11 Luglio, 2026

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Paradiso e Inferno, Bene e Male

La dimensione eterna della libertà umana di fronte al Bene e al Male

Paradiso e Inferno, Bene e Male
Jesús Ortiz

Con questo caldo, possiamo parlare dei fuochi dell’inferno? E anche nel freddo invernale? E nelle altre stagioni? Il bene e il male sono presenti in un modo o nell’altro nella maggior parte delle culture, se non in tutte, perché è un’esperienza universale sia degli eventi felici sia del male nelle sue molteplici forme di danno per l’umanità. Ogni religione ha fornito una spiegazione per il male e cerca anche di confortare coloro che ne soffrono, a piccole dosi e soprattutto in momenti terribili e cruciali, come è appena accaduto con i terremoti in Venezuela.

Paradiso e Inferno

L’antropologia cristiana ha sempre sottolineato la natura personale dell’essere umano e la sua condizione di libero interlocutore con Dio, senza banalizzare la nostra libertà né la triste realtà del male, presente nel mondo e contrario ai piani di Dio e alla dignità della persona umana. La fede cattolica sa che Dio, come il migliore dei padri, ci ha creati perché fossimo felici sulla terra e, soprattutto, nell’eternità. Il Cielo, con la C maiuscola, è Dio stesso vissuto nell’amore supremo, donandosi sempre e crescendo sempre. Per questo lo scriviamo con la C maiuscola, Cielo, che supera ogni immaginazione, come scrive san Paolo: «Quello che occhio non ha visto, né orecchio ha udito, né mente umana ha concepito, quello che Dio ha preparato per coloro che lo amano» (1 Corinzi 2,9), perché ora vediamo come in uno specchio, in modo confuso; allora vedremo faccia a faccia (13,12).

D’altra parte, sembra meglio scrivere inferno con la “h” minuscola, inferno, perché non è opera dell’Amore di Dio ma della grande ribellione di Satana come odio inspiegabile; e può essere scritto con la “h” maiuscola perché questo essere diabolico è reale e personale, non solo un’idea per personificare il male.

Il tema dell’inferno, di Satana e dei demoni viene periodicamente riproposto, con opinioni diverse e una tendenza a considerarli entità non realmente esistenti. Questo perché tutti noi ci preoccupiamo del male per evitarlo e, viceversa, del bene per goderne, e percepiamo che ciò ha molto a che fare con la vera libertà umana – certamente condizionata, ma reale nella vita pratica e accessibile alla riflessione filosofica e religiosa.

In questo contesto, si comprende l’esistenza dell’inferno, istituito dal diavolo e dai suoi angeli ribelli, ma anche come una possibilità concreta per l’umanità che abusa della propria libertà di rifiutare Dio. Al contrario, essere scandalizzati dall’inferno o negarne l’eternità equivale a non credere nella libertà umana o nella coerenza della storia come misteriosa interazione tra grazia e libertà.

Le esortazioni di Gesù Cristo e gli insegnamenti della Chiesa riguardo all’inferno sono un invito alla responsabilità e alla conversione: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Ma stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano» (Matteo 7,13-14). [1]

Liberaci dal male

Il romanzo “Il bambino con il pigiama a righe” racconta la storia del giovane Bruno, che si trasferisce con i genitori e la sorella adolescente Gretel dalla città alla campagna a causa del lavoro militare del padre. Il trasloco lo mette a dura prova e si annoia, confinato nella grande casa in cui vivono, finché non incontra un bambino – che indossa uno strano pigiama a righe – e stringe amicizia con lui. Bruno ignora che suo padre è il comandante di un campo di concentramento per ebrei, trattati come bestiame e uccisi nelle camere a gas.

Quest’opera è un inno all’amicizia, al rispetto per chi è diverso, un tributo all’innocenza. Ma è una storia che finisce male e invita a riflettere sulle dinamiche del male, sulla spirale del peccato che travolge ogni cosa. Da qui il profondo significato della preghiera che rivolgiamo ogni giorno nel Padre Nostro: “Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”.

Noi cristiani preghiamo spesso il Padre Nostro, la preghiera che Gesù Cristo stesso ci ha insegnato, perché risponde al nostro bisogno della grazia di Dio per superare il peccato e le difficoltà della vita. Egli non è un Dio distante, indifferente al destino dell’umanità, perché siamo sue creature, fatte dal Dio tre volte personale a sua immagine e somiglianza; ovvero, chiamate a partecipare all’intimità della famiglia divina, perché il nostro Dio è uno ma non solitario. Ognuno può intravedere questo riflettendo sul proprio bisogno d’amore, un bisogno che trova soddisfazione solo nella famiglia e nell’amicizia, nelle relazioni interpersonali, dove ogni persona è amata per ciò che è e non per ciò che possiede.

Gesù insegna che la preghiera è parlare a Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – con l’umiltà di chi comprende che la vita è un dono e sa sentirsi a proprio agio nella propria condizione, lontano dall’orgoglio dell’autosufficienza. Perciò, nella preghiera del Padre Nostro, Gesù ci mostra che siamo figli di Dio e ci parla con semplicità, onorandolo come nostro Padre comune che ci ha destinati alla felicità eterna in Cielo. Poi presentiamo le nostre suppliche – sette in particolare – che contengono tutto l’essenziale per vivere sulla terra come buoni figli di Dio, fratelli e sorelle di Gesù Cristo e di tutta l’umanità.

Pertanto, vale la pena riflettere spesso sul Paradiso di Dio nella Sua presenza personale e sul suo radicale contrasto con l’altrettanto personale Inferno, sia in una torrida estate che in un gelido inverno. Perché ogni giorno ha la dimensione dell’eternità, in quanto ogni persona sceglie liberamente di abbracciare le cose buone, riflesso del Bene Assoluto, o di scegliere personalmente il male.

Esistono, dunque, passioni che bruciano e distruggono, in contrasto con altri fervidi d’amore che costruiscono e portano felicità. Il saggio e santo Agostino d’Ippona lo sapeva bene quando disse: «Tempi duri, tempi difficili! dicono gli uomini. Viviamo bene, e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi: come siamo noi, così sono i tempi. Che fare, dunque? Forse non possiamo convertire tutti gli uomini; che si sforzino di vivere bene, almeno i pochi che mi ascoltano, e che quel piccolo numero di buoni sopporti la moltitudine dei cattivi. Questi buoni sono come il grano: ora sono sull’aia, mescolati con la pula; ma nel granaio non ci sarà tale mescolanza. Sopportate ciò che non volete, per raggiungere dove volete; perché rattristarvi e biasimare ciò che Dio ha permesso? (…) Non biasimiamo il Padre della famiglia, che è così buono. Egli ci porta sulle sue spalle; non siamo noi a portare lui. Egli sa governare la sua opera». Quanto a te, fai ciò che egli comanda e attendi l’adempimento delle sue promesse.

[1]  Per approfondimenti si veda J.Ortiz López,  Luces largas para el Cielo. BibliotecaOnline, 2020 .

Jesús Ortiz López

Jesús Ortiz López es sacerdote que ejerce su labor pastoral en Madrid. Doctor en Pedagogía, por la Universidad de Navarra, y también Doctor en Derecho Canónico. Durante varios años ha ejercido la docencia en esa misma Universidad, como Profesor del actual Instituto Superior de Ciencias Religiosas. Ha dirigido cursos de pedagogía religiosa para profesores de religión. Es autor de varias obras de sobre aspectos fundamentales de teología y catequética, tales como: Creo pero no practico; Conocer a Dios; Preguntas comprometidas; Tres pilares de la vida cristiana.