Le radici di un pontificato: il pensiero inedito di Leone XIV svelato
Il nuovo libro "Free Under Grace" recupera gli scritti e le omelie di Robert Francis Prevost durante il suo periodo come Priore Generale degli Agostiniani, rivelando la bussola spirituale del Papa americano
La figura di Leone XIV, il primo papa americano della storia, continua a rivelare nuove sfaccettature. Questa settimana, la Casa Editrice Vaticana (LEV) ha pubblicato un volume che promette di diventare una risorsa fondamentale per comprendere l’animo dell’attuale pontefice: “Liberi sotto la grazia: nella scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia ” .
Non si tratta di un’enciclica o di un’esortazione apostolica redatta dal Palazzo Apostolico, bensì di un viaggio nel passato. Il libro contiene un’accurata selezione di testi, molti dei quali inediti, scritti da Robert Francis Prevost tra il 2001 e il 2013, anni in cui ha ricoperto la carica di Priore Generale dell’Ordine di Sant’Agostino.
Una bussola nei momenti di crisi
Attraverso omelie, meditazioni e discorsi pubblici, il lettore può intravedere i “sogni e i pensieri” di un frate che, decenni dopo, avrebbe occupato la Cattedra di Pietro. Il testo si distingue per la sua sorprendente attualità: già nelle sue pagine, l’allora Priore metteva in guardia dalla necessità che la vita cristiana fosse “un segno di protesta” contro la mentalità consumistica e una risposta attiva ai problemi sociali.
Per padre Giuseppe Pagano, attuale priore della Basilica dello Spirito Santo a Firenze e uno dei promotori del progetto, questi scritti sono la testimonianza di un uomo che ha sempre cercato di coniugare la profondità teologica di Sant’Agostino con la realtà del mondo contemporaneo. «È un cammino che permette di entrare nel cuore spirituale di Leone XIV», osserva il sacerdote.
Libertà, giustizia e vulnerabilità
Il tema centrale del libro – come suggerisce il titolo – è la libertà sotto la grazia divina. Gli scritti di Prevost sottolineano che la vera libertà non è semplicemente il libero arbitrio, ma la capacità di agire per amore e giustizia. Leone XIV aveva già sostenuto che la pace non è meramente l’assenza di conflitto, ma il risultato di uno “sviluppo umano integrale” che pone al centro la dignità di ogni persona, soprattutto delle più vulnerabili.
La presentazione ufficiale del volume si terrà questo mercoledì, 6 maggio, presso il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum di Roma, con la partecipazione di personalità di spicco come Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la Comunicazione.
Un documento storico e spirituale
Il libro interesserà non solo gli studiosi di Chiesa, ma anche chiunque desideri comprendere le motivazioni dell’uomo che si celava dietro il titolo di Leone XIV. Dalle sue riflessioni sulla missione della Chiesa nel XXI secolo alla sua difesa della libertà di stampa e dei diritti umani, “Liberi sotto la grazia” è la mappa genetica di un modo di pensare che guida milioni di persone ancora oggi.
Fin dalla giovinezza, sembra aver avuto un principio ben preciso: solo alla luce della grazia è possibile affrontare le sfide della storia con speranza.
Frammento:
Roberto Francesco Prevosto
Nel 2008, gli Agostiniani hanno celebrato in questo luogo il 500° anniversario della nascita di Andrés de Urdaneta. Navigatore di fama e grande abilità, Urdaneta, dopo anni di combattimenti, scoprì negli insegnamenti di Sant’Agostino un invito a una vita di trasformazione. Apprese che l’unica vera risposta ai desideri del cuore umano si trova in Dio e nel Suo amore. Questa verità gli cambiò la vita: da marinaio e navigatore di successo, divenne membro dell’Ordine di Sant’Agostino. Urdaneta divenne famoso per aver scoperto quello che è noto come il tornaviaje , una rotta marittima sicura e veloce che collegava le Filippine al Messico. Questo tornaviaje divenne una vitale via commerciale e di trasporto tra l’Asia e le Americhe. Ma Urdaneta visse un tornaviaje ben più significativo nella sua vita. La sua conversione e l’ingresso nella vita religiosa simboleggiano un ritorno di tutt’altro genere: il ritorno a Dio, o la conversione da Dio.
L’immagine del viaggio di ritorno, o “viaggio a ritroso”, può essere molto appropriata per noi agostiniani qui riuniti all’inizio del nostro Capitolo Generale di metà semestre. Anche noi siamo chiamati a intraprendere un cammino e a scoprire che l’unico cammino vero e significativo è quello che ci conduce a Cristo. Tutti noi abbiamo intrapreso questo cammino, che naturalmente inizia con la nascita e, per coloro che sono cristiani, con il primo incontro con Cristo nel battesimo. Per alcuni, tuttavia, questo avviene nel momento in cui ascoltano la Parola, come accadde, ad esempio, ad Agostino, il cui cammino verso Cristo si svolse durante gli anni della sua lunga esperienza di conversione, ben prima della sua decisione di ricevere il battesimo. E continuò in seguito, in vari modi, dopo il battesimo, nella sua ricerca di Dio come monaco, sacerdote e vescovo.
