18 Maggio, 2026

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Jaime Millás

Analisi

18 Maggio, 2026

5 min

Quando la terapia genica salva vite… ma comporta anche nuovi rischi

Il dilemma della medicina avanzata: la scoperta di un tumore cerebrale in una sperimentazione clinica riapre il dibattito sulla sicurezza e il follow-up a lungo termine dei vettori virali

Quando la terapia genica salva vite… ma comporta anche nuovi rischi

La terapia genica è da anni considerata una delle frontiere più promettenti della medicina contemporanea. La possibilità di correggere le malattie ereditarie introducendo geni funzionali apre orizzonti prima inimmaginabili per la cura di patologie devastanti. Tuttavia, un recente caso clinico ha riacceso un dubbio che risale agli albori di questa tecnica: la terapia genica stessa può scatenare il cancro?

Un articolo pubblicato sulla rivista  Science  racconta il caso di un bambino che ha sviluppato un tumore al cervello anni dopo aver ricevuto una terapia genica sperimentale basata su virus adeno-associati (AAV). La scoperta ha generato un dibattito scientifico ed etico, non perché invalidi l’enorme potenziale di queste terapie, ma perché impone una riconsiderazione dei loro rischi e della necessità di un monitoraggio a lungo termine.

Il caso clinico

La paziente era affetta da mucopolisaccaridosi di tipo I (MPS I o sindrome di Hurler), una malattia genetica rara e grave. Questa condizione provoca l’accumulo di sostanze tossiche in diversi organi e spesso porta a un progressivo deterioramento neurologico e alla morte prematura.

Di fronte al fallimento di un trapianto convenzionale, i medici si sono rivolti alla terapia genica sperimentale. A tale scopo, hanno utilizzato un virus AAV9 modificato, progettato per trasportare una copia funzionale del gene difettoso alle cellule del sistema nervoso centrale. Il virus è stato somministrato nella regione della cisterna magna, consentendo al vettore virale di raggiungere il liquido cerebrospinale e il cervello.

Per diversi anni il trattamento sembrò avere successo. Il bambino mostrò un miglioramento clinico e una stabilità neurologica. Tuttavia, circa quattro anni dopo, gli esami di controllo rilevarono un tumore neuroepiteliale cerebrale.

La scoperta molecolare

La cosa più sorprendente non era solo l’aspetto del tumore, ma ciò che i ricercatori hanno scoperto analizzandolo geneticamente.

Gli scienziati hanno identificato frammenti del vettore virale integrati nel DNA delle cellule tumorali. Inoltre, hanno riscontrato un’integrazione in prossimità del gene PLAG1, un oncogene associato alla proliferazione cellulare e allo sviluppo del tumore. È stata inoltre rilevata la formazione di un trascritto ibrido tra le sequenze virali e questo gene, il che suggerisce un possibile meccanismo causale.

Fino ad ora, i vettori AAV erano considerati relativamente sicuri perché, a differenza di altri virus utilizzati nella terapia genica, di solito rimangono al di fuori del genoma cellulare e raramente si integrano in esso. È proprio per questo motivo che hanno riscosso tanta popolarità negli studi clinici e nei trattamenti approvati.

Questo caso costituisce una delle prime prove concrete che, in circostanze eccezionali, l’integrazione del vettore potrebbe contribuire allo sviluppo di tumori.

Un rischio raro ma reale

Gli stessi ricercatori hanno sottolineato che il risultato non deve essere interpretato come una condanna indiscriminata della terapia genica. Migliaia di pazienti hanno ricevuto trattamenti basati su AAV senza sviluppare tumori correlati.

Inoltre, è importante il contesto clinico: il bambino era affetto da una malattia potenzialmente letale e le opzioni terapeutiche disponibili comportavano rischi significativi. Infatti, in seguito all’asportazione chirurgica del tumore, il paziente continua a vivere e a godere di una buona qualità di vita.

Ciò solleva un dilemma comune nella medicina sperimentale: quando la malattia è devastante e fatale, anche rischi significativi possono essere accettabili se il trattamento offre una ragionevole possibilità di sopravvivenza o di miglioramento.

Un contesto storico

Le preoccupazioni sulla sicurezza della terapia genica non sono nuove. Nel 1999, la morte di Jesse Gelsinger durante una sperimentazione clinica ebbe un impatto profondo sullo sviluppo del settore. Il giovane subì una grave reazione infiammatoria dopo aver ricevuto un vettore virale sperimentale, un evento che bloccò numerosi progetti per anni.

Successivamente, alcuni bambini trattati per immunodeficienze hanno sviluppato la leucemia a causa di inserzioni genetiche in prossimità di oncogeni, il che ha portato alla riprogettazione di numerosi vettori terapeutici.

