11 Maggio, 2026

Seguici su

Mario J. Paredes

Analisi

07 Novembre, 2025

5 min

Per voi sono un vescovo; con voi sono un cristiano

Due nuovi vescovi nella Repubblica Dominicana: Manuel Ruiz e Carlos Morel, pastori al servizio del popolo

Per voi sono un vescovo; con voi sono un cristiano

La gioia per la nomina di due nuovi vescovi – Manuel Antonio Ruiz de la Rosa, eletto primo vescovo della neonata diocesi di Stella Maris nella Repubblica Dominicana, e Carlos Tomás Morel Diplán, nominato arcivescovo coadiutore di Santo Domingo – trascende la mera notizia ecclesiale. È anche un’occasione per riflettere sull’essenza dell’episcopato e su quella che Papa Francesco ha definito “la bellezza di una Chiesa con pastori che odorano di pecore”. In un mondo stanco di retorica e assetato di autenticità, la figura del vescovo torna a parlarci dalle sue radici più profonde, non più come potere, ma come servizio; non come distinzione, ma come dono di sé.

La nuova diocesi di Stella Maris nasce come segno di speranza e vicinanza. Il suo nome – “Stella del Mare” – evoca Maria, guida luminosa nell’oscurità, conforto nelle tempeste. È significativo che questa diocesi nasca per avvicinare la Chiesa alle comunità costiere sparse, a coloro che vivono lontani dai grandi centri urbani, e che il suo primo vescovo sia un uomo del popolo, formato all’ascolto, all’educazione e all’accompagnamento. Manuel Ruiz, noto per il suo lavoro pastorale e la sua sensibilità ai problemi sociali e politici,

Economica, etica e ambientale, incarna uno stile di leadership fondato non sull’autorità gerarchica, ma sulla presenza costante tra i suoi membri. Questo atteggiamento è in linea con la massima di Sant’Agostino d’Ippona, che ne riassume bene il programma: “Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano”.

Questa frase racchiude una filosofia del ministero episcopale. Il vescovo non è un amministratore di cose sacre né un custode di strutture; è un fratello maggiore, un servitore che veglia sull’unità, non dall’alto, ma dall’interno. La sua vocazione è quella di chi “veglia” non per controllare, ma per proteggere. Non è lì per comandare, ma per prendersi cura. In un tempo in cui tante istituzioni stanno perdendo credibilità staccandosi dalle persone, la Chiesa offre un modello diverso di autorità: un’autorità che si inginocchia, che accompagna, che si fa servizio. Ed è proprio questo che Papa Leone XIV ci chiama a fare, seguendo le idee di Papa Francesco. Perché una Chiesa che si chiude in se stessa invecchia; una Chiesa che si apre allo Spirito rinasce.

La nomina di Carlos Morel a coadiutore di Santo Domingo conferma questa stessa logica di servizio. Assumere il compito di accompagnare un arcivescovo nella fase finale del suo ministero non è una promozione, ma un atto di obbedienza e umiltà. È imparare a servire nella transizione, a collaborare in silenzio, a preparare la successione con fedeltà e senza cercare la ribalta. La Chiesa cresce quando i suoi pastori si riconoscono eredi e servitori di una storia comune, quando la successione apostolica non è vissuta come sostituzione, ma come comunione. Per questo, l’attuale arcivescovo merita la nostra gratitudine, perché con spirito fraterno accoglie, accompagna e guida il suo successore in questa nuova tappa, dimostrando che l’autorità cristiana non consiste nel trattenere, ma nel consegnare.

Questi eventi ci invitano a riflettere, da una prospettiva filosofica, su cosa significhi essere pastori oggi. In definitiva, significa tornare al cuore del Vangelo: chi vuole essere il primo deve essere il servitore di tutti. Un vescovo senza il desiderio di servire è una contraddizione vivente. Eppure, questo servizio non è solo un atteggiamento di pietà, ma piuttosto uno stile di vita. Servire è essere dove c’è la gente, ascoltare più che parlare, portare le ferite della gente, piangere con chi piange e gioire con chi gioisce. Servire è non aver paura di sporcarsi le mani, o il cuore, di fronte alle realtà più dure.

Quando Papa Francesco chiede pastori che “abbiano odore di pecore”, non usa una metafora sentimentale, ma piuttosto enuncia un criterio di autenticità. Un pastore che cammina con il suo gregge, che si mescola a esso, che non ha paura di trascorrere del tempo con esso, ha odore di pecore. È il pastore che non fugge dal pericolo, ma rimane per prendersi cura del suo gregge. E quell’odore, che il mondo a volte disprezza, è la fragranza del Vangelo vivo. È il segno di una Chiesa che non si confina nei suoi edifici, ma esce per le strade, al porto, in campagna, nei quartieri. In un tempo in cui tanti vivono senza guida e senza futuro, un vescovo che si fa compagno di cammino può essere il volto visibile della misericordia di Dio.

La nascita di una nuova diocesi e la nomina di un vescovo coadiutore sono segni istituzionali, certo, ma anche spirituali. Dimostrano che la Chiesa continua a respirare, che lo Spirito continua a soffiare, che il Vangelo continua a cercare carne in cui incarnarsi. Una nuova diocesi non è solo un confine amministrativo; è un confine dell’anima. Implica ripartire da zero, imparare ad ascoltare, costruire comunità, sanare vecchie ferite e prestare maggiore attenzione alle molteplici necessità. E solo un pastore che comprende la propria missione come un dono e non come una ricompensa, come una croce e non come una medaglia, può farlo.

Il mondo contemporaneo, saturo di leader egocentrici e di vuota retorica, ha bisogno di pastori così: uomini animati dal desiderio di servire, non dal desiderio di riconoscimento; pastori che preferiscono la vicinanza all’applauso e al potere. Il filosofo francese Emmanuel Lévinas diceva che il volto dell’altro ci interpella e ci spinge: questa è la vera esperienza della responsabilità. In questo senso, il vescovo è un volto che si lascia interpellare dai volti del suo popolo. Non è un funzionario del sacro, ma un testimone dell’alterità di Dio.

Pertanto, ogni ordinazione episcopale è più di un rito liturgico: è un invito a tutti i vescovi del mondo a esaminare i propri cuori. Da dove esercitano il loro ministero? Dalla sicurezza delle formalità o dalla vulnerabilità dell’amore? Dal trono o dalla terra? Il Vangelo non chiede perfezione, ma disponibilità; non esige grandezza, ma dono di sé; non chiede potere, ma fedeltà. E questa fedeltà si dimostra nei gesti più piccoli: una visita al malato, una parola a un giovane, un sorriso a chi si sente lontano.

Ringraziare e accompagnare coloro che iniziano il loro servizio episcopale non è solo un gesto di cortesia, ma un atto di comunione. In loro, la Chiesa si riconosce madre e maestra, sempre in cammino, sempre pronta a rinnovarsi. Che Maria, Stella Maris, illumini il cammino di Mons. Manuel Ruiz e Mons. Carlos Morel. Che lo Spirito Santo li mantenga umili, gioiosi e coraggiosi. E che le loro vite ricordino a tutti – vescovi, sacerdoti e laici – che l’unica forza che conta veramente nella Chiesa è la forza dell’amore che si china, l’amore che profuma di pecore.

Mario J. Paredes

Presidente ejecutivo de SOMOS Community Care, una red de 2,600 médicos independientes -en su mayoría de atención primaria- que atienden a cerca de un millón de los pacientes más vulnerables del Medicaid de la Ciudad de Nueva York