Cultura della cura
Vedere con il cuore e prendersi cura con le mani
Parole e concetti come ospitalità, cura, accoglienza e attenzione ci sono familiari. Vorrei fare riferimento a quest’ultima parola, a cui Papa Leone XIV alluse nella sua omelia di domenica 16 novembre 2025, con l’espressione “cultura della cura“. Egli disse: “Quante forme di povertà opprimono il nostro mondo! Innanzitutto c’è la povertà materiale, ma ci sono anche tante situazioni morali e spirituali, che spesso colpiscono soprattutto i giovani. E il dramma che le attraversa tutte è la solitudine. Ci sfida a guardare la povertà nella sua interezza, perché certamente a volte è necessario rispondere a bisogni urgenti, ma in generale ciò che dobbiamo sviluppare è una cultura della cura, proprio per abbattere il muro della solitudine”. Povertà morale e spirituale il cui nucleo è la solitudine. Uno spirito affamato di contatto umano che accoglie e accompagna l’anima assetata di calore, accoglienza e ascolto. Una cultura della cura in una duplice dimensione: osservare con attenzione e prendersi cura con diligenza.
L’attenzione come sguardo rivolto all’altro. Martin Buber si riferiva a questa realtà delle relazioni interpersonali come a un movimento della persona orientato verso l’altro. Non si tratta tanto di una ricerca, quanto piuttosto di un incontro con il volto e lo sguardo del “tu” con cui sono in relazione. Questo atteggiamento inizia con il distacco da sé o da ciò che è mio, per concentrarsi sull’ascolto attento dell’altro, per comprenderlo nel suo essere e nel suo apparire. Questa attenzione comporta uno sguardo rispettoso e modesto, perché non cerca di trasformare l’altro in un “oggetto” di conoscenza, ridotto a un insieme di fatti e luoghi comuni. È piuttosto uno sguardo contemplativo e accogliente, capace di aprire le porte dell’anima, affinché, in questa relazione attenta, le ragioni e i sentimenti del cuore si comunichino reciprocamente.
In questi nostri tempi, in cui la fretta è diventata uno stile di vita, il Santo Padre sottolinea che «il pericolo di vivere come viaggiatori distratti, disattenti alla meta finale e indifferenti a coloro che condividono il cammino con noi, è sempre in agguato dietro l’angolo». Possiamo cadere nella trappola descritta da Julio Iglesias negli anni ’80: «Dal correre senza freni / ho dimenticato che la vita si vive un attimo alla volta / Dal voler essere il primo in tutto / ho dimenticato di vivere / i piccoli dettagli». Spesso, il desiderio di successo può sopraffarci, al punto da ignorare i bisogni del nostro prossimo, non solo di chi si trova nell’angolo più remoto del mondo, ma anche di coloro che condividono il cammino con noi: la famiglia, i colleghi, gli amici, la nostra comunità. Una cultura dell’attenzione ci aiuta a fermarci e a coltivare la meraviglia e la pazienza.
La cultura della cura, dicevamo, ha una seconda dimensione: la cura premurosa. Si passa dal cuore che vede i bisogni concreti del prossimo alle mani che fanno del bene a chi è nel bisogno. «Per questo – continua il Romano Pontefice – vogliamo essere attenti agli altri, a ogni persona, dovunque siamo, dovunque viviamo, trasmettendo questo atteggiamento dall’interno della famiglia, per viverlo concretamente nei luoghi di lavoro e nelle scuole, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, ovunque, spingendoci anche ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio». Uno sguardo attento, posto prima di tutto su coloro a cui devo la mia fedeltà. Mi viene subito in mente il nucleo familiare: genitori, coniuge, figli… Gli obblighi familiari, come direbbero le leggi fiscali. Sono molto più di un peso; sono – di solito – la ragione stessa della vita. Sono spesso i nostri amori, e quando le cose si fanno difficili, dire “per loro” attenua la difficoltà.
In particolare, ci preoccupiamo dei bambini, degli anziani, dei malati e dei vulnerabili. Sono persone che necessitano di cura, gentilezza e pazienza. Sappiamo che difficoltà e solitudine non mancano sul posto di lavoro, nei nostri quartieri e nella società. Lasciati a noi stessi, l’obiettivo di una cura attenta e meticolosa va oltre le nostre capacità. Una cultura cristiana integra le buone intenzioni umane, fornendo il terreno fertile necessario per allargare i nostri cuori e sostenere una cultura della cura che porta frutto nell’azione.
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