14 Aprile, 2026

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Papa Leone XIV ad Annaba: un vibrante appello alla rinascita “dall’alto”

Santa Messa. Basilica di Sant'Agostino

Papa Leone XIV ad Annaba: un vibrante appello alla rinascita “dall’alto”

Nel cuore dell’antica Ippona, oggi Annaba, il primo pontefice agostiniano della storia invitò i cristiani dell’Algeria – e del mondo intero – ad abbandonare l’orgoglio umano e ad aprirsi a un rinnovamento radicale che solo Dio può donare.

Il 14 aprile 2026, Papa Leone XIV ha celebrato una memorabile Messa nella Basilica di Sant’Agostino, costruita nel 1881 sul sito dell’antica chiesa dove il grande Dottore della Chiesa predicò come Vescovo di Ippona dal 395 fino alla sua morte. Era la prima volta che un Papa metteva piede in questo luogo intriso di storia, considerato la “culla spirituale” di Sant’Agostino.

Al suo arrivo, il vescovo di Costantina-Ippona, Michel Guillaud, lo accolse ricordando le parole pronunciate dallo stesso Papa il giorno della sua elezione: “Sono un figlio di Agostino”. Il prelato presentò il santo come un “grande fratello sul cammino della fede” la cui dottrina continua a unire culture e religioni attraverso i secoli.

“Bisogna rinascere dall’alto”

Nella sua omelia, Leone XIV si è concentrato sull’incontro notturno di Gesù con Nicodemo (Gv 3,7). Con chiarezza e forza, ha spiegato che il comando di Cristo – «dovete nascere di nuovo» – non è un’imposizione severa né una condanna al fallimento, ma  un dono di libertà . È Dio stesso che offre la reale possibilità di una vita nuova, rigenerata dalla sua grazia.

«Nel corso dei secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome: Ippona è diventata Annaba, Costantino rimane testimone, ma i santi restano i nostri patroni e fedeli testimoni del legame tra cielo e terra», ha affermato il Papa.

Rivolgendosi in particolare alla piccola comunità cristiana algerina, ha ricordato che questa chiamata a rinascere “dall’alto, cioè da Dio” è il fondamento stesso della missione della Chiesa locale. Una fede vissuta in questo modo supera ogni difficoltà terrena e permette “alla grazia del Signore di far fiorire il deserto”. La perseveranza e l’umile ricerca di Dio diventano allora la vera bellezza della fede.

Unità, carità e testimonianza quotidiana

Il Santo Padre ha evocato la prima comunità cristiana descritta negli Atti degli Apostoli: «un solo cuore e una sola anima». Questa armonia non nasce da un mero contratto sociale, ma dall’unione con Cristo. Da ciò scaturisce una solidarietà radicale che condivide i beni per amore e risponde ai bisogni con giustizia e carità.

«Cari cristiani d’Algeria, rimanete un segno umile e fedele dell’amore di Cristo in questa terra. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni autentiche e un dialogo quotidiano: in questo modo porterete sapore e luce nei luoghi in cui vivete», ha esortato calorosamente.

Leone XIV ha inoltre rivolto un messaggio più ampio: «Dio è amore, è il Padre di tutti gli uomini e di tutte le donne. Rivolgiamoci umilmente a Lui e confessiamo che l’attuale stato del mondo, che sta precipitando, è in ultima analisi dovuto al nostro orgoglio». Solo riconoscendo questa realtà e rivolgendosi alla misericordia divina l’umanità potrà intraprendere percorsi di giustizia, sviluppo integrale e vera fraternità.

Al termine della celebrazione, alla quale hanno partecipato circa 1.500 fedeli e durante la quale sono state proclamate letture in francese, latino, arabo e inglese, il Papa ha ringraziato tutti per l’accoglienza e ha definito questo viaggio “un dono speciale della Provvidenza di Dio” concesso a tutta la Chiesa attraverso un Papa agostiniano.

Dopo la messa, si è scambiato doni simbolici ed è rientrato ad Algeri dall’aeroporto internazionale “Rabah Bitat” di Annaba.

Un messaggio che trascende i confini

La visita di Leone XIV ad Annaba non fu un mero atto liturgico in un luogo storico: fu un monito vivente che la fede cristiana, radicata nell’esperienza di Sant’Agostino, rimane ancora oggi una proposta di speranza, riconciliazione e profondo rinnovamento. In un mondo che sembra precipitare in una spirale discendente, il Papa agostiniano ci ha ricordato con semplicità e convinzione che è sempre possibile  rinascere dall’alto .

Un messaggio antico eppure sempre attuale, che invita ogni persona, credente o meno, a chiedersi: sono disposto/a a lasciare che Dio rinnovi completamente la mia vita?

Testo integrale dell’omelia:

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE
(13-23 APRILE 2026)

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Basilica di Sant’Agostino (Annaba)
Martedì, 14 aprile 2026

 

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Cari fratelli e sorelle,

la parola divina attraversa la storia e la rinnova con la voce umana del Salvatore. Oggi ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant’Agostino, Vescovo dell’antica Ippona. Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo. È proprio questa la dinamica che il Signore illumina nella notte di Nicodemo: è questa la forza che Cristo infonde alla debolezza della sua fede e alla tenacia della sua ricerca.

