16 Aprile, 2026

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La Chiesa dei covoni: l’Africa, da destinataria a donatrice del Vangelo

Mons. Fortunatus Nwachukwu chiede di fare spazio ai “sacerdoti covoni” e ringrazia i missionari: “Io sono frutto di quella follia d’amore per il Vangelo”, alla vigilia del viaggio di Leone XIV in quattro Paesi africani

La Chiesa dei covoni: l’Africa, da destinataria a donatrice del Vangelo

«Mi piace definire la Chiesa in Africa come Chiesa dei covoni, frutto dei missionari, sono gli eroi della Chiesa». Con questa parafrasi del salmo 126, mons. Fortunatus Nwachukwu, arcivescovo nigeriano segretario del Dicastero per la Nuova evangelizzazione, sezione per la prima evangelizzazione, ha iniziato l’incontro con alcuni giornalisti vaticanisti organizzato dall’Associazione Iscom in vista del prossimo viaggio apostolico di Papa Leone XIV in quattro Paesi africani.

«I missionari erano pazzi, sì, ma d’amore per il Vangelo. Mi dà pena quando le persone si fissano solo contro gli errori commessi. I missionari hanno portato cultura, cure, prosperità. Io sono frutto di quella Chiesa dei covoni». L’arcivescovo ha ricordato un dato statistico impressionante: tra i Paesi col maggior numero di cattolici, la Repubblica Democratica del Congo è al quinto posto dopo Brasile, Messico, Filippine e Stati Uniti. Il suo Paese, la Nigeria, è decimo. Molto di più di Paesi di tradizione cristiana come quelli europei.

«Dobbiamo guardare con gratitudine ai missionari. E i covoni devono tornare a casa: come fare che queste Chiese siano di aiuto alla Chiesa universale? Vedrete che il Papa troverà grande accoglienza, in una Chiesa che ricorda quanto hanno sofferto coloro che hanno portato il Vangelo». Proseguendo nel suo dialogo con i giornalisti, il prelato ha spiegato meglio come «in Occidente c’è la sensazione di una casa piena, senza spazio per i covoni. C’è bisogno di parroci ma tanti ragionano “No no, rafforziamo il nostro laicato”. Ma così tocchiamo la dottrina della Chiesa. Un laico può sostituire il sacerdote? Occorre fare spazio per i “sacerdoti covoni”. Il nostro Dicastero conta diverse università, circa 60: possiamo sviluppare meglio l’idea di Chiesa dei covoni, non per evangelizzare l’Occidente ma appoggiare una madre che ha bisogno di essere appoggiata nella sua vecchiaia. Quella dell’Occidente è la Chiesa madre delle Chiese dei covoni. Dovrebbe sentirsi aperta, senza vergogna, senza essere altezzosa, senza discriminazione».

L’arcivescovo, che vanta una lunga esperienza diplomatica al servizio della S. Sede, ha ricordato che la Sezione del Dicastero in cui lavora ha competenze su 69 aree dell’America Latina, su tutti i Caraibi, su tutta l’Africa e l’Asia tranne parte delle Filippine e l’Australia, mentre collabora con la Segreteria di Stato per la Cina e alcune Chiese dei Paesi ex sovietici. In tutto, 1130 circoscrizioni.

Per quanto riguarda i Paesi che visiterà il Papa, l’arcivescovo ha parlato prima di tutto dell’Algeria, dove è stato segretario di nunziatura: «Abbiamo quattro diocesi. Penso che il  messaggio principale riguarderà il dialogo interreligioso. La Chiesa locale è già impegnata in questo dialogo, grazie a Dio il periodo di violenze tra il 1996 e il 1998 è superato ma c’è sempre necessità di approfondire il dialogo e trovare spazio per la libertà di culto e religione».

Problemi simili in Camerun, Angola e Guinea equatoriale, dove è necessario «approfondire quanto seminato dai missionari, non fraintendere l’inculturazione, che è necessaria ma deve lasciare che possa convertire le culture locali a Cristo». Mons. Nwachukwu ha toccato anche il problema dell’etnocentrismo, che affligge anche le nomine dei vescovi.

«Possiamo definirle Chiese della culla, perché c’è la tendenza a rimanere bambini, ricevere nutrizione da fuori. Occorre incoraggiarle a crescere non solo numericamente ma anche nell’autosufficienza, a diventare adulte, in un mondo in cui c’è chi vuole monetizzare tutto, perfino il Vangelo. Occorre incoraggiare le Chiese a diventare autonome, ad autosostenersi. Altrimenti, le loro voci continueranno ad essere trattate come disturbanti dagli “adulti” della Chiesa».

In alcuni di questi Stati, segnatamente Camerun e Guinea Equatoriale, c’è un problema di democrazia. L’arcivescovo si è chiesto come aiutare, e non certo contrapponendosi in maniera frontale ai governi. «In Camerun c’è una guerra civile. Ci sono presidenti “eterni” con l’appoggio di Paesi occidentali. La democrazia zoppica di fronte allo sguardo dell’Occidente democratico, bisognerà trovare una strada per il bene comune».

