoto e vita sociale, decide un giorno di isolarsi da tutto. Senza dirlo alla sua famiglia, senza soldi né permesso, Olga María del Redentor prende un treno e parte per un convento. “Scappa come una pazza”, dice con umorismo in una recente intervista al podcast Rebeldes , condotto dai sacerdoti Ignacio Amorós e Pablo López. Quella decisione non è stata un capriccio adolescenziale, ma piuttosto la risposta a una certezza assoluta nel suo cuore: Gesù Cristo la stava chiamando.
Nata a Baracaldo (Vizcaya) nel 1970, Olga è cresciuta in una famiglia cattolica non praticante, ma con profonde radici nella fede. Suo padre, uomo profondamente buono e laborioso, aveva vissuto un’esperienza negativa nell’adolescenza che lo aveva allontanato dalla Chiesa, pur non cessando mai di essere un esempio di virtù umana. Sua madre pregava con lei di notte e la portava alle scuole religiose. Fu lì, davanti a un crocifisso di Loyola durante una gita parrocchiale, che la giovane sentì per la prima volta che “Dio esiste ed è buono”. Quello sguardo sul Cristo Crocifisso la segnò per sempre.
Intorno ai 14 o 15 anni, emerse un conflitto interiore: un cuore appassionato, intensamente affettuoso, che ardeva dentro, ma non trovava sfogo. Film romantici come Love Story le fecero vedere le cose con chiarezza: “Avevo bisogno di un amore che non finisse mai”. Una suora della sua scuola, suor Margherita, la aiutò a scoprire che questo amore esisteva e aveva un nome: Gesù. A poco a poco, attraverso la preghiera, la cappella e il discernimento, capì che la sua vocazione era la dedizione totale alla vita contemplativa. A 16 anni, ad Ávila, ebbe una visione chiara: sarebbe diventata una carmelitana scalza.
Ma la sua famiglia si oppose con tutte le sue forze. Negoziati, tangenti, lacrime. Suo padre, il suo più grande modello, lo implorò in ginocchio di non andarsene. “Solo per Dio sono capace di far soffrire così mio padre”, ricorda. Due anni di accese discussioni, di lacrime quasi quotidiane. Il giorno dopo, il giorno del suo diciottesimo compleanno, scappò di casa. Telefonò per rassicurare i suoi genitori ed entrò nel convento carmelitano di Valladolid. “Non me ne sono mai pentito”, afferma con enfasi.
La vita in clausura fu un cambiamento radicale: da ragazza in una casa benestante a badare a 400 polli, da una serra al silenzio e all’austerità. Un programma rigoroso: sveglia alle 6:30, preghiera mentale, Messa, lavoro in silenzio, intervallo per la conversazione – come insegnava Santa Teresa: “Quanto più siamo santi, tanto più siamo versati” – lettura spirituale e a letto dopo Compieta. “Ero felice fin dal primo minuto”, afferma, sebbene non mancassero momenti di nostalgia e difficoltà.
Dopo 17 anni da Carmelitana Scalza, nel 2001, alla vigilia del Corpus Domini, davanti al Santissimo Sacramento esposto, visse un momento che trasformò tutto: capì con tutto il suo essere che Gesù Cristo è vivo e ha un cuore umano. “Gesù sente, ride con me, piange con me, è pieno di gioia quando vado a ricevere la Comunione e soffre quando lo ignoro”. Riversò quella grazia potente nella spiritualità del Sacro Cuore. Da lì nacque la chiamata a “gridarla al mondo”: fondare, insieme alla sua comunità, le Suore Carmelitane Samaritane del Cuore di Gesù, un istituto di vita contemplativa attiva, ispirato dall’incontro di Gesù con la Samaritana (Gv 4). Oggi sono presenti a Valladolid, Toledo, Segovia, Eibar e in Uruguay.
La testimonianza più straziante dell’intervista è stata il suicidio del fratello Iván, vittima di una grave depressione endogena. “Mi faceva male anche solo respirare”, confessa. In cappella, tra le lacrime, ha ripetuto le parole di Marta: “Se tu fossi stata qui, mio fratello non sarebbe morto”. Sentiva dentro di sé: “E chi ti ha detto che non ero lì?”. Da allora, la certezza che “nessuno muore solo” – Gesù è presente in quell’ultimo istante – le dà pace. “Mio fratello è con il Signore”.
Madre Olga parla anche della paura, quella tentazione paralizzante: «L’antidoto non è il coraggio, è la fiducia». Richiama l’episodio di Gesù sulla barca: «Perché avete paura? Non avete fede?». E al bambino sull’aereo in tempesta: «Io non ho paura, il pilota è mio padre».
A una giovane studentessa universitaria, diceva: “Non accontentarti di niente di meno di Dio”. Alla sua io adolescente, diceva: “Sii paziente, lascia che Dio operi”. La sua più grande devozione: Santa Teresa d’Avila, sua “madre”, e il Sacro Cuore di Gesù, che “non delude mai”.
Oggi, questa “suora ribelle” proclama attraverso i social media e i podcast che la vita consacrata non toglie, ma dona tutto: amore eterno, pienezza e speranza. Perché, come ripete, “Dio ti ama e vuole che tu sia felice”.
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