Il Papa: Quando Dio vede il male, non si vendica, ma si rattrista
Udienza Generale
L’Udienza generale di questa mattina si è tenuta alle ore 10.00 nell’Aula Paolo VI, dove il Santo Padre Leone XIV ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da tutto il mondo.
Nel suo discorso italiano, il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi che accompagna l’Anno Giubilare, “Gesù Cristo, nostra speranza”, ha incentrato la sua meditazione sul tema del tradimento. “Sono forse io?” (Mc 14,19).
Dopo aver riassunto la sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha rivolto un saluto particolare ai fedeli presenti.
L’Udienza generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.
Il Papa ha poi salutato i pellegrini radunati all’esterno dell’Aula Paolo VI, nel cortile Petriano, per poi recarsi nella Basilica Vaticana per salutare coloro che non avevano trovato posto in Aula e avevano seguito l’udienza tramite schermi.
Pubblichiamo di seguito il testo della Catechesi del Santo Padre:
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Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. III. La Pasqua di Gesù. 2. Il tradimento. «Sono forse io?» (Mc 14,19)
Saluto a braccio prima dell’inizio dell’Udienza Generale
Buongiorno, Good morning everyone! Buenos días!
This morning we will have the audience in several places, in different moments, to stay a little bit out of the sun and the extreme heat. We thank you for your patience and we thank God for the wonderful gift of life, of good weather and all his blessings.
Entonces, vamos hacer la audiencia esta mañana en dos momentos, porque hay gente aquí al lado, gente en la basílica, y también en la plaza. Bienvenidos todos. Y poco a poco vamos a ir saludando en cuanto posible a todos los grupos.
Allora, oggi celebriamo questa udienza in momenti diversi, un po’ per proteggerci dal sole, dal caldo estremo. Grazie per essere venuti! Benvenuti tutti!
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Cari fratelli e sorelle,
proseguiamo il nostro cammino alla scuola del Vangelo, seguendo i passi di Gesù negli ultimi giorni della sua vita. Oggi ci fermiamo su una scena intima, drammatica, ma anche profondamente vera: il momento in cui, durante la cena pasquale, Gesù rivela che uno dei Dodici sta per tradirlo: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà» (Mc 14,18).
Parole forti. Gesù non le pronuncia per condannare, ma per mostrare quanto l’amore, quando è vero, non può fare a meno della verità. La stanza al piano superiore, dove poco prima tutto era stato preparato con cura, si riempie all’improvviso di un dolore silenzioso, fatto di domande, di sospetti, di vulnerabilità. È un dolore che conosciamo bene anche noi, quando nelle relazioni più care si insinua l’ombra del tradimento.
Eppure, il modo in cui Gesù parla di ciò che sta per accadere è sorprendente. Non alza la voce, non punta il dito, non pronuncia il nome di Giuda. Parla in modo tale che ciascuno possa interrogarsi. Ed è proprio quello che succede. San Marco ci dice: «Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: “Sono forse io?”» (Mc 14,19).
Cari amici, questa domanda – “Sono forse io?” – è forse tra le più sincere che possiamo rivolgere a noi stessi. Non è la domanda dell’innocente, ma del discepolo che si scopre fragile. Non è il grido del colpevole, ma il sussurro di chi, pur volendo amare, sa di poter ferire. È in questa consapevolezza che inizia il cammino della salvezza.
Gesù non denuncia per umiliare. Dice la verità perché vuole salvare. E per essere salvati bisogna sentire: sentire che si è coinvolti, sentire che si è amati nonostante tutto, sentire che il male è reale ma non ha l’ultima parola. Solo chi ha conosciuto la verità di un amore profondo può accettare anche la ferita del tradimento.
La reazione dei discepoli non è rabbia, ma tristezza. Non si indignano, si rattristano. È un dolore che nasce dalla possibilità reale di essere coinvolti. E proprio questa tristezza, se accolta con sincerità, diventa un luogo di conversione. Il Vangelo non ci insegna a negare il male, ma a riconoscerlo come occasione dolorosa per rinascere.
Gesù, poi, aggiunge una frase che ci inquieta e ci fa pensare: «Guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!» (Mc 14,21). Sono parole dure, certamente, ma vanno intese bene: non si tratta di una maledizione, è piuttosto un grido di dolore. In greco quel “guai” suona come un lamento, un “ahimè”, un’esclamazione di compassione sincera e profonda.
Noi siamo abituati a giudicare. Dio, invece, accetta di soffrire. Quando vede il male, non si vendica, ma si addolora. E quel “meglio se non fosse mai nato” non è una condanna inflitta a priori, ma una verità che ciascuno di noi può riconoscere: se rinneghiamo l’amore che ci ha generati, se tradendo diventiamo infedeli a noi stessi, allora davvero smarriamo il senso del nostro essere venuti al mondo e ci autoescludiamo dalla salvezza.
Eppure, proprio lì, nel punto più oscuro, la luce non si spegne. Anzi, comincia a brillare. Perché se riconosciamo il nostro limite, se ci lasciamo toccare dal dolore di Cristo, allora possiamo finalmente nascere di nuovo. La fede non ci risparmia la possibilità del peccato, ma ci offre sempre una via per uscirne: quella della misericordia.
Gesù non si scandalizza davanti alla nostra fragilità. Sa bene che nessuna amicizia è immune dal rischio del tradimento. Ma Gesù continua a fidarsi. Continua a sedersi a tavola con i suoi. Non rinuncia a spezzare il pane anche per chi lo tradirà. Questa è la forza silenziosa di Dio: non abbandona mai il tavolo dell’amore, neppure quando sa che sarà lasciato solo.
Cari fratelli e sorelle, anche noi possiamo chiederci oggi, con sincerità: “Sono forse io?”. Non per sentirci accusati, ma per aprire uno spazio alla verità nel nostro cuore. La salvezza comincia da qui: dalla consapevolezza che potremmo essere noi a spezzare la fiducia in Dio, ma che possiamo anche essere noi a raccoglierla, custodirla, rinnovarla.
In fondo, questa è la speranza: sapere che, anche se noi possiamo fallire, Dio non viene mai meno. Anche se possiamo tradire, Lui non smette di amarci. E se ci lasciamo raggiungere da questo amore – umile, ferito, ma sempre fedele – allora possiamo davvero rinascere. E iniziare a vivere non più da traditori, ma da figli sempre amati.
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Saluti
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le partecipanti al Capitolo Generale dell’Istituto Figlie della Croce. Saluto inoltre i fedeli di Verona, Modena, Manerbio, incoraggiando ciascuno a progredire nell’integrità e nella purezza di fede e di vita.
Il mio pensiero va infine agli ammalati, agli sposi novelli – un applauso per tutti gli sposi novelli che sono con noi – e ai giovani, specialmente quelli che partecipano al Campo internazionale dell’Opera per gioventù «Giorgio La Pira».
Nell’imminenza della Solennità dell’Assunzione mi è caro esortarvi a rivolgere con costanza la vostra preghiera alla Vergine Maria, seguendone l’esempio nell’accogliere pienamente la vocazione alla “familiarità” con Dio e alla sollecitudine verso ogni uomo.
A tutti la mia benedizione!
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