Riflessione del Vescovo Enrique Díaz: Ascoltami, Signore, perché sei buono
15ª Domenica del Tempo Ordinario
Il vescovo Enrique Díaz Díaz condivide con i lettori di Exaudi la sua riflessione sul Vangelo di questa domenica, 13 luglio 2025, intitolato: “Ascoltami, Signore, perché sei buono ”.
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Deuteronomio 30:10-14: “I miei comandamenti sono nella tua bocca e nel tuo cuore”
Salmo 68: «Ascoltami, Signore, perché sei buono»
Colossesi 1, 15-20: «A Dio è piaciuto riconciliare tutte le cose in Cristo»
Luca 10:25-37: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.
Una persona senza punti di riferimento è persa, vaga senza meta. Ha bisogno di punti di riferimento che la sostengano e le diano una direzione. Oggi, Gesù ci mette su questa strada. Davanti a un rappresentante della religione ebraica ufficiale, Gesù spiega l’essenza della dottrina del Regno: amare Dio e amare il prossimo. Dopo l’amore di Dio, l’amore per i fratelli e le sorelle è il più importante. La vita di oggi non è ricca di amore per i più bisognosi, i più feriti, ma piuttosto il contrario. La parabola del Buon Samaritano assume un’importanza particolare perché viviamo in un mondo in cui molti antepongono il proprio benessere o il proprio profitto a qualsiasi altra considerazione, senza accettare o ammettere che ci siano tanto dolore e povertà intorno a noi. Ricordo l’espressione di Papa Francesco quando si riferiva proprio a questa indifferenza alla sofferenza e insisteva: “Tu trovi le piaghe di Gesù facendo opere di misericordia e portando sollievo al corpo, e anche all’anima, del tuo fratello ferito, perché ha fame, sete, è nudo, umiliato, schiavo, perché è in carcere, in ospedale. Queste sono le piaghe di Gesù oggi”. “Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo accarezzare le piaghe di Gesù, curare le piaghe di Gesù con tenerezza, dobbiamo baciare le piaghe di Gesù, e questo in modo letterale”. E concludeva che per toccare il Dio vivente non c’è bisogno di “fare corsi di aggiornamento”, ma piuttosto di entrare nelle piaghe di Gesù, e per questo “basta uscire in strada”.
Così, in questa parabola, ci viene presentato come il Buon Samaritano, pieno di bontà, scopra un “prossimo” nel povero disteso sul ciglio della strada. È sorprendente che un uomo considerato impuro, lontano dalla Legge e dai Profeti, venga proposto come modello del vero Israelita. Inoltre, il racconto di Gesù lascia il sacerdote e il levita, rappresentanti dei veri credenti della Giudea, in pessima luce. Un Samaritano che spesso abbiamo immaginato come Cristo stesso, che viene a pagare tutti i nostri debiti, che guarisce le nostre ferite, che ci rialza dal cammino… E questa riflessione è molto valida e molto in linea con la proposta fatta da San Paolo nel brano della Lettera ai Colossesi, dove afferma che in Cristo Dio si compiacque di riconciliare tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, e di dare loro la pace mediante il suo sangue, versato sulla croce. Potremmo immaginare un Samaritano migliore, e accoglierci in mani migliori di quelle di Gesù? Sono tante le situazioni e le occasioni in cui il male ci abbandona ai margini della strada, e Cristo è lì per salvarci e donarci nuova vita.
Ma con le parole del Papa, mi è venuta un’idea leggermente diversa: che Gesù volesse descrivere se stesso non nel Samaritano, ma nel povero abbandonato sulla strada. E allora cambia la prospettiva della parabola, e il modo in cui ci tocca direttamente. Perché se Cristo è l’uomo umiliato, noi possiamo essere o i ladri che lo hanno danneggiato, derubato e ferito; o il sacerdote o il levita che passiamo accanto, preoccupati delle nostre leggi e dei nostri riti; o forse anche l’oste che si lecca le labbra, aspettandosi un guadagno ha spese di quel povero uomo ferito. Se l’insistenza è che Cristo è l’uomo abbandonato sulla strada, possiamo facilmente scoprirlo in tutti quegli abbandonati, fuori dal cammino del progresso, del benessere e della società… quell’uomo disprezzato è Cristo, quell’uomo ignorato è Cristo, questa povera donna abbandonata e ferita è Cristo… E noi siamo i gioiosi “uomini e donne buoni e giusti” che si concedono il lusso di passare oltre senza nemmeno accorgersi della situazione in cui noi stessi li abbiamo messi. Sì, lo siamo, perché siamo complici di un sistema ingiusto e oppressivo che sostiene pochi e danneggia un numero enorme di uomini e donne senza nome. Questi volti di Gesù sono quelli discriminati, emarginati e disprezzati dalla società.
Non possiamo adottare, come alcuni, l’atteggiamento dell’oste, che serve la gente per guadagnare qualche peso. Ci sono molti atteggiamenti simili tra coloro che si vantano di servire i poveri, prendendo la fetta più grande della torta. Si pensi, ad esempio, ai trucchi dei sistemi di rastrellamento o delle esenzioni fiscali, dove sembra che si faccia beneficenza, ma c’è un fine nascosto: il beneficio dei poveri. Così, molti programmi e opere di beneficenza, mascherati da aiuti, sono vere e proprie attività commerciali. Cristo ci attende oggi in ognuno di quegli uomini e donne che giacciono lungo la strada. Paolo stesso ci offre le linee guida per scoprire questo Gesù, perché: “Cristo è l’immagine del Dio invisibile…” e ora si rende visibile nei poveri e da lì vuole costruire il Suo Regno. Riusciremo a scoprirlo, o lo aggrediremo, lo ignoreremo o ne approfitteremo?
Con quale di queste figure ci identifichiamo più spesso? Perché? Cosa dobbiamo cambiare in noi stessi, nella nostra società e nel nostro sistema per non lasciare i nostri vicini, i Cristi, abbandonati ai margini della strada? Cosa siamo disposti a fare per riconoscere Gesù, il nostro prossimo, e impegnarci con lui?
Signore, fa’ che tutti noi che ci diciamo cristiani possiamo imitare fedelmente Cristo nel suo amore, impegno e dedizione verso i suoi fratelli e sorelle, fino a dare la vita per loro e a costruire un mondo migliore. Amen.
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