Per noi religiosi consacrati, il cammino è una vita vissuta al servizio di Cristo, specialmente come comunità di discepoli. Come agostiniani, è un cammino vissuto nella e attraverso la nostra vita comune e i nostri servizi apostolici. Ma a un certo punto del cammino possiamo rallentare, diventare compiacenti e distratti, o addirittura stagnare nella nostra vita spirituale e nel lavoro pastorale. Lo stesso può accadere anche a noi nella comunità, e la vita delle nostre comunità locali e delle nostre circoscrizioni può perdere la sua capacità di ispirare e attrarre gli altri. L’entusiasmo energico tipico della giovinezza può gradualmente affievolirsi, e possiamo facilmente scivolare nella solita routine quotidiana, sempre uguale, immutabile.
Il coraggio e lo spirito avventuroso di Urdaneta, che scoprì il viaggio di ritorno, possono essere riscoperti qui, in questo luogo storico dove ci siamo riuniti per celebrare la liturgia di apertura del nostro Capitolo. Forse il cambiamento, o il nuovo cammino che cerchiamo, può nascere da alcune domande: Vogliamo aggrapparci a ciò che abbiamo, rimanere dove siamo, o desideriamo ascoltare il cuore inquieto, ascoltare nella preghiera, essere attenti alla Parola di Dio e anche a coloro tra noi che cercano e interpretano i segni dei tempi? Siamo aperti alla possibilità di scegliere qualcosa di diverso, per un nuovo e rinnovato senso di missione nella nostra vita?
«Nessun servo può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e Mammona» (Lc 16,13). Mi sembra che la frase che leggiamo nel Vangelo di oggi possa essere tradotta in questi termini: siamo forse lacerati tra il desiderio di seguire Cristo, a qualunque costo, e il desiderio di rimanere dove siamo, contenti e con poca voglia o capacità di cambiare la strada che stiamo percorrendo? Qui, in questo luogo, è opportuno chiederci se anche noi abbiamo bisogno di scoprire una nuova direzione, un ritorno, una nuova conversione.
In vari contesti della vita religiosa si è riflettuto a lungo sulla questione “conservazione o missione?”. Vorrei condividerla con tutti voi questa mattina, convinto che possa esserci d’aiuto anche nelle prossime due settimane. Stiamo semplicemente mantenendo lo status quo, o lo spirito missionario è vivo nei nostri cuori? Per aiutarci a riflettere su questi interrogativi, vi propongo alcuni paragoni.
- Quando si riflette sul significato del ministero, il gruppo che desidera solo preservare affermerà: “Dobbiamo rimanere fedeli al nostro passato”; mentre una comunità con una mentalità missionaria dirà: “Dobbiamo essere fedeli al nostro futuro”.
- Nel valutarne l’efficacia, la comunità interessata a preservarlo si chiederà: “Come può questo apostolato essere finanziariamente sostenibile?”; mentre la comunità impegnata nella missione si porrà una domanda diversa: “Come formare molti discepoli?”.
- Quando pensiamo al cambiamento e ci chiediamo se vogliamo o possiamo fare qualcosa di diverso, coloro che sono interessati a mantenere lo status quo sostengono: “Se questo crea problemi a qualcuno di noi, non lo vogliamo”. La domanda fondamentale, tuttavia, per coloro che sono impegnati nella missione sarà: “Se questo ci aiuta a raggiungere alcuni di coloro che sono lontani, accettiamo il rischio di farlo”.
- Lo stile di leadership, nella mentalità di chi predilige la conservazione , è principalmente manageriale, ben organizzato ed efficiente: in questo caso, i leader cercano di mantenere tutto in ordine e di garantire che tutto proceda senza intoppi. Una comunità, invece, dotata di una visione profetica e di una vita dedicata alla sua missione, cercherà un diverso tipo di leadership: lo stile del leader sarà principalmente trasformativo, capace di offrire una visione di ciò che è possibile, con la volontà di spingersi oltre e affrontare molti rischi affinché la visione diventi realtà.
La comunità intenta a preservare se stessa penserà prima di tutto a come salvare la propria Congregazione. La comunità dedita alla missione penserà, prima di tutto, a come raggiungere il mondo. «Nessun servo può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e Mammona» (Lc 16,13). Nel suo commentario al Sermone della Montagna, Libro II, Agostino, spiegando l’impossibilità di servire due padroni, sottolinea che non si finisce per «odiare Dio» quando si diventa servi di un altro padrone. Piuttosto, subentra l’indifferenza o l’autocompiacimento, dando per scontati Dio e la sua grazia. Questa potrebbe benissimo essere la nostra situazione: avendo perso l’entusiasmo iniziale, ci accontentiamo di ciò che già facciamo. Il Vangelo di oggi ci ricorda a tutti la necessità di fare una scelta radicale, una resa totale della nostra vita a Dio e alla missione del Vangelo. Oggi ci troviamo ancora una volta di fronte alla scelta che abbiamo fatto e siamo invitati a rinnovare il nostro impegno a vivere la missione evangelizzatrice. Che lo Spirito Santo ci guidi e ci illumini!
© Ordine di Sant’Agostino
© Dicastero per la Comunicazione – Libreria Editrice Vaticana
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