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Jaime Millás

Analisi

29 Ottobre, 2026

8 min

Una nuova svolta nella tecnologia CRISPR permette di correggere le alterazioni genetiche direttamente nel corpo umano

Il progetto genetico che mira a curare la malattia di Wilson direttamente dal fegato

Una nuova svolta nella tecnologia CRISPR permette di correggere le alterazioni genetiche direttamente nel corpo umano

L’applicazione clinica di una tecnica di editing genetico ad alta precisione apre nuove prospettive per il trattamento delle malattie ereditarie, sebbene rimangano aperti importanti interrogativi sulla sua sicurezza, efficacia e implicazioni etiche.

La rivista scientifica Nature ha recentemente pubblicato un articolo di Heidi Ledford intitolato “Una novità assoluta per CRISPR: il potente prime editing altera il DNA direttamente nel corpo umano”, in cui l’autrice riporta un importante progresso nel campo della terapia genica: la prima applicazione clinica nota di una tecnica chiamata prime editing (modifica genetica di precisione) per modificare direttamente il DNA di una persona all’interno del suo stesso corpo.

La procedura rientra in una sperimentazione clinica volta al trattamento della malattia di Wilson, una patologia ereditaria che causa un accumulo anomalo di rame e può portare a gravi danni epatici e neurologici. Sebbene non siano ancora disponibili risultati clinici che ne confermino l’efficacia, l’avvio di questo trattamento rappresenta un passo significativo verso una medicina in grado di correggere determinate alterazioni genetiche alla loro origine.

In cosa consiste la nuova tecnica di modifica genetica?

Dall’avvento di CRISPR-Cas9, la possibilità di modificare il DNA delle cellule umane ha generato enormi aspettative. Questa tecnologia permette agli scienziati di individuare sequenze specifiche nel genoma e di apportare modifiche che possono essere utili per correggere malattie ereditarie.

Tuttavia, le prime tecniche CRISPR presentavano alcune limitazioni. La più nota, CRISPR-Cas9, utilizza un enzima in grado di tagliare entrambi i filamenti di DNA in una posizione specifica. Successivamente, i meccanismi di riparazione cellulare agiscono su questa rottura, consentendo modifiche, ma ciò può anche produrre alterazioni indesiderate.

Il prime editing rappresenta un significativo miglioramento di questa procedura. Invece di basarsi sulla rottura completa di entrambi i filamenti di DNA, utilizza una versione modificata di Cas9, combinata con una trascrittasi inversa e un RNA guida appositamente progettato.

Questo sistema permette di individuare una sequenza genetica e di inserirvi la modifica desiderata, in un modo paragonabile alla funzione “trova e sostituisci” di un elaboratore di testi.

Il suo principale vantaggio risiede nella capacità di effettuare diversi tipi di correzioni: sostituire specifiche basi del DNA, introdurre nuove sequenze o rimuovere piccoli frammenti. Inoltre, evitando le rotture a doppio filamento che caratterizzano il sistema CRISPR-Cas9 convenzionale, può ridurre alcuni rischi associati alla riparazione del DNA, pur non eliminando completamente la possibilità di errori.

Malattia di Wilson: una malattia genetica che impedisce l’eliminazione del rame

La malattia di Wilson è una condizione ereditaria causata da mutazioni nel gene ATP7B, responsabile della produzione di una proteina coinvolta nel metabolismo e nell’eliminazione del rame.

Il rame è un elemento essenziale per il normale funzionamento dell’organismo. Tuttavia, quando si accumula in quantità eccessive, può risultare tossico. In condizioni normali, il fegato contribuisce a regolarne la concentrazione e ne facilita l’eliminazione attraverso la bile.

Nelle persone affette dalla malattia di Wilson, l’alterazione genetica impedisce il corretto svolgimento di questa funzione. Di conseguenza, il rame si accumula progressivamente nel fegato e può depositarsi anche nel cervello e in altri organi.

Le terapie attualmente disponibili, come gli agenti chelanti e i sali di zinco, possono controllare la malattia in molti pazienti, ma generalmente richiedono una somministrazione prolungata. Nei casi di grave insufficienza epatica, può essere necessario un trapianto di fegato.

La possibilità di correggere l’alterazione genetica direttamente nelle cellule epatiche offre una prospettiva diversa: anziché limitarsi a controllare le conseguenze della malattia, l’obiettivo è agire sulla sua causa molecolare.

