Il Papa in Bahrain per proseguire nella via del dialogo
L’amministratore apostolico mons. Hinder parla del prossimo viaggio di Francesco nel Paese arabo
Un piccolo stato, abitato da circa 1,3 milioni di abitanti, di cui l’80% è musulmano. Il Bahrain è la meta del prossimo viaggio internazionale di Papa Francesco, dal 3 al 6 novembre. Per quale motivo il S. Padre intende recarsi in un Paese in cui la popolazione cristiana corrisponde al 10%, con una “quota” di cattolici di appena 80.000 persone, quasi totalmente immigrati? “Ovviamente non sono nella testa del Papa – ha spiegato mons. Paul Hinder, amministratore apostolico dell’Arabia del Nord che comprende anche Kuwait e Qatar, nel corso di un incontro con alcuni giornalisti organizzato dall’Associazione Iscom – ma penso che il suo interesse sia quello di progredire nel dialogo tra le religioni monoteiste nella cura della casa comune. Un conflitto tra Paesi cristiani e Paesi musulmani non sarebbe un problema di singoli stati ma del mondo intero. Ritengo che il Pontefice voglia realizzare una sorta di piattaforma dove siano possibili intese e azioni comuni. In questo senso il documento di Abu Dhabi, pur non essendo il non plus ultra, è un valido passo avanti, senza tradire le rispettive fedi religiose”.
L’invito del re del Bahrain
Senza dubbio, ci sono anche motivazioni “politiche”: “Il re ha invitato il S. Padre a intervenire per la chiusura del ‘Bahrain Forum Dialogue: East and West for Human Coexistence’. Circa un anno fa è stata inaugurata la grande cattedrale di Nostra Signora d’Arabia, dove si terrà un incontro ecumenico e una preghiera per la pace. Il Bahrain è uno stato piccolo ma importante economicamente che ha bisogno di visibilità internazionale”.
Un segnale per l’intera area
Un Paese in cui la maggioranza della popolazione è sciita (due terzi) mentre il resto, come la famiglia reale, è sunnita. E questo provoca inevitabili tensioni. Negli anni passati non sono mancate proteste che hanno causato morti e feriti. “Ma al Papa interessa avere contatti con tutti” ha detto il vescovo francescano. “È un segnale in diverse direzioni, soprattutto verso la Penisola Araba e gli altri Stati del Golfo”. Arabia Saudita, sunnita, e Iran, sciita, sono infatti i due grandi attori dell’area.
“Non ci facciamo illusioni, non tutti sono contenti di questa visita ma il S. Padre andrà avanti. Cosa potrà comportare? Non lo so, spero possa contribuire a trovare soluzioni ai conflitti locali (nella Penisola Araba è in corso da anni la sanguinosa guerra dello Yemen, ndr) e anche mondiali. Mi aspetto che continui il processo avviato già prima di Abu Dhabi e proseguito con i viaggi in altri Paesi. Il Papa vuole farci capire che è necessario instaurare rapporti di reciproco rispetto e collaborazione. Poi, certo, non ha mezzi per imporsi. La sua è una forza morale. La gente capirà? Ci sono sempre persone che accolgono il suo appello”.
L’attesa in Bahrain
Come si sta preparando il Bahrain ad accogliere Francesco? “Vedo gioia nella gente che lo aspetta, perché è il riconoscimento di un piccolo gregge. Non è facile immaginare il valore morale, umano e religioso per queste persone che non sempre hanno una vita facile. La visita del Papa è un sostegno morale non solo per il Bahrain ma anche per l’Arabia. In due giorni sono terminati i biglietti riservati all’Arabia per la Messa del Pontefice. Verranno anche da altri Paesi del Golfo, anche se non moltissimi: da Kuwait, Emirati Arabi, Oman Qatar. In qualche caso superando non poche difficoltà, ad esempio con il Qatar caso non ci sono voli diretti”.
Libertà religiosa
La cattedrale che ospiterà l’incontro ecumenico (la S. Messa sarà celebrata allo stadio) è stata consacrata il 10 dicembre scorso dal cardinale Tagle e sorge su un terreno donato dal re. In Bahrain, infatti, la situazione della libertà religiosa è migliore rispetto ad altri Stati dell’area. “È tra le maggiori nel mondo arabo” ha confermato mons. Hinder. “Anche le conversioni non sono ufficialmente punite, sebbene siano molto difficili perché le famiglie di fatto escludono chi cambia religione. Però c’è la libertà di vivere la nostra fede. Nel 1939 il Bahrain fu il primo Stato del Golfo ad aprire una chiesa, la ‘Mother Church’ a Manama, anche se ora ne abbiamo una più grande. I rapporti con la casa reale sono buoni”.
Anche se non mancano i problemi pastorali. “Uno è quello delle famiglie divise. Purtroppo per molti lavoratori gli stipendi si sono abbassati e non sono più in grado di mantenere la famiglia in Bahrain. Questo – conclude il vescovo – comporta che molti immigrati stanno valutando l’opportunità di tornare nei Paesi d’origine o in altri dell’Occidente, soprattutto Regno Unito e Canada, per riunire la famiglia”.
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