Uno dei problemi che riguarda diversi Paesi africani è la poligamia e in generale la condizione femminile: «La situazione non è omogenea. Ci sono etnie in cui la donna è il cuore, la figura centrale. La poligamia non riguarda gli appetiti sessuali ma esigenze culturali. In passato era necessaria manodopera, i ricchi cercavano più mogli per avere più figli per coltivare la terra. Si è cercato di convertire piano piano». E ha raccontato la sua storia, con i nonni poligami (uno ha avuto cinque mogli, l’altro dodici), per passare a suo padre monogamo fino ad avere due figli sacerdoti e quindi celibi. «Altre confessioni sono più aperte. La Chiesa cattolica insiste su questo. Ci sono infedeltà? Sì. È tutto risolto? No. La differenza con l’Occidente, del resto, è che lì la poligamia è contemporanea, qui è temporalmente successiva: ci si sposa tre, quattro, cinque volte… Bisogna cercare di insistere sottolineando la dignità e centralità della donna perché è chiamata “vita”».
Altro tema di scottante attualità è la persecuzione dei cristiani. «In Nigeria la situazione è molto triste, c’è un’insicurezza generalizzata, dovuta a diversi gruppi. Alcuni ne approfittano per prendere di mira i cristiani (scuole, ragazze ecc.), soprattutto al Nord. C’è chi si ferma a interrogarsi se ci sia un piano, se si tratti di genocidio o persecuzione invece di chiedersi come fermare la causa di questo problema. Non è questione di termini, se è vero o no che esiste la persecuzione. È vero o no che vengono trucidate e violentate le donne davanti a mariti e figli? È vero o no che vengono bruciati i villaggi? Il Papa è stato uno dei primi a denunciare la violenza contro cristiani. Penso che lo farò ancora nel suo viaggio. Siamo noi i costruttori della violenza ma se cambiamo il cuore può essere vinta. La Guinea Equatoriale potrebbe essere la Svizzera dell’Africa ma serve una conversione anche della classe politica. L’Angola era il secondo Paese africano esportatore di petrolio, ora non più. Serve una conversione che metta al centro il bene comune e la dignità umana. Il Papa conosce la realtà dell’Africa, sicuramente parlerà di risorse e del loro impiego per il bene comune». Ma parlerà anche delle responsabilità dell’Occidente? «Che effetto avrebbe dirlo in Africa?» ha replicato l’arcivescovo. «L’Occidente sa quanto fa e disfa in Africa». Poi l’invito a «non parlare più di Africa in generale, non buttarla tutta in un piccolo cestino. Ci sono tante diversità tra i Paesi africani. È una mentalità da correggere».

Non è mancato un passaggio dedicato a Cina e Islam e al loro ruolo nell’economia dei Paesi africani: «Dovrebbe essere l’Occidente a ripensare la propria presenza, che ora come ora batterebbe quella cinese. Ascoltare il primo ministro italiano (il riferimento è ovviamente al cosiddetto Piano Mattei per l’Africa, ndc), o quello ungherese, parlare dell’Africa riempie il cuore. Anche la Russia. I Paesi occidentali dovrebbero rivedere la loro politica. La Cina sta approfittando di spazi lasciati vuoti. Bisogna trovare un modo nuovo di riempire questi spazi. Guardo alla Cina con occhi critici, non negativi, e lo stesso faccio con l’Occidente».

Quanto all’Islam, Nwachukwu ha affermato che «non è vero che è la religione dell’Africa ma negli ultimi anni è arrivato l’Islam politico che porta l’estremismo. Di chi la colpa? Vogliamo essere buoni con l’Islam, si parla di islamofobia ma non di cristianofobia. Per eliminare gli effetti negativi bisogna rimuovere la causa. Serve un dialogo con l’Islam moderato che freni violenza dell’Islam radicale».

Infine, la risposta a chi accusa la Chiesa africana di essere tradizionalista: «No, è fedele. Abbiamo ricevuto il Vangelo da missionari che erano pronti a dare vita e ora qualcuno con idee moderne vuole convincermi ad abbandonare quei valori per abbracciare la sua nuova fantasia. Se dovessi farlo diventerei un po’ scemo. In Europa sorgono idee non ancora provate ma quelle dei missionari sono quelle su cui è stata costruita l’Europa di oggi. Senza dubbio le necessità non finiscono, la Chiesa cresce ma crescono anche i bisogni. Devono aiutarsi una con l’altra, incoraggiando però l’Occidente a non stancarsi nell’aiuto che deve continuare».

Andrea Acali

Andrea Acali es un periodista y comunicador italiano con una larga trayectoria en el ámbito de la información religiosa, social y deportiva. Durante casi treinta años trabajó en el diario Il Tempo como vaticanista y jefe de sección, especializándose en la cobertura de la actualidad del Vaticano y de la Iglesia católica. Desde 2016 colabora como periodista web en RomaSette y también escribe para el periódico Avvenire. Desde 2019 ejerce como comunicador en la Delegazione della Generalitat de Catalunya in Italia, con sede en Roma, donde combina su experiencia periodística con la comunicación institucional