Il Papa «Diesel» che ha spiazzato i bookmaker: un anno di Papa Leone XIV
Dalla sorpresa nella Cappella Sistina allo scontro con Donald Trump: Elisabetta Piqué, Darío Menor ed Eva Fernández analizzano il primo anno di un pontificato che nessuno aveva previsto.
Esattamente un anno fa, il mondo guardava con nervosismo verso il comignolo della Cappella Sistina. Nessuno, nemmeno gli analisti più esperti, aveva sul radar un agostiniano di basso profilo, nato a Chicago ma con il cuore peruviano. Oggi, dopo dodici mesi di gestione, i corrispondenti che hanno vissuto quell’adrenalina analizzano come Papa Leone XV (Robert Prevost) sia riuscito in un’impresa quasi impossibile: mantenere la rotta di Francesco, recuperando però la mistica e la tradizione del Palazzo Apostolico.
Il candidato che ha viaggiato «sotto i radar»
«È stato un totale spiazzamento per le previsioni mediatiche», ricorda Elisabetta Piqué. Mentre la stampa faceva i nomi di cardinali mediatici, un gruppo silenzioso di porporati cercava un «Papa Pastore». Prevost, che era stato prefetto del Dicastero per i Vescovi, era l’uomo che tutti i cardinali conoscevano da vicino, ma che il mondo ignorava.
La sua elezione non è stata una rottura, bensì un consolidamento. Con un Collegio Cardinalizio dove l’80% degli elettori è stato creato da Francesco, il mandato era chiaro: continuare con una «Chiesa in uscita», ma con uno stile più pacato.
Il «Motore Diesel» contro il «Vortice Trump»
Il giornalista Darío Menor definisce questo primo anno come quello di un «Papa Diesel». A differenza dello stile esplosivo e del «fare baccano» (hacer lío) di Bergoglio, Prevost ha impiegato tempo per scaldare i motori, ma la sua fermezza ha sorpreso amici e nemici.
Il punto di svolta è stato il suo rapporto con Donald Trump. «Trump è un vortice che trascina tutti, ma il Papa non si è lasciato intimorire», sottolineano gli esperti. Il braccio di ferro è stato dialettico e simbolico: dal rispondere alle accuse sulle armi nucleari esigendo di essere criticato «con la verità», a gesti quasi impercettibili, come lasciare la busta di un invito della Casa Bianca nell’angolo di un tavolo, inviando un messaggio chiaro: gli Stati Uniti dovranno aspettare.
Ritorno al passato o libertà personale?
Uno dei punti più dibattuti è il ritorno del Papa nel Palazzo Apostolico e l’uso di Castel Gandolfo, luoghi che Francesco aveva trasformato in musei. Per i corrispondenti, questo non è un arretramento ideologico, ma una prova di libertà.
«È un uomo assolutamente libero e indipendente. Non si è sentito obbligato dall’ombra di Francesco a restare a Santa Marta», sottolinea il panel.
Questo ritorno alle forme tradizionali — incluso l’uso della talare bianca di protocollo sul balcone — sembra aver placato quei settori della Curia che si sentivano a disagio con l’«eccessiva informalità» del pontificato precedente.
Il futuro: Spagna, Argentina e la lingua del cuore
Il secondo anno di Leone XV promette di essere quello dei grandi viaggi. Eva Fernández evidenzia l’interesse del Papa per la Spagna, un paese che Francesco non ha mai visitato ufficialmente. Con 22 discorsi già pronti, si prevede una visita storica che interromperà un’assenza papale sul suolo spagnolo che dura da 15 anni.
Ma la grande incognita resta l’Argentina. Il Papa che «non è mai tornato nella sua terra» potrebbe finalmente atterrare nel Cono Sud a fine novembre, chiudendo una ferita aperta da oltre un decennio.
Ciò che è innegabile è che, quando Leone XV parla in spagnolo, la sua personalità cambia. «Viene fuori la sua parte più peruviana e meno quella di Chicago», dicono tra le risate i corrispondenti. È in quella spontaneità che la Chiesa sembra aver trovato un equilibrio: un Papa che cerca la pace «disarmata e disarmante», ma che ha le idee più chiare che mai.
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