Un trattamento eseguito direttamente sul corpo

Uno degli aspetti più innovativi di questa sperimentazione clinica è che la modificazione genetica viene effettuata in vivo, ovvero direttamente all’interno dell’organismo.

Finora, alcune delle applicazioni cliniche più avanzate dell’editing genetico sono state eseguite utilizzando procedure ex vivo. In questi casi, le cellule vengono prelevate dal paziente, modificate geneticamente in laboratorio e poi reintrodotte nel suo corpo.

La modifica genetica in vivo elimina la necessità di estrarre e manipolare le cellule in anticipo. Tuttavia, presenta un’ulteriore sfida: garantire che i componenti responsabili della modifica genetica raggiungano le cellule appropriate, agiscano efficacemente e non causino effetti dannosi in altri tessuti.

La sperimentazione annunciata da Prime Medicine mira a correggere l’alterazione del gene ATP7B nelle cellule epatiche. Se la modifica si dimostrerà efficace e ripristinerà sufficientemente la funzione della proteina interessata, potrebbe ridurre l’accumulo di rame e migliorare il decorso della malattia.

È importante sottolineare che il trattamento del primo paziente non dimostra ancora l’efficacia o la sicurezza a lungo termine della tecnica. Sarà necessario determinare quale percentuale di cellule viene corretta, quanto dura l’effetto terapeutico e se si verificano modifiche genetiche indesiderate.

L’azienda prevede di annunciare i primi risultati della sperimentazione nel corso del 2027.

Quali risultati sono stati ottenuti finora?

Gli studi preclinici condotti da Prime Medicine hanno mostrato risultati promettenti. Nei modelli murini portatori della mutazione umana H1069Q, è stata osservata una correzione in un’alta percentuale di cellule epatiche e una riduzione dell’accumulo di rame. Modifiche genetiche sono state riscontrate anche negli epatociti di primati non umani.

Questi risultati forniscono una giustificazione scientifica per iniziare le sperimentazioni sull’uomo, ma non garantiscono che gli stessi effetti si riproducano nell’uomo.

Il prodotto sperimentale, denominato PM577a, viene somministrato tramite un’unica infusione endovenosa. Per trasportare i suoi componenti al fegato vengono utilizzate nanoparticelle lipidiche, piccole strutture che proteggono il materiale necessario per la modifica genetica e ne facilitano l’ingresso nelle cellule.

Lo studio clinico, identificato con il codice NCT07748403, è in fase 1/2. Inizialmente include adulti affetti da malattia di Wilson portatori della variante H1069Q e clinicamente stabili con le terapie standard. Potrebbe essere successivamente esteso anche agli adolescenti.

I ricercatori valuteranno la sicurezza, la tollerabilità e i potenziali effetti sul metabolismo del rame.

Implicazioni etiche della modifica genetica

Lo sviluppo di questa tecnologia solleva questioni bioetiche che meritano particolare attenzione.

Innanzitutto, è importante distinguere tra la modifica genetica a fini terapeutici e gli interventi volti a modificare o potenziare determinate caratteristiche umane.

Nel caso della malattia di Wilson, l’obiettivo è correggere un’alterazione genetica responsabile di una grave patologia. Si tratta, pertanto, di un intervento terapeutico volto a ripristinare una funzione fisiologica compromessa. Da una prospettiva bioetica incentrata sul rispetto della dignità umana, tale obiettivo può essere considerato moralmente legittimo, a condizione che anche i mezzi impiegati siano legittimi e che vengano rispettati i requisiti di sicurezza e proporzionalità.

Inoltre, la modifica viene effettuata sulle cellule somatiche del paziente, nello specifico sulle cellule epatiche. Non ha lo scopo di alterare le cellule riproduttive o di introdurre modifiche genetiche trasmissibili alle generazioni future. Questa distinzione è cruciale perché la modifica della linea germinale umana solleva ulteriori questioni etiche legate alle sue conseguenze ereditarie e all’impossibilità di ottenere il consenso dalle generazioni future.

Un secondo problema riguarda la sicurezza. Sebbene il prime editing offra potenziali vantaggi rispetto ad altre tecniche di editing genetico, è comunque necessario stabilire se possa causare modifiche indesiderate in altre regioni del genoma, alterazioni cellulari persistenti o effetti avversi che potrebbero manifestarsi dopo diversi anni.

