09 Giugno, 2026

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La rivoluzione della cordialità al Bernabéu: Papa Leone XIV scuote Madrid con una Chiesa “sinfonica”

Davanti a uno stadio gremito, il Pontefice mette in guardia dal rischio di trasformare il Vangelo in una "ripetizione impersonale" e invita a trasformare la diversità urbana in una partitura condivisa

La rivoluzione della cordialità al Bernabéu: Papa Leone XIV scuote Madrid con una Chiesa “sinfonica”

Nel pomeriggio di lunedì 8 giugno, lo stadio Santiago Bernabéu non ha vibrato per l’eco di un gol, ma per un grido di fede. In un grande incontro con la comunità diocesana di Madrid, Papa Leone XIV ha tracciato una chiara tabella di marcia per la Chiesa nei nuovi contesti urbani: o si recupera “l’arte spirituale della cordialità”, oppure l’annuncio della fede rischia di essere annacquato dalla frustrazione, dalla sfiducia e dalla burocrazia.

Dopo aver ascoltato le testimonianze provenienti da diverse realtà ecclesiali nella capitale spagnola, tra cui il racconto di un’immigrata peruviana che ha rivissuto la sua iniziale paura del pregiudizio, il Santo Padre ha insistito sul fatto che le sole statistiche non bastano a costruire la comunità. «Numeri, dati e fatti non bastano a generare comunità. I ​​nostri cuori devono cantare», ha sottolineato, definendo l’armonia dell’arcidiocesi come una polifonia, dove l’unità si raggiunge proprio attraverso la diversità e non l’uniformità.

Contro lo spettro di Babele e la burocrazia

Facendo riferimento al Nuovo Testamento e citando la sua enciclica Magnificat Humanitas, Leone XIV ha contrapposto l’isolamento di Babele alla figura biblica di Neemia per illustrare cosa significhi ricostruire nel XXI secolo. Per il Papa, la pluralità di visioni non deve condurre al disordine, bensì a una sinodalità concreta in cui il dialogo sia il terreno comune.

A questo proposito, ha lanciato un monito diretto riguardo alle strutture interne della Chiesa: l’investimento nei consigli parrocchiali e diocesani deve servire ad ascoltare ciò che dice lo Spirito e non a impantanarsi in sterili compiti amministrativi. «Sarebbe un peccato ridurli a mere procedure burocratiche», ha sottolineato, ricordando che sono strumenti essenziali per il discernimento comunitario, soprattutto per i sacerdoti che cercano di interpretare il polso e le tensioni dei quartieri.

«La gentilezza di pochi può vincere la paura di molti. Siate, per tutti, come una Bibbia aperta.» — Papa Leone XIV

La sfida delle grandi città

Il discorso papale si è concentrato sulla complessità di Madrid, grande metropoli in cui coesistono tradizioni e realtà molto diverse. Il Papa ha invitato la comunità a riscoprire il Libro di Giona e a ricordare che la Chiesa primitiva si è affermata proprio nelle città, dove gli esseri umani si confrontano naturalmente con il cambiamento.

Il Papa ha esortato i cattolici di Madrid a chiedersi se le loro azioni abbiano una vera risonanza nei luoghi in cui si forgiano nuove narrazioni e paradigmi sociali, o se restino superficiali. Per orientarsi in questi scenari complessi, dove a volte “sembra che non abbiamo più le mappe per muoverci in sicurezza”, la ricetta del Vescovo di Roma non è tecnica, ma pastorale: un ritorno alla cordialità, affinché l’amore diventi l’unico linguaggio che fa sentire tutti a casa.

Testo integrale del discorso del Santo Padre: 

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA
(6-12 GIUGNO 2026)

INCONTRO CON LA COMUNITÀ DIOCESANA

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Stadio “Santiago Bernabéu” (Madrid)
Lunedì, 8 giugno 2026

 

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Cari fratelli e sorelle, buonasera!

Immagino che per un calciatore fare un gol in questo stadio sia qualcosa che lascia un segno nella vita. Ma [si rivolge all’Arcivescovo], Don José, oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un supergol per sempre!

