21 Giugno, 2026

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Il più grande crimine dei nazionalisti ucraini

La Polonia ricorda il genocidio di polacchi di Volinia

Il più grande crimine dei nazionalisti ucraini

Fu una delle più grandi tragedie della nazione polacca durante la seconda guerra mondiale: lo sterminio di circa 120 mila civili polacchi da parte dei nazionalisti ucraini perpetrato nella regione di Volinia (in polacco Wolyn). Per non dimenticare questo crimine e per onorare le vittime che fino ad oggi non hanno le loro tombe, quest’anno, l’11 luglio, per la prima volta si è celebrata una nuova festa nazionale: la Giornata nazionale della memoria dei polacchi uccisi dai nazionalisti ucraini nei territori orientali della Seconda Repubblica Polacca.

Ottantadue anni fa, proprio la domenica dell’11 luglio 1943, mentre i polacchi si riunivano nelle chiese per la Messa, le milizie dei nazionalisti ucraini attaccarono in 100 città della Volinia per sterminare la popolazione polacca. Quel giorno, che è passato alla storia come “La domenica di sangue”, fu il culmine del processo di “eliminazione” di polacchi nei terreni dove gli estremisti ucraini volevano fondare uno stato ucraino etnicamente puro, senza polacchi. I nazionalisti ucraini non risparmiarono nessuno: uccisero anziani, donne, bambini e neonati con una crudeltà inimmaginabile.

A tutt’oggi, l’Ucraina non ha ancora fatto i conti con questo crimine, né legalmente né moralmente. Peggio ancora, il culto ufficiale di Stato delle formazioni criminali dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) e dei loro capi si sta diffondendo sempre di più in Ucraina. Le ossa di 120 mila vittime polacche giacciono sparse nelle fosse comuni, spesso non ancora identificate e i politici di Kiev non consentono una ricerca su larga scala di fosse, l’esumazione di ossa e una sepoltura dignitosa. L’Istituto della Memoria Nazionale, che fino a poco tempo fa è stato diretto da Karol Nawrocki, oggi il Presidente eletto della Polonia, ha finora contrassegnato 2.800 luoghi del crimine in Volinia e nella Piccola Polonia orientale.

I nazionalisti ucraini avevano fatto ricorso al terrore già prima della seconda guerra mondiale. Quando la Polonia fu occupata dai tedeschi la ribellione ucraina divampò su una scala senza precedenti. La vera escalation di massacri e pacificazioni di villaggi polacchi si verificò quando, dopo il giugno 1941, le ex zone orientali della Polonia furono occupate dai tedeschi. Fu nel Terzo Reich che i nazionalisti ucraini videro il loro migliore alleato. I criminali dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) e dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), i cui capi sono venerati come eroi in Ucraina, non risparmiarono nessuno.

I polacchi furono uccisi da proiettili, granate ma anche a colpi di asce, falci e coltelli. E questo – contrariamente alla narrazione ucraina – significa una cosa sola: si trattò di un genocidio pianificato, al servizio della folle idea di “liberare l’Ucraina dai polacchi”, non di una “guerra polacco-ucraina” in cui si sarebbero svolti scontri regolari tra formazioni armate, ma uno sterminio della popolazione civile indifesa.

«Gli ucraini hanno compiuto l’assassinio dei polacchi con mostruosa crudeltà» – si legge in un dispaccio dal distretto di Leopoli al Quartier Generale dell’Esercito Nazionale in clandestinità. «Hanno inchiodato a terra le donne, anche incinte, con le baionette. Hanno fatto a pezzi i bambini, ne hanno impalati altri con i forconi e li hanno gettati oltre le recinzioni. Hanno mozzato braccia, gambe e teste con le asce, hanno tagliato lingue, orecchie e nasi, cavato occhi, fracassato teste con martelli e gettato bambini vivi nelle case in fiamme. Hanno gettato granate o fasci di paglia in fiamme nei nascondigli sotterranei degli edifici».

È sconvolgente che l’azione criminale dei nazionalisti ucraini fu sostenuta da alcuni membri del clero greco-cattolico. Una testimone ha raccontato che il giorno prima della “Domenica di Sangue”, durante una funzione nella chiesa greco-cattolica di Horodno il sacerdote urlò: «Ucraina, è giunto il momento del tuo potere. Prendete le vostre falci, prendete i vostri coltelli e inseguite i polacchi», e poi “benedì” le future armi del crimine: falci, forconi e asce, che gli ucraini portarono in chiesa.

