27 Aprile, 2026

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Enrique Shaw, Santità in giacca e cravatta

Dalla fabbrica agli altari: il radicalismo silenzioso di un laico argentino in cammino verso la benedizione

Enrique Shaw, Santità in giacca e cravatta

Non è iniziato su un altare o in una sacrestia. È iniziato un lunedì qualunque, con il brusio secco di una fabbrica in funzione, con bilanci sul tavolo e decisioni improrogabili. La storia di Enrique Shaw – e il motivo per cui la Chiesa ora lo invoca per la beatificazione – non si comprende a partire dallo straordinario, ma dalla quotidianità vissuta con silenzioso radicalismo.

Shaw non era un santo eccezionale, ma un santo che incarnava la fede. Un uomo che scelse di non dividere la sua vita in compartimenti stagni: la fede da una parte, il lavoro dall’altra, la famiglia dalla terza. Era tutto la stessa cosa. Forse è per questo che la sua figura è al tempo stesso scomoda e necessaria ai nostri tempi. Perché ci costringe a porci una domanda diretta: cosa facciamo del Vangelo quando dobbiamo firmare un contratto, stabilire uno stipendio o decidere il futuro degli altri?

Nato a Parigi nel 1921, ma profondamente argentino nel suo stile di vita, rimase orfano in giovane età. Crebbe sotto la guida di un sacerdote, frequentò l’Accademia Militare Navale, crebbe una famiglia numerosa con Cecilia Bunge e assunse responsabilità imprenditoriali presso le Cristalerías Rigolleau. Niente di tutto ciò lo allontanò da Dio. Al contrario: fu lì che Lo trovò. In ufficio, in officina, a casa, nella malattia.

Perché Shaw credeva – e viveva – che la santità non consistesse nel fuggire dal mondo, ma nell’umanizzarlo. Come imprenditore, capì che la redditività senza giustizia è un’elegante forma di ingiustizia. Promosse salari dignitosi, si prese cura dei suoi dipendenti, rifiutò i licenziamenti di massa in tempi di crisi e concepì l’impresa come una comunità di persone, non come una macchina per generare profitto. La fondazione della Christian Association of Business Leaders (ACDE) fu la logica conseguenza di questa prospettiva: portare la Dottrina Sociale della Chiesa al cuore dell’economia reale.

Ecco perché la sua causa di beatificazione non è un gesto pio o un omaggio tardivo. È una dichiarazione d’intenti. Avviata nel 2001, ha progredito costantemente fino a quando, nel 2021, Papa Francesco lo ha dichiarato venerabile, riconoscendo l’eroicità delle sue virtù. Nel 2025, il processo ha preso una svolta decisiva: il miracolo attribuito alla sua intercessione – l’inspiegabile guarigione di un bambino gravemente ferito – ha superato tutti gli esami medici e teologici e ha ricevuto il parere favorevole di vescovi e cardinali. È necessaria una sola firma. Niente di più. Niente di meno.

Ma mentre attendiamo il decreto, la figura di Shaw risuona già. In un mondo in cui il lavoro diventa sempre più precario, l’economia disumanizzata e la fede relegata alla sfera privata, la sua vita funge da specchio scomodo. Shaw non parlava di giustizia sociale: la praticava. Non scriveva trattati di etica aziendale: la incarnava. Non predicava da bordo campo: era coinvolto fino alla fine.

Era anche marito, padre di nove figli, membro dell’Azione Cattolica e membro del Movimento Familiare Cristiano. Quando la malattia lo colpì – rapida, ingiusta e terminale – non cedette al risentimento. La affrontò come aveva affrontato tutto il resto: con fede, con forza d’animo, con una serenità disarmante. I suoi operai, quelli che aveva trattato come fratelli, si offrirono di donare il sangue per lui. Quel gesto parla più forte di qualsiasi biografia.

Se la beatificazione avrà luogo, l’Argentina non avrà solo un nuovo beato. Avrà anche una provocazione. Un laico elevato agli altari non per essere fuggito dal mondo, ma per averlo vissuto con coerenza evangelica. Un imprenditore che dimostra che la santità è in gioco anche nell’economia, nelle politiche sociali e nella gestione pratica.

Forse è per questo che Enrique Shaw arriva ora. Non quando tutto è in ordine, ma quando tutto sembra scricchiolare. La sua vita pone una domanda che non ammette risposte facili: è possibile vivere la fede senza domarla? È possibile gestire un’azienda senza escludere nessuno? È possibile essere santi senza smettere di essere profondamente umani?

La Chiesa sembra dire di sì. Ora dobbiamo solo avere il coraggio di crederci.

Juan Francisco Miguel

Juan Francisco Miguel es comunicador social, escritor y coach. Se especializa en liderazgo, narrativa y espiritualidad, y colabora con proyectos que promueven el desarrollo humano y la fe desde una mirada integral