16 Maggio, 2026

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Famiglia, resistenza intima e legami quotidiani

"Un affare di famiglia"

Famiglia, resistenza intima e legami quotidiani

Questo articolo esamina il profondo legame tra il film “Shoplifters” (2018) di Hirokazu Koreeda  e la filosofia sviluppata da Josep Maria Esquirol in “Intimate Resistance” (2015). Entrambi gli autori convergono nell’affrontare  il disagio esistenziale  – l’inevitabile condizione di  vulnerabilità, fragilità, dolore e solitudine  a cui è esposta la vita umana – anche quando questo disagio si manifesta nella  precarietà materiale e sociale  di una famiglia emarginata. Il film di Koreeda illustra vividamente la tesi di Esquirol: la  vera forza  non risiede nei gesti eroici o nelle strutture esterne, ma nell’intima  resistenza  che emerge dal quotidiano, ovvero nei  legami stretti, nella cura reciproca  e nei  piccoli gesti di tenerezza  che danno senso e dignità alla vita. Così,  la vicinanza  e la volontà di  coltivare spazi di cura  diventano il  vero rifugio  dal vuoto e dall’emarginazione.

Il film “Shoplifters” (2018), del regista giapponese Hirokazu Koreeda, offre un toccante ritratto di una famiglia emarginata che sopravvive alle difficoltà economiche attraverso piccoli furti e strategie di sussistenza al di fuori della legge. Tuttavia, al di là della precaria condizione sociale, il film si concentra sulla forza dei legami che si creano tra i suoi membri, legami non sempre basati su vincoli di sangue, ma piuttosto sulla cura reciproca e sulla decisione di rimanere uniti. Questa prospettiva risuona profondamente con la riflessione sviluppata da Josep Maria Esquirol in  “Intimate Resistance”  (2015), dove propone che la vera forza di fronte alle dure realtà della vita non si trova nelle grandi azioni o nei discorsi astratti, ma nella vita di tutti i giorni, nei gesti di tenerezza e nella vicinanza della famiglia e della comunità. 

Guardando questo film, è impossibile non pensare a ciò di cui Esquirol parla nel suo libro,  dove spiega che l’esistenza umana è sempre esposta a una sorta di durezza: fragilità, dolore, solitudine, incertezza. Non c’è modo di sfuggire a questa esposizione, ma ci sono modi per resistervi. Questa resistenza non deriva da gesti grandiosi o epici, ma dall’intimo, dal familiare e dal quotidiano. 

Se c’è una cosa che Koreeda ci mostra in questo film è proprio questa: le vite di queste persone, così segnate dalla precarietà, trovano forza e senso nei piccoli gesti di tenerezza e nel rifugio che si offrono a vicenda. 

Gli elementi sullo schermo 

Quando Esquirol parla di “esposizione esistenziale”, si riferisce a quell’inevitabile condizione di vulnerabilità in cui tutti ci troviamo. Nel film, questa esposizione è ben visibile nel mondo materiale: la famiglia vive in una casa minuscola e angusta, con perdite d’acqua e nessuno spazio per ogni persona. Non hanno un lavoro stabile né risorse sufficienti e dipendono da piccoli furti e truffe. 

Ma la durezza non è solo fisica. Si percepisce anche nelle vite di ogni personaggio: la ragazza abbandonata dai genitori, il giovane che non riesce a trovare il suo posto a scuola, l’anziana donna abbandonata dalla sua stessa famiglia. Sono vite ferite, appollaiate su un precipizio sociale dove il riconoscimento è scarso. 

Questa è la dura realtà della durezza ritratta da Koreeda. Non cerca di suscitare pietà, ma di dimostrare che, anche in quelle condizioni, la vita trova sempre una via d’uscita. 

La resistenza invisibile 

Di fronte a questa durezza, Esquirol propone l’idea della resistenza intima come atteggiamento silenzioso e umile che si manifesta nella vita quotidiana. 

In “A Family Affair”, questa resilienza emerge nei momenti condivisi dai diversi personaggi: quando si siedono tutti intorno al tavolo per mangiare quel poco che hanno, quando fanno il bagno insieme nella piccola vasca, quando il padre improvvisa giochi con i figli. Questi semplici gesti sono, in fondo, la vera forza della famiglia. 

Esquirol insiste sul fatto che la resilienza interiore non nega le difficoltà, ma non si arrende nemmeno a esse. Ciò che fa è coltivare spazi di cura e significato che permettono di andare avanti. Nel film, la famiglia non riesce a superare la povertà o a sfuggire all’emarginazione sociale, ma resiste ogni giorno grazie a quei momenti di vicinanza che la proteggono dal vuoto. 