Questa sera è un grande inno della fede e sono lieto di unire la mia voce alle vostre, per lodare Dio e incoraggiare i legami di una così bella famiglia ecclesiale che sta imparando l’arte della polifonia, cioè della diversità nell’unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo, Don José, per avere introdotto la parabola del canto, che suggerisce come non bastino i numeri, i dati, i fatti a generare comunità: il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli avvenimenti e le situazioni celebrando con gli altri il senso che sprigionano. Per la Chiesa questo avviene in modo singolare nella liturgia, il grande Memoriale della storia che ci ha salvati.

Cantare è un bisogno che attraversa la convivenza e interpella la cultura, la provoca a restare aperta e in costante divenire. Voi siete Chiesa diocesana dentro un popolo che ama la musica, la danza e lo stare insieme, eppure conosce anche conflitti, rassegnazione, talvolta disperazioni, situazioni che il Vangelo può aprire alla speranza. Testimoniate il Vangelo nella capitale di un grande Paese europeo, sede di Istituzioni e Organizzazioni in cui si prendono importanti decisioni per il presente e il futuro, ma anche meta di milioni di visitatori e di fratelli e sorelle alla ricerca di nuove opportunità. La vostra gioia sarà contagiosa se diverrà, da emozione di qualche momento, un modo d’essere stabile, un sentire di fondo che rinnova i singoli, i gruppi e la comunità diocesana. Non è un caso che gli Apostoli, nei loro scritti, invitino così spesso le Chiese alla gioia, raccomandandola quasi come un comandamento. È l’Evangelii gaudium, una corale risposta all’opera di Dio in Gesù Cristo: la sua vita, morte e risurrezione ha modificato per sempre la percezione della storia di chi lo ha incontrato e seguito, seppure in modi e su strade diverse. Anche oggi l’amore di Cristo ci spinge (cfr 2Cor 4,14) – il verbo che usa San Paolo, significa anche “ci avvince”, “ci tiene uniti”, “ci possiede” – e così ci chiama alla responsabilità dell’azione.

Sì, cari fratelli e sorelle, come alcuni di voi hanno testimoniato questa sera, il Battesimo cambia davvero la vita. Le nostre sensibilità, provenienze e priorità si incontrano in Cristo e dalla sua vita ricevono linfa, come i tralci dalla vite. Concretamente, questo significa che in noi molto di ciò che già c’era si trasforma, perché si volge al servizio, cessa di essere un dono privato e si piega al bene comune. Questo non va temuto, perché non produce mai uniformità. Al riguardo, il Nuovo Testamento testimonia, nella differenza delle sue voci, della comunione nella diversità, ovvero dell’intesa scomparsa a Babele, dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti in un progetto totalitario e solamente umano, finirono col non capire più il proprio vicino.

Nell’Enciclica Magnifica humanitas ho proposto, come alternativa a omologazione e confusione, la figura di Neemia, che coinvolge l’intera comunità nella ricostruzione di Gerusalemme. «Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 11).

Vi è allora un rapporto speciale fra Chiesa e città, ancora più importante nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo: un rapporto che, naturalmente, si realizza fra persone in carne e ossa, nelle relazioni di lavoro e di prossimità, ma non di meno nelle diverse comunità, associazioni, realtà di quartiere. Emerge sempre più una specificità della missione cristiana all’interno di grandi realtà urbane, dove «una cultura inedita palpita e si progetta» (Francesco, Evangelii gaudium, 73). La lucidità su questo punto è molto maturata nel cammino sinodale, che ha consentito di conoscerci e ascoltarci con più profondità nei contesti in cui la comunità diocesana vive e prende forma. La domanda più importante diventa: ciò che siamo e operiamo come cristiani arriva «là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi», ovvero ai «nuclei più profondi dell’anima delle città» (ibid.)? Rispondere può essere difficile, certo, ma è possibile, se cerchiamo insieme la verità.

Ecco perché è tanto importante non disperderci e non chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato. Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione e oggi possiamo intendere questo meglio che in passato. Nelle grandi città, più che altrove, a volte ci pare di non avere più le mappe per muoverci con sicurezza. Allora occorre imparare nuovamente l’arte spirituale dell’attenzione, senza la quale persino l’annuncio del Vangelo rischia di diventare impersonale ripetizione e, perdendo di efficacia, lascia spazio a frustrazione e sfiducia.

