La trama del film si svolge nel cuore del giardino botanico della Città Universitaria di Marburgo. Un maestoso albero di ginkgo si erge come silenzioso testimone del trascorrere del tempo, articolando la narrazione cinematografica e collegando tre storie profondamente umane ambientate nel 1908, nel 1972 e nel 2020. La regista ungherese Ildikó Enyedi, acclamata a livello internazionale per film come ” Sul corpo e sull’anima” , vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 2017, esplora la crescente difficoltà delle relazioni interpersonali, la nostra disconnessione dalla natura e i limiti della ricerca scientifica. In un contesto contemporaneo segnato dall’isolamento e dalla crisi ecologica, questo film assume una particolare rilevanza, invitandoci a immaginare nuove forme di coesistenza più responsabili, rispettose, intuitive e sensibili all’ambiente. Il titolo stesso del film racchiude un forte significato filosofico e bioetico. L’albero è un “amico” perché non è semplicemente un oggetto a disposizione, ed è “silenzioso” perché non possiamo accedervi nello stesso modo in cui comunichiamo con un altro essere umano.
Tutti i protagonisti condividono un senso di alienazione: sono figure solitarie e dislocate, alla ricerca di un senso di appartenenza. Questo desiderio di connessione diventa una delle principali forze motrici della storia, trovando nell’ecosistema naturale uno spazio di autentica risonanza affettiva e ontologica. Nel 1908, la giovane Grete (Luna Wedler) aspira a diventare la prima studentessa di botanica dell’università e sfida le strutture patriarcali, scoprendo al contempo schemi universali nelle piante attraverso la fotografia. Nel 1972, Hannes (Enzo Brumm) viene travolto da un’esperienza sensoriale quasi impressionistica nell’incontro con il mondo vegetale attraverso l’osservazione di un geranio. Infine, nel 2020, il dottor Tony Wong (Tony Leung Chiu-wai) incarna un rinomato neuroscienziato il cui lavoro viene interrotto dai lockdown dovuti alla pandemia di COVID-19 e che concentra la sua ricerca sulla coscienza delle piante. Il regista utilizza diversi formati cinematografici per rafforzare l’unicità e la profondità di ciascuna esperienza temporale.
Scienza e sensibilità
Il film riprende il concetto goethiano di empirismo delicato , secondo il quale i ricercatori diventano parte dei fenomeni che studiano, instaurando un rapporto di responsabilità, alterità e rispetto nei confronti del loro oggetto di conoscenza. Nel XIX secolo, la scienza convenzionale – erede di Newton, Galileo e Cartesio – sosteneva che, per comprendere la natura in modo oggettivo, gli scienziati dovessero prendere le distanze da essa, trattarla come un meccanismo a orologeria, quantificarla numericamente e isolarla in laboratorio. Sebbene la storia ricordi Johann Wolfgang von Goethe principalmente come l’autore del Faust , egli dedicò gran parte della sua vita alla scienza, in particolare alla botanica con la sua teoria della metamorfosi delle piante e all’ottica. Per Goethe, i sensi, l’immaginazione e l’intuizione non sono nemici della scienza, ma strumenti rigorosi se usati con rispetto.
Se osserviamo la natura con un delicato approccio empirico , l’albero di ginkgo trascende il mero simbolismo e diventa un agente dotato di un proprio valore e peso intrinseco. Come organismo vivente che trascende la scala temporale umana, introduce nel film una prospettiva che mette in discussione, da un lato, l’antropocentrismo tecnocratico predatorio – che riduce la biosfera a una mera risorsa da sfruttare senza limiti – e, dall’altro, le pretese di un biologismo riduzionista che equipara semplicisticamente tutte le forme di vita, sminuendo la dignità specifica della persona.
Il film pone allo spettatore numerosi interrogativi bioetici: la nostra incapacità di comprendere appieno un altro essere vivente ci esenta dal chiederci quali obblighi di cura abbiamo nei suoi confronti? Cosa accade quando il nostro rapporto con l’ambiente biotico si degrada in un utilitarismo strumentale volto a soddisfare i bisogni umani? È legittimo relazionarsi con gli esseri viventi unicamente attraverso le dinamiche di dominio, efficienza e utilità? Quale grado di alterazione o danno è deontologicamente accettabile per ottenere conoscenza scientifica? O, come dovremmo rispondere, da una posizione di responsabilità etica, ai limiti epistemologici dell’impercettibile? Il film non trasforma questi interrogativi in un discorso esplicito o moralizzante, ma li introduce organicamente nella narrazione attraverso un ritmo lento e contemplativo.

