04 Settembre, 2026

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Oltre il pessimismo storico

Guardare alla polarizzazione contemporanea con la speranza attiva e costruttiva della Chiesa

Oltre il pessimismo storico

Viviamo in tempi di smarrimento. Nelle società occidentali contemporanee, profondamente polarizzate e afflitte da dolorose disuguaglianze, è comune cedere alla tentazione della disperazione. Nei media e negli ambienti politici abbondano annunci funesti che proclamano una sorta di declino irreversibile della nostra civiltà.

Tuttavia, la risposta cristiana a questa situazione non può e non deve essere improntata al pessimismo storico, né tantomeno a quella cecità opportunistica che preferisce ignorare i conflitti. Lungi dal chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà o alla polarizzazione, la Chiesa è chiamata a esercitare radicalmente la sua natura pastorale: a discernere e condividere in solidarietà «le gioie e le speranze, i dolori e le angosce degli uomini del nostro tempo, specialmente dei poveri e di coloro che sono in qualche modo afflitti» (GS 1).

Il pericolo del pessimismo e la trappola del falso realismo

Come ammoniva San Giovanni XXIII nella sua storica  Gaudet Mater Ecclesia, pronunciata  all’apertura del Concilio Vaticano II, è necessario guardarsi da quei “profeti di sventura” che predicano che i tempi presenti siano intrinsecamente peggiori del passato e si comportano come se la storia non avesse più nulla da insegnare loro. Cedere a questo pessimismo significa in definitiva dubitare della misteriosa azione della Divina Provvidenza nelle vicende umane.

 

 

Riconoscere di vivere in un mondo polarizzato, tecnologicamente avanzato ma eticamente disorientato, non significa cedere al fatalismo. I problemi che affrontiamo – dalle palesi disuguaglianze socioeconomiche alle crisi ecologiche e ai conflitti armati – non sono né lineari né semplicistici; sono profondamente sfaccettati. Pretendere soluzioni semplicistiche a realtà complesse è il sintomo più evidente di una mentalità polarizzata che cerca capri espiatori anziché soluzioni.

Da sterile lamentela ad azione fruttuosa: preghiera e sacrificio

È inutile passare l’intera giornata a lamentarsi dello stato delle cose o a deplorare la direzione che sta prendendo la società in modo passivo e improduttivo. Dobbiamo fare il salto verso un approccio veramente attivo. Certamente, le opportunità per i cittadini comuni di agire direttamente e immediatamente per risolvere le grandi polarizzazioni e i conflitti geopolitici o sociali globali sono poche. Tuttavia, non dobbiamo mai dubitare dell’immensa efficacia e del potere reale della preghiera e del sacrificio.

Di fronte a questi problemi e a questi errori dottrinali o morali, dobbiamo mantenere quella che potremmo definire una  sana intransigenza : non condonare mai l’errore né scendere a compromessi con ciò che è sbagliato, rimanendo fermi nella verità, ma mostrando sempre un profondo e incrollabile rispetto per coloro che li commettono.

Lo sguardo di Cristo: un poliedro senza cultura dello scarto

Di fronte a questa complessità, la comunità ecclesiale deve armarsi dello sguardo di Cristo. In quello sguardo non c’è spazio per l’esclusione o l’indifferenza. Come ci ricorda l’attuale Magistero con la sua categoria teologica dell’opzione preferenziale per i poveri, i volti sofferenti del nostro tempo non sono semplici statistiche sociologiche, ma luoghi teologici in cui il Signore stesso si rivela a noi.

La Chiesa indica costantemente Gesù Cristo come «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (GS 10), accantonando ogni ambizione terrena per dedicarsi al servizio del mondo. Questa prospettiva esige che coltiviamo una pazienza attiva. Non una pazienza passiva che si limita a lasciare passare il tempo nella speranza di un giorno di pioggia, ma una ferma perseveranza che nasce dalla certezza che Cristo ha già vinto la morte e il peccato. La nostra visione deve essere radicalmente ottimistica, fondata non su un ingenuo ottimismo terreno, ma sulla vittoria pasquale che sostiene la storia.

Costruttori di ponti in un mondo frammentato

In questo contesto di divisioni ideologiche e sociali, ci viene costantemente ricordato un appello imprescindibile: dobbiamo essere costruttori di ponti. La polarizzazione prospera sulle posizioni radicate, sulla denigrazione reciproca e sull’incapacità di ascoltare chi la pensa diversamente. Il compito della Chiesa, e per estensione di tutti i credenti e le persone di buona volontà, è quello di abbattere questi muri mentali ed emotivi.

Essere costruttori di ponti significa percorrere il difficile cammino del dialogo sociale e politico con la convinzione che nessuna legittima aspirazione umana sia estranea al cuore della Chiesa. Significa riconoscere che la pace non si costruisce attraverso sterili scontri o l’illusione della guerra, ma attraverso l’impegno quotidiano dell’ascolto, della compassione e della tenerezza.

Conclusione: una speranza che non delude

Superare il pessimismo storico non significa ignorare la sofferenza del mondo, ma affrontarla frontalmente con gli occhi della fede. Sostenuti dalla gioia e dalla speranza ( Gaudium et Spes ), siamo chiamati a camminare come lievito in mezzo alle nostre società polarizzate. Con lo sguardo fisso su Cristo, centro della storia, e con le mani pronte al servizio e al dialogo, ogni cristiano oggi ha la splendida opportunità di essere artefice di armonia e testimone di una speranza che non delude mai.

Eloy Asenjo Carpintero

(Madrid, 1965) es Licenciado en Ciencias Físicas por la Universidad Autónoma de Madrid (1988) y docente de Enseñanzas Medias en las áreas de Matemáticas, Física e Informática. Con experiencia como consultor en e-learning e implantación de tecnologías educativas, actualmente imparte clases en el Colegio María Teresa de Alcobendas y desarrolla recursos didácticos interactivos para la enseñanza de las ciencias en Secundaria y Bachillerato.