Il calore della prossimità

Una delle idee più belle di Esquirol in queste pagine è il valore della vicinanza. Non sono i grandi discorsi o le istituzioni a sostenere gli esseri umani, ma le relazioni strette, i volti di chi ci è accanto. 

La famiglia rappresentata non è sempre vincolata da contratti legali o legami biologici. È vincolata dalla decisione di prendersi cura l’uno dell’altro. La ragazza, salvata da una famiglia violenta, trova in questa casa povera una tenerezza che non aveva mai conosciuto prima. Il ragazzo sperimenta cosa significhi essere amato e accudito, anche se attraverso un padre che gli insegna a rubare. 

In queste relazioni, c’è più calore e significato che in qualsiasi struttura sociale che le emargina. La prossimità diventa, come dice Esquirol, il vero rifugio dagli elementi. 

La casa come simbolo 

Esquirol usa la metafora della casa per parlare del bisogno umano di un luogo protetto, uno spazio in cui trovare calore dal freddo esterno. La casa non è solo un edificio con pareti e tetto: è un regno di riparo, intimità e ospitalità. 

La casa di “Un affare di famiglia” è tutt’altro che ideale. È piccola, disordinata e scomoda. Ma nonostante tutto, funziona come una casa nel senso profondo immaginato da Esquirol, e tutti sembrano felici lì. Lì si costruisce l’intimità, si sperimenta l’ospitalità con i nuovi arrivati ​​e si coltiva il calore umano, in netto contrasto con la freddezza della società. 

Le scene in casa trasmettono proprio questo: un rifugio. Attorno al tavolo o durante il bagno condiviso, si percepisce un calore che non dipende dalla metratura o dai beni materiali, ma dalla volontà di prendersi cura l’uno dell’altro. 

Una delle idee più belle di Esquirol è quando afferma che “la casa può essere definita come il luogo a cui si ritorna”. Intendendo la casa come famiglia, sia essa di sangue o fondata tramite altri legami, questa argomentazione ricorda il libro di Rafael Alvira  “The Place One Returns to: Reflections on the Family  “, in cui si afferma che la famiglia è “il luogo a cui si ritorna”, perché è dalla famiglia che proveniamo e a cui dobbiamo tornare in un modo misterioso e romantico. 

La tenerezza come resistenza 

Forse il punto di convergenza più evidente tra Esquirol e Koreeda risiede nel loro apprezzamento per la tenerezza. Per Esquirol, i piccoli gesti di cura hanno più potere di sostenere la vita di qualsiasi gesto spettacolare. “Intimate Resistance” si fonda su questa etica della cura. 

Il film lo mostra in numerosi dettagli: il modo in cui avvolgono la bambina nei vestiti, la cura che mettono nell’insegnarle i giochi, il modo in cui si sostengono a vicenda, anche nei momenti di difficoltà. La tenerezza è ciò che trasforma questo gruppo in una famiglia. Ed è anche ciò che conferisce loro dignità in mezzo alla loro emarginazione. 

Koreeda filma questi gesti senza eccessivi sentimentalismi, ma con una delicatezza che ne esalta la potenza. Lì, dove sembra non esserci nulla, emerge l’essenziale: la tenerezza come forma di resistenza. 

Conclusione 

Il film di Koreeda e le riflessioni di Esquirol concordano sul fatto che gli esseri umani sono esposti agli elementi, ma che di fronte a questa fragilità non c’è altra via d’uscita che resistere dall’interno. 

La resistenza intima ci permette di comprendere che questa è la vera forza: non quella eroica o spettacolare, ma quella quotidiana, silenziosa, vicina. 

In definitiva, il film ci ricorda che, nella precarietà e nella fragilità della vita, ciò che ci sostiene davvero non sono i discorsi magniloquenti o le strutture esterne, ma i legami che coltiviamo giorno dopo giorno.  

Cristina Castillo. Osservatorio di Bioetica. Università Cattolica di Valencia

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Specifiche tecniche:

  • Anno:  2018
  • Durata:  121 min.
  • Paese:  Giappone
  • Regia:  Hirokazu Koreeda
  • Sceneggiatura:  Hirokazu Koreeda
  • Genere:  Drammatico
  • Cast:  Kirin Kiki, Lily Franky, Sakura Ando, ​​Mayu Matsuoka e Sosuke Ikematsu

Observatorio de Bioética UCV

El Observatorio de Bioética se encuentra dentro del Instituto Ciencias de la vida de la Universidad Católica de Valencia “San Vicente Mártir” . En el trasfondo de sus publicaciones, se defiende la vida humana desde la fecundación a la muerte natural y la dignidad de la persona, teniendo como objetivo aunar esfuerzos para difundir la cultura de la vida como la define la Evangelium Vitae.