Valutazione bioetica
Il film trova un solido parallelo teorico nella proposta di un ecologismo personalista del professor Jesús Ballesteros. Egli smantella la falsa dicotomia dei movimenti ambientalisti radicali, proponendo una visione altamente compatibile con le riflessioni della regista Ildikó Enyedi. Da un lato, rifiuta l’antropocentrismo tecnocratico, che presuppone l’autosufficienza umana e riduce l’ambiente a un deposito di risorse da sfruttare predatore. Dall’altro, prende le distanze dal biologismo riduzionista o “selvatichezza” (associato all’ecologia profonda ), che dissolve la specificità umana equiparandola simmetricamente a qualsiasi altra specie nel biotopo. [1]
Di fronte a questi estremi disumanizzanti, l’opera di Ballesteros propone di comprendere gli esseri umani attraverso le evocative categorie di “humus pensante” e “corpo animato”. Questa duplice dimensione riconosce la nostra radicale vulnerabilità e dipendenza fisica dalla biosfera, ma, al contempo, riafferma una distinta dignità ontologica. È proprio questa condizione unica che ci costituisce eticamente non come tiranni, bensì come custodi della natura. La responsabilità di prendersi cura del Creato non deriva da una piatta uguaglianza biologica, ma dall’asimmetria morale della persona: in quanto unici capaci di autocoscienza e giudizio etico, siamo gli unici obbligati a salvaguardare tutti gli esseri viventi.
Le tre linee temporali del film fungono da viaggio fenomenologico verso questo ruolo di custode. L’alienazione e la solitudine che attanagliano i protagonisti mettono in luce quella che Ballesteros definisce la crisi esistenziale della postmodernità tecnocratica. Il tentativo del neuroscienziato Tony Wong di svelare la coscienza delle piante, lungi dal scaturire da un desiderio di dominio strumentale, si allinea con la ricerca di uno sviluppo sostenibile ed equo, in cui la conoscenza scientifica funge da strumento di pacificazione e riconciliazione con l’ambiente. Il film ci ricorda che la vera ecologia inizia con la guarigione della frattura nel legame umano. Pertanto, proteggere la casa vegetale di Marburgo non è semplicemente un esercizio tecnico di conservazione, ma la naturale estensione di un’etica di rispetto e compassione per l’Altro e per l’Alterità della vita.
Sia il film che la prospettiva personale di Ballesteros sulla natura ci sfidano a riconoscere i nostri limiti epistemologici. Abbiamo dei limiti nella nostra capacità di comprendere appieno altre forme di vita e di relazionarci con l’invisibile o l’impercettibile. Di conseguenza, i confini della nostra conoscenza dovrebbero spingerci verso atti di gentilezza. È in questo giusto riconoscimento della nostra fragilità intellettuale che la scienza deve abbandonare la sua arroganza per cedere il passo alla compassione e alla cura. In definitiva, il silenzio del ginkgo non è un vuoto, ma una soglia di riverenza che invita a un silenzioso atto d’amore e di cura per tutto il Creato. ” L’amico silenzioso ” condivide lo spirito del “cinema del rallentamento” contemporaneo, dove la fretta scompare per lasciare spazio all’osservazione meticolosa del quotidiano, della natura e delle sottili connessioni dell’anima umana. È un’arte che richiede pazienza, ma ricompensa lo spettatore rivelando legami invisibili e restituendogli la capacità di guardare e ascoltare con attenzione.
Specifiche tecniche:
Titolo originale: Silent Friend
Anno: 2025
Regista: Ildikó Enyedi
Paese: Ungheria, Germania, Francia
Durata: 147 min.
Amparo Aygües . Laurea magistrale in Bioetica presso l’Università Cattolica di Valencia. Membro dell’Osservatorio di Bioetica.
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[1] Ballesteros, J. (1995). Ecologismo personalista: prendersi cura della natura, prendersi cura dell’uomo . Tecnos
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(ES)
(IT)
