Cardinale Arizmendi: Giubileo Indigeno Virtuale
Fede, Diversità Culturale e Valore dei Popoli Indigeni nel Giubileo Virtuale del 2025
Il cardinale Felipe Arizmendi, vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas e responsabile della Dottrina della fede presso la Conferenza episcopale messicana (CEM), offre ai lettori di Exaudi il suo articolo settimanale.
FATTI
Poiché non era stato pianificato un Giubileo per i Popoli Indigeni a livello mondiale per commemorare il 2025° anniversario dell’Incarnazione del Verbo Eterno del Padre, è stato organizzato virtualmente dalla Commissione per i Popoli Indigeni del CELAM, coordinata da Mons. José Hiraís di Huejutla, Messico, insieme al Comitato Consultivo di Teologia Indigena del CELAM, presieduto dal Cardinale Álvaro Ramazzini di Huehuetenango, Guatemala, e dall’Articolazione Ecumenica Latinoamericana di Pastorale Indigena (AELAPI), coordinata da Suor Josefa Ramírez dell’Argentina. Alcuni hanno partecipato tramite Zoom e altri attraverso vari social media. Nonostante la nostra pubblicità, non molti hanno partecipato, forse perché non erano interessati all’argomento o a causa delle loro molteplici occupazioni. Papa Leone XIV e il Prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale ci hanno inviato un messaggio profondo.
C’è un atteggiamento ricorrente di disprezzo verso questi popoli, come se fossero ignoranti, stolti, testardi, semi-pagani. Non li conoscono! Quando ho iniziato a vivere con loro, come parroco di un gruppo etnico Otomi, San Andrés Cuexcontitlán, li ho anche un po’ disprezzati, non come persone, ma nella loro cultura. Dio mi ha concesso la grazia di iniziare ad apprezzarli, senza ignorare i loro difetti come quelli di altre culture. Sono un altro modo, legittimo, come qualsiasi altro, di essere persone, di vivere in famiglia e in comunità, di essere credenti. Come vescovo in Chiapas, ho potuto vivere di più con loro e comprendere meglio la loro dignità e il loro contributo all’umanità.
Da quando sono stato il loro parroco, dal 1966 al 1970, molti di loro disprezzavano già la propria cultura a causa dell’emarginazione subita. Volevo imparare la loro lingua, ma i catechisti si opponevano, dicendo che non volevano più che i loro figli la parlassero, per timore di essere esposti allo stesso disprezzo che avevano subito loro. Molti indigeni non vogliono apparire come tali per lo stesso motivo: li abbiamo fatti vergognare del loro modo di essere e di vivere. Tuttavia, continuiamo a lottare affinché la loro cultura sia valorizzata e non vada perduta. Alcuni di loro si impegnano anche a preservarla, poiché può contribuire a una vita dignitosa per tutti.
FULMINE
Sottolineo alcune frasi di Papa Leone XIV, nel suo messaggio per questa occasione:
“Per noi, il Giubileo deve essere innanzitutto un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, ‘porta’ della salvezza, occasione di riconciliazione, di memoria grata e di speranza condivisa, più che una mera celebrazione esteriore. Nel progettare i momenti giubilari, Papa Francesco ha voluto sottolineare l’universalità della Chiesa, che non omologa, ma accoglie, dialoga e si arricchisce della diversità dei popoli; include in modo speciale voi, Popoli Indigeni, la cui storia, spiritualità e speranza costituiscono una voce insostituibile all’interno della comunione ecclesiale.
Siamo un Popolo di fratelli e sorelle, uno nell’Uno. È a partire da questa Verità che dobbiamo rileggere la nostra storia e la nostra realtà, per affrontare il futuro con la speranza a cui l’Anno Santo ci chiama, nonostante le nostre difficoltà e tribolazioni. Come Popoli Indigeni, siamo rafforzati dalla certezza che Uno è l’origine e la meta dell’universo, il Primo in tutto; la fonte di ogni bene e, pertanto, la fonte primaria di tutto ciò che è buono, anche nelle nostre comunità.
La lunga storia di evangelizzazione che i nostri popoli indigeni hanno conosciuto, come hanno spesso insegnato i vescovi dell’America Latina e dei Caraibi, è carica di “luci e ombre”. Non ci sono scismi tra noi. Il Giubileo, tempo prezioso per il perdono, ci invita a perdonare di cuore i nostri fratelli e sorelle, a riconciliarci con la nostra storia e a ringraziare Dio per la sua misericordia verso di noi.
In questo modo, riconoscendo sia le luci che le ferite del nostro passato, comprendiamo che possiamo essere Popolo solo se ci abbandoniamo veramente alla potenza di Dio, alla sua azione in noi. Lui, che ha piantato i “semi del Verbo” in ogni cultura, li fa germogliare in modo nuovo e sorprendente, potandoli perché portino più frutto. È quanto affermava il mio predecessore, San Giovanni Paolo II: “La forza del Vangelo è ovunque trasformante e rigenerante. Quando penetra una cultura, chi può stupirsi che molti elementi al suo interno cambino? Non ci sarebbe catechesi se fosse il Vangelo a cambiare a contatto con le culture” (CT, 53). Pertanto, nel dialogo e nell’incontro, impariamo dai diversi modi di vedere il mondo, apprezziamo ciò che è proprio e originale di ogni cultura e scopriamo insieme la vita abbondante che Cristo offre a tutti i popoli. Questa nuova vita ci è donata proprio perché condividiamo la fragilità della condizione umana segnata dal peccato originale e perché siamo stati toccati dalla grazia di Cristo, che ha versato l’ultima goccia del suo Sangue per tutti, affinché potessimo avere “Vita in abbondanza”, guarendo e redimendo tutti coloro che aprono il loro cuore alla grazia che ci è stata donata.
Nel concerto delle nazioni, i popoli indigeni devono presentare con coraggio e libertà le proprie ricchezze umane, culturali e cristiane. La Chiesa ascolta e si arricchisce delle loro voci uniche. Ricordiamo anche l’appello del Vangelo a evitare la tentazione di porre al centro ciò che non è Dio – che si tratti di potere, dominio, tecnologia o qualsiasi realtà creata – affinché i nostri cuori rimangano sempre rivolti verso l’unico Signore, fonte di vita e di speranza.
Pertanto, per coloro tra noi che, per misericordia di Dio, ci chiamiamo e siamo cristiani, tutto il nostro discernimento storico, sociale, psicologico o metodologico trova il suo significato ultimo nel mandato supremo di far conoscere Gesù Cristo, morto per il perdono dei nostri peccati e risorto affinché noi possiamo essere salvati nel suo nome, già da questa terra, e poi adorarlo con tutto il nostro essere nella gloria del Cielo.
Vi invito a rinnovare il vostro impegno per il mandato del Signore: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. E io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo», diffondendo la gioia che deriva dall’aver incontrato il Suo Cuore Divino (12-X-2025).
AZIONI
Non disprezziamo più i nostri fratelli e sorelle tra i popoli indigeni. Impariamo ad apprezzare la loro cultura, diversa dalla nostra, perché, attraverso le loro esperienze conformi al Vangelo, Dio arricchisce la società e la Chiesa.
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