Inviato dallo Spirito di Dio, «che non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8), Gesù è per Nicodemo un ospite speciale. Lo chiama infatti a vita nuova, consegnando al proprio interlocutore e anche a noi un compito sorprendente: «dovete rinascere dall’alto» (v. 7). Ecco l’invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall’appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d’Algeria: nascere nuovamente dall’alto, cioè da Dio. In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto. Eppure la bellezza di quest’esortazione porta con sé una prova, che il Vangelo ci chiama ad attraversare insieme.

Le parole di Cristo, infatti, hanno tutta la forza di un dovere: dovete rinascere dall’alto! Tale imperativo suona ai nostri orecchi come un comando impossibile. Ascoltando con attenzione Colui che lo dà, capiamo però che non si tratta di una dura imposizione, né di una forzatura o, tanto meno, di una condanna al fallimento. Al contrario, il dovere espresso da Gesù è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall’alto, grazie a Dio. Dobbiamo farlo, dunque, secondo la sua volontà d’amore, che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede. Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo. Lo attesta bene sant’Agostino, che prega così: «Da’, o Signore, quel che comandi e comanda quello che vuoi» (Confessiones, X, 29, 40).

Allora, quando ci chiediamo come sia possibile un futuro di giustizia e di pace, di concordia e di salvezza, ricordiamoci che stiamo facendo a Dio la stessa domanda di Nicodemo: ma davvero la nostra storia può cambiare? Siamo così carichi di problemi, insidie e tribolazioni! Davvero la nostra vita può ricominciare da capo? Sì! L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza. Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo. Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore. Di nuovo, sant’Agostino ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione. In questa rinascita, provvidenzialmente accompagnata dalle lacrime della madre, santa Monica, egli divenne sé stesso esclamando: «Io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se Tu non fossi in me. O meglio, non sarei, se non fossi in te» (Confessiones, I, 2).

Sì, dunque: i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra. Come abbiamo ascoltato poco fa, gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza raccontando lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo (cfr At 4,32-37). Anche oggi occorre accogliere e realizzare questo canone apostolico, meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace.

In primo luogo, infatti, «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola» (v. 32). Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo. La Chiesa nascente non si basa dunque su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra.

In secondo luogo, ammiriamo l’effetto materiale di quest’unità spirituale dei credenti: «Ogni cosa era fra loro comune» (v. 32). Tutti hanno tutto, partecipando ai beni di ciascuno come membra di un unico corpo. Nessuno viene privato di qualcosa, perché ognuno condivide quel che è proprio. Trasformando il possesso in dono, questa dedizione fraterna non rappresenta un’utopia se non per cuori rivali tra loro e animi avidi per sé. Al contrario, la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo. Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi (cfr Mt 7,12). Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione.

In terzo luogo, nel testo degli Atti troviamo il fondamento di questa vita nuova, che coinvolge popoli di ogni lingua e cultura: «Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande favore» (At 4,33). La carità che li anima, prima che impegno morale, è segno di salvezza: gli Apostoli proclamano che la nostra vita può cambiare perché Cristo è risorto dai morti. Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso. Insieme a voi, fratelli nell’episcopato, e a voi, presbiteri, rinnoviamo costantemente questa missione per il bene di quanti ci sono affidati, affinché la Chiesa intera sia, nel suo servizio, messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo.

In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un granello incandescente, che spande profumo perché dà gloria al Signore e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle. Quest’incenso è un piccolo, prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione, ma invita a rivolgere i nostri cuori a Dio, incoraggiandoci l’un l’altro a perseverare nelle difficoltà del tempo presente. Dal turibolo del nostro cuore si levano infatti la lode, la benedizione, la supplica, diffondendo il soave odore (cfr Ef 5,2) della misericordia, dell’elemosina e del perdono. La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo.

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Ringraziamento finale

Grazie, Eccellenza, per i sentimenti che ha manifestato da parte dell’intera comunità! E grazie a tutti per l’accoglienza di questi giorni.

Una gratitudine particolare esprimo alle Autorità civili, per l’ospitalità premurosa che ho ricevuto e per l’attenzione con cui hanno provveduto alla felice riuscita di questa mia visita in Algeria.

Considero questo viaggio come un dono speciale della Provvidenza di Dio, un dono che mediante un Papa agostiniano il Signore ha voluto fare a tutta la Chiesa.

E mi pare di poterlo riassumere così: Dio è Amore, è padre di tutti gli uomini e di tutte le donne. Rivolgiamoci a Lui con umiltà, confessiamo che l’attuale situazione del mondo, come una spirale negativa, dipende in fondo dal nostro orgoglio.

Abbiamo bisogno di Lui, della sua misericordia. Solo in Lui trova pace il cuore umano e solo con Lui potremo, tutti insieme, riconoscendoci fratelli, camminare su vie di giustizia, di sviluppo integrale e di comunione.

Grazie, grazie tante a tutti!

Exaudi Redazione

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