28 Aprile, 2026

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Cultura della cura

Vedere con il cuore e prendersi cura con le mani

Cultura della cura

Parole e concetti come  ospitalità, cura, accoglienza e attenzione ci sono familiari.  Vorrei fare riferimento a quest’ultima parola, a cui Papa Leone XIV alluse nella sua omelia di domenica 16 novembre 2025, con l’espressione “cultura della cura“. Egli disse: “Quante forme di povertà opprimono il nostro mondo! Innanzitutto c’è la povertà materiale, ma ci sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso colpiscono soprattutto i giovani. E il dramma che le attraversa tutte è la solitudine. Ci sfida a guardare la povertà nella sua interezza, perché certamente a volte è necessario rispondere a bisogni urgenti, ma in generale ciò che dobbiamo sviluppare è una cultura della cura, proprio per abbattere il muro della solitudine”. Povertà morale e spirituale il cui nucleo è la solitudine. Uno spirito affamato di contatto umano che accoglie e accompagna l’anima assetata di calore, accoglienza e ascolto. Una cultura della cura in una duplice dimensione: osservare con attenzione e prendersi cura con diligenza.

L’attenzione come sguardo rivolto all’altro. Martin Buber si riferiva a questa realtà delle relazioni interpersonali come a un movimento della persona orientato verso l’altro. Non si tratta tanto di una ricerca, quanto piuttosto di un incontro con il volto e lo sguardo del “tu” con cui sono in relazione. Questo atteggiamento inizia con il distacco da sé o da ciò che è mio, per concentrarsi sull’ascolto attento dell’altro, per comprenderlo nel suo essere e nel suo apparire. Questa attenzione comporta uno sguardo rispettoso e modesto, perché non cerca di trasformare l’altro in un “oggetto” di conoscenza, ridotto a un insieme di fatti e luoghi comuni. È piuttosto uno sguardo contemplativo e accogliente, capace di aprire le porte dell’anima, affinché, in questa relazione attenta, le ragioni e i sentimenti del cuore si comunichino reciprocamente.

In questi nostri tempi, in cui la fretta è diventata uno stile di vita, il Santo Padre sottolinea che «il pericolo di vivere come viaggiatori distratti, disattenti alla meta finale e indifferenti a coloro che condividono il cammino con noi, è sempre in agguato dietro l’angolo». Possiamo cadere nella trappola descritta da Julio Iglesias negli anni ’80: «Dal correre senza freni / ho dimenticato che la vita si vive un attimo alla volta / Dal voler essere il primo in tutto / ho dimenticato di vivere / i piccoli dettagli». Spesso, il desiderio di successo può sopraffarci, al punto da ignorare i bisogni del nostro prossimo, non solo di chi si trova nell’angolo più remoto del mondo, ma anche di coloro che condividono il cammino con noi: la famiglia, i colleghi, gli amici, la nostra comunità. Una cultura dell’attenzione ci aiuta a fermarci e a coltivare la meraviglia e la pazienza.

La cultura della cura, dicevamo, ha una seconda dimensione:  la cura premurosa. Si passa dal cuore  che vede  i bisogni concreti del prossimo alle mani che  fanno del bene  a chi è nel bisogno. «Per questo – continua il Romano Pontefice – vogliamo essere attenti agli altri, a ogni persona, dovunque siamo, dovunque viviamo, trasmettendo questo atteggiamento dall’interno della famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e nelle scuole, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, ovunque, spingendoci anche ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio». Uno sguardo attento, posto prima di tutto su coloro a cui devo la mia fedeltà. Mi viene subito in mente il nucleo familiare: genitori, coniuge, figli… Gli obblighi familiari, come direbbero le leggi fiscali. Sono molto più di un peso; sono – di solito – la ragione stessa della vita. Sono spesso i nostri amori, e quando le cose si fanno difficili, dire “per loro” attenua la difficoltà.

In particolare, ci preoccupiamo dei bambini, degli anziani, dei malati e dei vulnerabili. Sono persone che necessitano di cura, gentilezza e pazienza. Sappiamo che difficoltà e solitudine non mancano sul posto di lavoro, nei nostri quartieri e nella società. Lasciati a noi stessi, l’obiettivo di una cura attenta e meticolosa va oltre le nostre capacità. Una cultura cristiana integra le buone intenzioni umane, fornendo il  terreno fertile necessario  per allargare i nostri cuori e sostenere una cultura della cura che porta frutto nell’azione.

Francisco Bobadilla

Francisco Bobadilla es profesor principal de la Universidad de Piura, donde dicta clases para el pre-grado y posgrado. Interesado en las Humanidades y en la dimensión ética de la conducta humana. Lector habitual, de cuyas lecturas se nutre en gran parte este blog. Es autor, entre otros, de los libros “Pasión por la Excelencia”, “Empresas con alma”, «Progreso económico y desarrollo humano», «El Código da Vinci: de la ficción a la realidad»; «La disponibilidad de los derechos de la personalidad». Abogado y Master en Derecho Civil por la PUCP, doctor en Derecho por la Universidad de Zaragoza; Licenciado en Ciencias de la Información por la Universidad de Piura. Sus temas: pensamiento político y social, ética y cultura, derechos de la persona.