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Alejandro Fontana

Voci

05 Gennaio, 2026

4 min

Ci mancano i padri

Una leadership esecutiva che inizia a casa

Ci mancano i padri
Foto de Nathan Anderson en Unsplash

C’è una crisi silenziosa che colpisce le nostre organizzazioni e le nostre città: non è solo un problema di istituzioni, tecnologia o economia. È un problema di paternità. Ci mancano i padri: persone che assumano pienamente il loro ruolo, con una presenza genuina, un’autorità pacata e la capacità di accudire. E quando un padre è assente – anche se vive sotto lo stesso tetto – la madre è spesso lasciata sola a sopportare il peso quotidiano della casa, e i figli crescono con un vuoto che in seguito cercano di colmare con sostituti che non riescono a fornire una guida adeguata.

Nel suo libro, Fabio Rosini articola la portata della posta in gioco: la paternità non è un “titolo” o un sentimento; è un compito impegnativo e una tappa fondamentale della maturità. A suo avviso, la vita umana segue un percorso: la transizione  dall’essere figlio  (colui che riceve) all’essere  padre (colui che dà). E questa transizione richiede la rinuncia all’autoreferenziali. Non è solo una bella frase: è una trasformazione interiore.

Essere padre non significa essere presenti: significa arrivare.

Molti uomini – e anche donne – rimangono bloccati in una fase infantile: continuano ad aspettarsi di essere accuditi, compresi e che il mondo si adatti ai loro stati d’animo. Questa immaturità alimenta un senso di superiorità: “Il mio desiderio dovrebbe essere un ordine per gli altri”. Il risultato è prevedibile: relazioni fragili, frustrazione cronica, incapacità di mantenere gli impegni quando sono difficili e una vita emotiva che ruota attorno a se stessi.

La paternità autentica rompe questo circolo vizioso. Introduce una semplice verità: l’altro è il mio confine benedetto. E quel confine non è oppressione; è fecondità.  La misura ultima di una vita appagante  non è quanto ho “realizzato”, ma se ho generato vita negli altri:  se qualcuno è migliore grazie a me, se  qualcuno è stato più felice grazie alla mia dedizione.

Una casa senza padre non è una casa senza affetto; spesso è una casa senza confini. E i confini sono una forma d’amore. La madre tende a essere il “sì” accogliente; il padre deve saper essere il “no” guida che ordina, protegge e dirige. Non per imporre, ma per coltivare la libertà: per insegnare che la vita ha dei limiti, che ci sono dei sacrifici, che non ogni desiderio è buono, che la frustrazione può essere superata senza distruggere se stessi o gli altri.

Quando questo ruolo viene a mancare, l’intera famiglia ne paga il prezzo: la madre diventa ipertrofica, onnipresente e onnipotente per necessità; i figli crescono senza l’educazione alla realtà; e il padre si riduce a fornitore o spettatore. Ma il mondo non ha bisogno di spettatori: ha bisogno di adulti.

C’è un punto cruciale: nessuno diventa padre semplicemente attraverso la biologia o firmando un certificato di nascita. Un padre nasce quando si lascia influenzare dal figlio, quando impara a soffrire per lui, quando si assume la responsabilità del suo destino. Una testimonianza che Rosini cita nel suo libro lo esprime in modo crudo: il giorno in cui un padre pianse per la gravità della condizione della figlia neonata, quel giorno divenne padre. La paternità non è un discorso; è un legame che ti porta oltre te stesso.

Questo è particolarmente rilevante per i manager, perché le aziende tendono a premiare l’efficienza, l’autonomia e il controllo. Ma in patria, la leadership è diversa: richiede pazienza, ripetitività, dare il buon esempio e una presenza che non può essere esternalizzata.

Insegnare ad amare: da Me a Te

Dobbiamo concludere con un’idea chiara: insegnare la genitoriali significa insegnare l’amore. E questo processo di apprendimento – purtroppo – rimane incompleto per molti giovani e anche per parecchi adulti. Sono egocentrici: pensano prima a come si sentono, a come vengono trattati, a quanto riconoscimento ricevono. E si sorprendono quando il mondo non risponde loro.

Lo hai già sottolineato con precisione: la maturità umana consiste nel mettere l’  Altro prima  del  . Non come negazione di sé, ma come vera realizzazione: gli esseri umani sono progettati per trascendere se stessi. Quando si chiudono nella ricerca di affetto e attenzione, si atrofizzano. Quando servono, prosperano.

Un giovane ha obiettato che questo suona come forza di volontà: “Lottare contro la propria inclinazione non è forse solo forza di volontà?”. La risposta è più profonda: non si tratta di violenza interiore, ma di tornare al disegno originario della persona umana. L’inclinazione è volubile: cambia senza sapere perché e non porta da nessuna parte; l’amore, invece, educa se stessi. Amare non è solo sentire; è imparare a donarsi, a sostenere gli altri, a preferire il bene dell’altro quando ne trae beneficio, a mantenere la parola data anche quando è difficile… Questa è la genitoriali; e questa, in definitiva, è civiltà.

Alejandro Fontana

Profesor de Dirección General y Control Directivo. Consultor en Dirección General para empresas y organizaciones cívicas. Doctorado en Planificación y Desarrollo; Máster en Organizaciones y Comportamiento Humano; M.B.A. y M.E. en Ingeniería Civil. Miembro del grupo de investigación GESPLAN de la Universidad Politécnica de Madrid. Áreas de interés: cooperación horizontal; relación empresa-sociedad civil; negocios internacionales y análisis de estrategias empresariales.