Inoltre, nel 2009 è stato descritto un caso straordinario di tumori derivati ​​da cellule staminali fetali impiantate sperimentalmente in un bambino affetto da atassia-telangiectasia. Le analisi hanno dimostrato che le cellule tumorali provenivano dai donatori e non dal paziente stesso.

Questi episodi ci ricordano che le terapie biotecnologiche avanzate, sebbene promettenti, non sono mai completamente esenti da rischi imprevedibili.

La necessità di un follow-up a lungo termine

Uno dei messaggi chiave di questo caso è l’importanza del monitoraggio a lungo termine. Molti effetti collaterali gravi non si manifestano immediatamente, ma piuttosto anni dopo il trattamento.

Pertanto, i ricercatori sottolineano la necessità di una sorveglianza clinica e molecolare prolungata in tutti i pazienti sottoposti a terapia genica, soprattutto quando si utilizzano vettori virali in grado di integrarsi occasionalmente nel genoma.

La scoperta potrebbe inoltre stimolare lo sviluppo di tecnologie più sicure, tra cui sistemi di modifica genetica più precisi, vettori con minore capacità di integrazione e strategie non virali.

Una sfida bioetica

Al di là degli aspetti tecnici, il caso presenta una chiara dimensione bioetica. La terapia genica si confronta costantemente con la sfida di conciliare innovazione e prudenza. I pazienti e le loro famiglie spesso accettano rischi molto elevati quando la malattia minaccia la vita o le funzioni neurologiche.

Tuttavia, in questi contesti il ​​consenso informato deve essere particolarmente rigoroso. I potenziali rischi, anche se rari o incerti, devono essere spiegati chiaramente, compresa la possibilità di effetti a lungo termine non ancora del tutto compresi.

Allo stesso tempo, questo tipo di eventi non dovrebbe alimentare un rifiuto indiscriminato della terapia genica. La storia della medicina dimostra che molte scoperte rivoluzionarie hanno attraversato fasi iniziali di incertezza e complicazioni prima di raggiungere livelli di sicurezza adeguati.

Conclusione

Il caso del bambino il cui tumore cerebrale sembra essere collegato a una terapia genica basata su AAV rappresenta un momento significativo per la medicina moderna. Non distrugge le speranze riposte nella terapia genica, ma serve a ricordare che intervenire sul genoma umano richiede estrema cautela.

Le biotecnologie contemporanee offrono straordinarie possibilità per il trattamento di malattie un tempo incurabili. Tuttavia, più una tecnologia medica è potente, maggiore deve essere anche il rigore scientifico, etico e clinico con cui viene applicata.

La lezione principale non è quella di abbandonare la terapia genica, ma di comprendere che un autentico progresso biomedico richiede simultaneamente innovazione, trasparenza e vigilanza continua.

Jaime Millás

Licenciado en Ciencias Biológicas, por la Universidad de Valencia (España), ciudad donde nació en 1953, es licenciado en Ciencias de la Educación por la Universidad de Piura (Perú) y Máster en Dirección de Instituciones Educativas por el Centro Universitario Villanueva, adscrito a la Universidad Complutense de Madrid. También es Máster en Bioética por la Universidad de Murcia (España) y Doctor en Bioética por la Universidad Católica de Valencia (España) con una tesis sobre “Reflexión bioética sobre la opinión de los médicos peruanos acerca de la aplicación de la terapia con células madre en clínicas de Latinoamérica” (Sobresaliente Cum Laude). En Valencia fue subdirector del Colegio Mayor “Albalat” y, tras fijar su residencia en el Perú, en 1977, director de varios Centros Culturales de Lima y del Colegio Alpamayo desde 1988 hasta 2004. Ha sido vicepresidente del Centro de Orientación Familiar (COFAM) y trabajó en la oficina de proyectos de la Asociación para el Desarrollo de la Enseñanza Universitaria (ADEU), entidad promotora de la Universidad de Piura. Asimismo ha sido secretario de la Asociación Civil “Piura 450”, promotora de colegios en Chiclayo y Piura. También ha sido director del Colegio “Turicará” de Piura entre los años 2005 y 2012. Actualmente se desempeña como presidente del Comité Institucional de Ética en Investigación de la Universidad de Piura. Director del Departamento de Ciencias Básicas y Bioética, y director de Estudios de la Facultad de Medicina de la Universidad de Piura. Coautor del libro “Bioética en Investigación. Fundamentos, principios, aplicaciones”. Y autor de otros libros de Bioética y educación, así como artículos de Bioética en revistas indexadas.