22 Ottobre, 2026

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Santiago Portas

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22 Ottobre, 2026

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Gestire come un buon padre

Dalla saggezza romana al servizio pastorale: perché la salvaguardia del patrimonio della Chiesa richiede rigore, prudenza e trasparenza per promuovere la sua missione

Gestire come un buon padre

La formula non è esclusiva del diritto canonico. Compare anche nel Codice civile spagnolo e trae origine da una tradizione giuridica ben più antica. La sua origine risiede nel diritto romano, nella figura del bonus pater familias , che non designava tanto il padre in senso affettivo, quanto piuttosto la persona prudente, responsabile e attenta, capace di gestire la propria famiglia, proteggere i propri beni e agire con lungimiranza. Nel corso dei secoli, questa immagine si è evoluta in un criterio giuridico.

All’interno della Chiesa, questa espressione assume un significato particolarmente importante. I beni ecclesiastici non sono proprietà privata al servizio degli interessi individuali. Lo stesso Codice di Diritto Canonico ci ricorda che la Chiesa può acquisire, custodire, amministrare e alienare beni temporali per adempiere ai propri scopi: sostenere il culto divino, prendersi cura del clero e dei ministri, svolgere opere di apostolato e praticare la carità. Pertanto, l’amministrazione nella Chiesa non consiste semplicemente nella gestione delle risorse: si tratta di salvaguardare i mezzi al servizio di una missione.

Pertanto, comportarsi da “buon capofamiglia” implica, prima di tutto, un atteggiamento di responsabilità. L’amministratore ecclesiastico – sia esso in una diocesi, parrocchia, congregazione, fondazione o qualsiasi altro ente legato alla Chiesa – non può agire come proprietario assoluto dei beni, ma piuttosto come servitore e custode. Egli amministra ciò che ha ricevuto per metterlo al servizio del Vangelo, della comunità e dei poveri. Questa consapevolezza cambia profondamente il modo in cui vengono prese le decisioni economiche.

In secondo luogo, l’espressione richiede prudenza. Prudenza non è né paura né inazione. Non significa lasciare le risorse inutilizzate per timore di commettere un errore, ma piuttosto valutare attentamente i rischi, agire con cognizione di causa, chiedere consiglio quando necessario e prendere decisioni proporzionate. Nell’amministrazione della Chiesa, le buone intenzioni non bastano se non sono accompagnate da rigore, trasparenza e competenza. Una decisione sbagliata può compromettere opere pastorali, educative, sociali o assistenziali che dipendono da tali risorse.

In terzo luogo, il canone 1284 traduce questa diligenza in obblighi molto pratici. L’amministratore deve assicurarsi che la proprietà non venga persa o danneggiata, garantirne legalmente la proprietà, osservare le norme canoniche e civili, riscuotere diligentemente gli affitti, pagare i debiti, tenere una contabilità adeguata, conservare i documenti e rendere conto. In altre parole, l’espressione “buon capofamiglia” non è semplicemente una bella frase o un’espressione moraleggiante: si traduce in controllo, ordine, lungimiranza, legalità e responsabilità.

Ha anche una dimensione evangelistica. Una buona amministrazione nella Chiesa non consiste nell’accumulare ricchezza fine a se stessa, ma nel rendere possibile la missione. Ogni euro mal gestito è un’occasione persa per evangelizzare, educare, accompagnare, prendersi cura o servire. E ogni decisione finanziaria presa con serietà può diventare una forma concreta di carità istituzionale. Una buona amministrazione non sostituisce la missione, ma la sostiene; non è il fine ultimo, ma permette di realizzarlo.

Forse è per questo che quest’antica espressione conserva ancora oggi tutta la sua forza. Amministrare come “un buon capofamiglia” non significa semplicemente adempiere a un obbligo legale, ma assumere una forma concreta di servizio. Nella Chiesa, coloro che amministrano non sono chiamati a usare i beni per il proprio tornaconto, ma a metterli al servizio della missione, ricordando le parole del Vangelo: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”.

Da questa prospettiva, dobbiamo anche esprimere la nostra gratitudine e il nostro riconoscimento al lavoro di tante persone che, spesso con discrezione e dedizione, guidano parrocchie, diocesi, congregazioni, fondazioni, scuole, ospedali, residenze, organizzazioni sociali e molte altre opere della Chiesa. Il loro lavoro non è sempre visibile, ma è essenziale affinché la missione possa proseguire con fedeltà, trasparenza e credibilità.

Santiago Portas

Santiago Portas es director de Instituciones Religiosas y Tercer Sector en Banco Sabadell, responsabilidad que compagina con su vocación por el desarrollo humano y el liderazgo ético. Partiendo de la premisa de que «es posible ejercer autoridad sin perder humanidad», en su libro 70 veces 7: Liderar desde el perdón, la verdad y la reconciliación ofrece una visión transformadora dirigida a quienes gestionan equipos e instituciones, demostrando que las decisiones más trascendentales no se resuelven únicamente con técnica, sino con valores, empatía y sentido.