Carissimi, Madrid è una grande città dove convivono tradizioni e “anime” diverse. Dio conosce uno per uno i cuori dei suoi abitanti. Li conosce come solo Lui sa e può fare, cioè nell’amore e dunque nella libertà. Egli è misericordia infinita e vuole che tutti siano salvati. Lo vuole al punto da farsi carne e prendere su di sé tutto il peccato, il male, il negativo del mondo. Ecco Gesù Cristo! Ecco la Buona Notizia, la Grazia che abbiamo ricevuto e che siamo mandati a condividere con tutti. Perché tutti, nessuno escluso, sono fatti per la vita e la vita in pienezza. La presenza della Chiesa in una grande città è parabola di questo mistero di salvezza. Viene in mente il Libro di Giona, uno dei gioielli della Bibbia che vi invito a leggere o rileggere, personalmente e in comunità. Non è un caso se è proprio nelle città che gli Apostoli hanno impiantato la Chiesa nascente, trovando non solo rifiuto, ma anche accoglienza dove più naturalmente le persone sono alle prese con la diversità e il cambiamento.

Nulla vi turbi, allora, nulla vi spaventi! Insieme, come Chiesa diocesana, potete offrire la testimonianza evangelica che libera le migliori energie di un’umanità bombardata di immagini e di parole, ma affamata di giustizia e assetata di verità. Abbiate fiducia nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola della missione. L’investimento sui consigli parrocchiali e diocesani non ha un obiettivo minore di questo: modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un più profondo ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. È un peccato ridurli ad adempimenti burocratici. Sono luoghi di reciproco ascolto per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ognuno va per la sua strada, ma rischiamo di non intendere dove il Signore ci vuole, in che cosa ci attende, a quali conversioni ci chiama. Quando questo avviene, allora il culto diventa vita e fra le persone sorgono legami di fraternità e progetti di solidarietà.

Invito i presbiteri a riconoscere la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero. Cari fratelli, senza distogliervi dall’essenziale, il regolare fermarvi col vostro popolo a interpretare la vita dei quartieri, i cambiamenti culturali, le tensioni sociali, le pratiche ecclesiali alla luce del Vangelo arricchirà e consolerà il vostro ministero. Aiuterà anche ciascuno e ogni comunità a uscire dall’isolamento e a provare la gioia dello Spirito Santo. È lo Spirito, infatti, che ci manca quando riduciamo la vita ecclesiale a una routine in cui ciascuno resta chiuso nelle sue abitudini e nel suo ruolo. Lo Spirito suscita vocazioni e le compone in unità, provocando talvolta subbuglio, discussione, ricerca di equilibri ulteriori. Non spaventatevi di tutto questo: gustatelo!

Le storie che questa sera abbiamo ascoltato dicono, anzi “cantano”, quanta vita c’è in questa Chiesa. Qualcuno ha testimoniato: “Posso dire senza esitazione che amo profondamente la Chiesa, famiglia di Dio, dove tutti abbiamo un posto”. Un altro ha detto: “Ho provato una grande gioia e responsabilità nel diventare un membro più attivo della comunità e nel condividere con il resto dei membri della Chiesa i miei doni”. E ancora: “Per noi, servire non è solo un modo per aiutare, ma anche un modo per restituire tutto l’affetto e il sostegno che abbiamo ricevuto”. Ecco la Chiesa, cari fratelli e sorelle! Ecco la musica del Vangelo, col suo ritmo coinvolgente. Quando arriva al cuore, fa dire, come alla famiglia venuta a Madrid dal Perù, di sentirsi accolti a braccia aperte. In molti, come lei e la sua famiglia, provano un iniziale timore ad avvicinarsi, hanno sentito parlare di pregiudizi e delusioni. La bontà, anche di pochi, può vincere la paura di molti. Siate, per tutti, come una Bibbia aperta: sui vostri volti e nella vostra vita si possa incontrare la Parola di Dio. L’amore, infatti, è la lingua che fa sentire tutti a casa. Molte grazie.

Exaudi Redazione

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