19 Aprile, 2026

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Quando il potere sostituisce il diritto

Il diritto di usare la forza esige il rispetto dei fondamenti del diritto stesso

Quando il potere sostituisce il diritto

Ci sono momenti nella storia in cui la questione cruciale non è chi ha più potere, ma se esista ancora un ordine in grado di contenerlo. Quando il diritto internazionale e le istituzioni che dovrebbero sostenerlo si indeboliscono, il potere tende a prenderne il posto.

Il diritto internazionale è nato con uomini come  Francisco de Vitoria,  che concepiva tutte le nazioni come una comunità morale e giuridica ordinata al bene comune. Quando il diritto cessa di orientare la forza verso il bene, si dissolve nella violenza. Proprio per questo motivo, il mondo ha bisogno di una riforma delle  Nazioni Unite e, in particolare, di una riforma del suo  Consiglio di Sicurezza.

Cosa significa “riforma”?

  • Primo: rappresentatività.  Un organo che decide sulla pace e la sicurezza globali non può riflettere all’infinito la mappa di potere del 1945.  America Latina, Africa  e gran parte dell’Asia chiedono giustamente maggiore peso. La legittimità politica è parte dell’efficacia giuridica: un Consiglio percepito come un club d’élite perde autorità morale e la capacità di riunirsi.
  • Secondo: limiti al veto.  Il veto è stato creato per impedire una rottura tra le grandi potenze; ​​oggi, troppo spesso, funziona come garanzia di impunità. Sono necessari meccanismi per impedire che un singolo attore blocchi l’azione collettiva.
  • Terzo: percorsi automatici per uscire dalla paralisi.  Se il Consiglio non interviene, è necessario attivare senza indugio un canale istituzionale con maggiore legittimità universale – ad esempio l’Assemblea Generale – per consentire decisioni coordinate e verificabili, non semplici dichiarazioni.
  • Quarto: e il più difficile,  meccanismi coercitivi credibili sotto mandato multilaterale, con controlli rigorosi. Senza la capacità di legittima coercizione, il diritto internazionale si riduce a mera esortazione.

Qui, la  Dottrina Sociale della Chiesa  offre una bussola: la pace non è l’assenza di guerra, ma il frutto della giustizia; e la comunità internazionale ha bisogno di istituzioni che servano efficacemente il bene comune. Ciò implica realismo: il diritto senza forza è fragile. Ma implica anche moralità: la forza senza diritto è tirannia. Il punto di equilibrio è un’autorità internazionale limitata dal diritto, con una struttura sussidiaria, orientata alla dignità umana e controllata da regole chiare. Così la vedeva Benedetto XVI (“Caritas in veritate”, n. 67).

Ci troviamo attualmente di fronte a un dilemma: o rafforziamo un ordine internazionale in cui il potere è soggetto allo stato di diritto, oppure torniamo a uno scenario in cui il diritto è solo il linguaggio decorativo dei vincitori. Riformare l’ONU non garantisce automaticamente la pace. Ma non riformarla significa che la legge del più forte tornerà a essere il linguaggio dominante della politica mondiale.

Tra l’altro,  Papa Leone XIV  non era estraneo a una prospettiva in cui il potere è limitato. Guardando direttamente al caso del  Venezuela , affermò: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere su ogni altra considerazione e portare al superamento della violenza e all’intraprendere percorsi di giustizia e pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo  stato di diritto sancito dalla Costituzione e rispettando i diritti umani e civili di ogni persona” (4 gennaio 2026).

Rodrigo Guerra López

Doctor en filosofía por la Academia Internacional de Filosofía en el Principado de Liechtenstein; miembro ordinario de la Pontificia Academia para la Vida, de la Pontificia Academia de las Ciencias Sociales; Secretario de la Pontificia Comisión para América Latina. E-mail: [email protected]