Pertanto, il principio di non maleficenza richiede una rigorosa valutazione del rischio. Non è sufficiente dimostrare che una tecnologia sia in grado di correggere una mutazione: è necessario verificare che il beneficio clinico atteso giustifichi i rischi assunti.

Il consenso informato è fondamentale. I partecipanti devono comprendere di ricevere un trattamento sperimentale, i cui benefici non sono ancora stati dimostrati e le cui conseguenze a lungo termine non sono del tutto note. La gravità della malattia non deve essere utilizzata per generare aspettative di guarigione che le evidenze disponibili non supportano ancora.

Infine, si pone la questione della giustizia distributiva. Le terapie geniche avanzate sono spesso costose, sia per via del loro sviluppo che per la complessità della loro produzione e somministrazione. Se questi interventi si dimostreranno efficaci, sarà necessario trovare meccanismi che ne garantiscano l’accesso ai pazienti che ne hanno bisogno, impedendo che i progressi scientifici vadano a beneficio esclusivo di chi dispone di maggiori risorse finanziarie.

Una nuova fase nella medicina genetica

La prima somministrazione di una terapia basata sull’editing genetico primario direttamente nel corpo umano rappresenta un progresso importante, seppur ancora iniziale, nella storia dell’editing genetico.

Il loro interesse non si limita alla malattia di Wilson. Se questa tecnologia riuscirà a dimostrare un profilo di sicurezza ed efficacia favorevole, potrebbe aprire nuove possibilità per il trattamento di altre malattie ereditarie causate da mutazioni specifiche.

Tuttavia, è necessario mantenere una chiara distinzione tra la capacità tecnologica di modificare il DNA e la dimostrazione clinica che tale modifica produca un beneficio reale e duraturo.

La medicina non progredisce solo quando riesce a sviluppare procedure sempre più sofisticate, ma quando queste migliorano efficacemente la salute delle persone senza esporle a rischi sproporzionati.

Da questa prospettiva, il progresso riportato da Nature rappresenta una speranza concreta per il trattamento di alcune malattie genetiche. Il suo vero impatto dipenderà dai risultati delle sperimentazioni cliniche e dalla capacità di integrare l’innovazione scientifica con i requisiti etici che devono guidare ogni intervento medico.

L’obiettivo della modifica genetica a scopo terapeutico non dovrebbe essere quello di trasformare arbitrariamente la natura umana, ma di correggere le alterazioni che ne compromettono il funzionamento e contribuire, attraverso procedure proporzionate che rispettino la dignità della persona, al ripristino della salute.

 

Jaime Millás

Licenciado en Ciencias Biológicas, por la Universidad de Valencia (España), ciudad donde nació en 1953, es licenciado en Ciencias de la Educación por la Universidad de Piura (Perú) y Máster en Dirección de Instituciones Educativas por el Centro Universitario Villanueva, adscrito a la Universidad Complutense de Madrid. También es Máster en Bioética por la Universidad de Murcia (España) y Doctor en Bioética por la Universidad Católica de Valencia (España) con una tesis sobre “Reflexión bioética sobre la opinión de los médicos peruanos acerca de la aplicación de la terapia con células madre en clínicas de Latinoamérica” (Sobresaliente Cum Laude). En Valencia fue subdirector del Colegio Mayor “Albalat” y, tras fijar su residencia en el Perú, en 1977, director de varios Centros Culturales de Lima y del Colegio Alpamayo desde 1988 hasta 2004. Ha sido vicepresidente del Centro de Orientación Familiar (COFAM) y trabajó en la oficina de proyectos de la Asociación para el Desarrollo de la Enseñanza Universitaria (ADEU), entidad promotora de la Universidad de Piura. Asimismo ha sido secretario de la Asociación Civil “Piura 450”, promotora de colegios en Chiclayo y Piura. También ha sido director del Colegio “Turicará” de Piura entre los años 2005 y 2012. Actualmente se desempeña como presidente del Comité Institucional de Ética en Investigación de la Universidad de Piura. Director del Departamento de Ciencias Básicas y Bioética, y director de Estudios de la Facultad de Medicina de la Universidad de Piura. Coautor del libro “Bioética en Investigación. Fundamentos, principios, aplicaciones”. Y autor de otros libros de Bioética y educación, así como artículos de Bioética en revistas indexadas.