I nazionalisti ucraini non si limitavano ad assassinare le persone ma volevano eliminare anche ogni traccia di presenza di polacchi. Le linee guida dell’OUN recitavano: «Distruggere tutti i muri delle chiese e degli altri edifici religiosi polacchi, abbattere gli alberi vicino agli edifici in modo che non rimanga traccia di qualcuno che vi abbia mai vissuto, e distruggere tutte le case precedentemente abitate da polacchi». In questo modo i villaggi polacchi dove i nazionalisti ucraini perpetrarono la pulizia etnica furono spesso incendiati e sparirono dalla faccia della terra, oggi ricoperti di boschi e campi.

Il massacro di Volinia rimane una ferita aperta, e probabilmente non si rimarginerà finché non saranno esauditi i chiari desideri delle famiglie degli assassinati: che i loro cari siano ritrovati e sepolti con dignità.

Ma quest’anno in Polonia, ricordando il massacro di Wolyn, si è voluto anche rendere omaggio ai “giusti” tra gli ucraini. A Torun presso il santuario della Beata Vergine Maria, Stella della Nuova Evangelizzazione e di San Giovanni Paolo II è stato inaugurato il memoriale di cittadini ucraini che, con eroico coraggio, resistendo alle pressioni dei loro compatrioti nazionalisti e rischiando la propria vita, salvarono i polacchi durante il massacro di Volinia. Molti di questi giusti perirono insieme a coloro che avevano aiutato e protetto.

In occasione di questa triste Giornata nazionale della memoria dei polacchi uccisi dai nazionalisti ucraini nei territori orientali della Seconda Repubblica Polacca è intervenuto anche il Presidente della Polonia Andrzej Duda che ha scritto sui social media: «Solo sulla base della verità – anche la verità più difficile – si possono costruire relazioni mature e sincere tra le nazioni, comprese quelle tra polacchi e ucraini». «Vogliamo e abbiamo il diritto di sapere dove riposano le loro spoglie. Vogliamo poter dare l’ultimo saluto ai nostri cari con dignità, pregare sulle loro tombe e accendere candele. Il diritto a una degna commemorazione delle vittime, e in particolare alla loro commemorazione congiunta, è un elemento estremamente importante per la riconciliazione e la costruzione di un futuro migliore» – ha aggiunto Duda. «Verità e memoria non devono necessariamente dividere, se portano alla comprensione reciproca, alla riconciliazione e a una preoccupazione condivisa per un futuro sicuro» – ha concluso il Presidente polacco.

Ma la riconciliazione non è possibile senza il riconoscimento dalle autorità ucraine della verità sul genocidio dei polacchi da parte di criminali nazionalisti a Volinia durante la seconda guerra mondiale. Purtroppo, nell’Ucraina indipendente dal 1991 si cercava d’individuare gli “eroi nazionali” ed è in quel contesto che sono state “rivalutate” in chiave nazionalista le figure di criminali di guerra come Bandera o come Dmytro Klyachkivsky, il comandante dell’UPA in Volinia, il principale responsabile dell’eccidio dei polacchi. L’Ucraina che vuole essere “democratica” non può fondare la sua identità nazionale mostrando come “padri della patria” i collaboratori di Hitler, i responsabili di orrendi crimini, come il genocidio di polacchi di Volinia.

Wlodzimierz Redzioch

Wlodzimierz Redzioch è nato a Czestochowa (Polonia), si è laureato in Ingegneria nel Politecnico. Dopo aver continuato gli studi nell’Università di Varsavia, presso l’Istituto degli Studi africani, nel 1980 ha lavorato presso il Centro per i pellegrini polacchi a Roma. Dal 1981 al 2012 ha lavorato presso L’Osservatore romano. Dal 1995 collabora con il settimanale cattolico polacco Niedziela come corrispondente dal Vaticano e dall’Italia. Per la sua attività di vaticanista il 23 settembre 2000 ha ricevuto in Polonia il premio cattolico per il giornalismo «Mater Verbi»; mentre il 14 luglio 2006 Sua Santità Benedetto XVI gli ha conferito il titolo di commendatore dell’Ordine di San Silvestro papa. Autore prolifico, ha scritto diversi volumi sul Vaticano e guide ai due principali santuari mariani: Lourdes e Fatima. Promotore in Polonia del pellegrinaggio a Santiago de Compostela. In occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II ha pubblicato il libro “Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano” (Edizioni Ares, Milano 2014), con 22 interviste, compresa la testimonianza d’eccezione di Papa emerito Benedetto XVI. Nel 2024, per commemorare il 40mo anniversario dell’assassinio di don Jerzy Popiełuszko, ha pubblicato la sua biografia “Jerzy Popiełuszko. Martire del comunismo” (Edizioni Ares Milano 2024).