Il Papa condanna le reti di trafficanti e mette in guardia dal “secondo naufragio” dei migranti
Dalla Plaza del Cristo di La Laguna, Papa Leone XIV ha invocato la conversione dei trafficanti di esseri umani e ha ridefinito l'accoglienza dei migranti come un processo reciproco che va oltre la semplice assistenza umanitaria
Nell’ultimo giorno del suo viaggio apostolico in Spagna, Papa Leone XIV pronunciò uno dei discorsi più incisivi e socialmente significativi del suo pontificato. Dalla Plaza del Cristo di La Laguna, a Tenerife – un valico di frontiera naturale sulla pericolosa rotta atlantica – il Santo Padre levò la voce in una severa condanna delle reti criminali che traggono profitto dalla disperazione umana, sollecitando al contempo un profondo esame di coscienza nelle società di accoglienza riguardo al vero significato dell’integrazione.
La scelta del luogo non è stata casuale. Il Papa ha approfondito la descrizione di San Cristóbal de La Laguna come “città senza mura” per ricordare a tutti che le barriere più difficili da abbattere non sono quelle di pietra, ma piuttosto “quelle degli atteggiamenti, della paura o dell’indifferenza”. Rivolgendosi ai rappresentanti delle delegazioni per i migranti, della Caritas diocesana e delle organizzazioni della società civile, il Papa ha sottolineato che il mare che circonda la città porta con sé storie di dolore e di speranza che non sempre vengono comprese.
Il pericolo dell’oblio oltre la costa
Riprendendo le testimonianze di giovani come Khalid e Mbacke, presenti all’evento, il Papa ha messo in guardia contro una realtà invisibile che si manifesta una volta che le imbarcazioni riescono a toccare terra: il “secondo naufragio”.
«Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Ma c’è anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: affrontare la vita da soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. L’integrazione significa prevenire questo secondo naufragio», ha affermato il Papa.
In questo senso, egli distingueva l’operato della Chiesa e delle organizzazioni sociali dalla mera filantropia o dall’assistenza di emergenza. «L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza pone un balsamo sulla ferita, ma l’integrazione ricostruisce il futuro», spiegava, definendo questo percorso come un processo reciproco in cui il nuovo arrivato rispetta le leggi e la cultura della sua nuova patria, e l’ospitante ne amplia gli orizzonti senza diluirne l’identità.
Un anatema contro il business della morte
Il momento più incisivo del discorso è arrivato quando ha affrontato il tema delle reti di tratta e di sfruttamento del lavoro e sessuale. Con una forza che ricordava lo storico grido di San Giovanni Paolo II contro la mafia nella Valle dei Templi di Agrigento nel 1993, Leone XIV ha esclamato senza mezzi termini: “Fermatevi! Pentitevi! “.
Il Papa ha denunciato, nominativamente, coloro che organizzano “itinerari della morte”, trattengono documenti o trasformano la sofferenza altrui in un business. “Le lacrime e il sangue di questi fratelli e sorelle gridano a Dio”, ha esclamato, avvertendo che “il denaro estorto alla vulnerabilità dei poveri non porterà né pace, né onore, né futuro”. Il Pontefice ha esortato i responsabili a spezzare le catene, liberare gli oppressi e riparare il danno arrecato “finché c’è ancora tempo”, ricordando loro che la misericordia divina è disponibile ma richiede di passare attraverso la porta stretta della verità e della giustizia.
Un appello all’azione comunitaria
Infine, il Vescovo di Roma ha esortato le comunità cattoliche a non ridurre il ministero verso i migranti a un mero compito amministrativo o di assistenza materiale. Ha auspicato una Chiesa capace di offrire una comunità vivace e di annunciare il Vangelo nel pieno rispetto della libertà di coscienza e della dignità, imparando a “leggere” la realtà attraverso la vicinanza e l’empatia, in modo analogo al sistema Braille.
Richiamando la fuga in Egitto della Sacra Famiglia come “modello e rifugio di ogni famiglia di rifugiati”, Papa Leone XIV ha concluso il suo discorso chiedendo che l’arcipelago delle Canarie continui ad essere uno spazio di incontro e di corresponsabilità, dove le persone cessino di essere viste come file o numeri e siano riconosciute, definitivamente, come fratelli e sorelle.
Discorso del Santo Padre:
VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA
(6-12 GIUGNO 2026)
INCONTRO CON LE REALTÀ DI INTEGRAZIONE DEI MIGRANTI
DISCORSO DEL SANTO PADRE
“Plaza del Cristo de La Laguna” (Tenerife)
Venerdì, 12 giugno 2026
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È un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.
Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole.
Il Braille e altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può farsi strada anche attraverso il contatto. Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade.
Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli — come in ogni opera di carità — la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di coloro che soffrono nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo. Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero (cfr Mt 25,35-40). Da questa fede che riconosce Cristo vivo nasce anche il servizio di padre Darwin e di tante persone. La carità cristiana sgorga dall’amore di Dio riversato nel cuore del credente; perciò, davanti al bisognoso, la fede si fa concreta e l’amore per Cristo si trasforma in gesti.
Partendo da questa convinzione, la nostra presenza vuole testimoniare che la solidarietà nasce dal riconoscimento della dignità umana e va oltre ogni concessione riduttiva o semplice atto di filantropia. È chiamata a impegnarsi e a prendere la forma di un processo. L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza mette un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.
Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni.
Ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia.
Parliamo, prima di tutto, di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da gestire. Dopo viaggi difficili e, a volte, diversi tentativi – come nel caso di Khalid –, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato – come ci diceva Mbacke. Ma cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere rinchiusi per sempre nella condizione di vittime.
In questo senso, desidero ringraziare Mons. Santiago per le sue parole e, insieme, per la testimonianza di una Chiesa che, pur con mezzi modesti, vuole “camminare con quelli che camminano”. Grazie alla Caritas diocesana, alla Delegazione diocesana per le Migrazioni, alle parrocchie e alle tante realtà ecclesiali e civili che vanno oltre il primo soccorso e accompagnano percorsi di protezione, promozione e integrazione. Grazie perché rendete possibile che chi un giorno è stato accompagnato possa diventare – come ci ricordava Thalia – un ponte per gli altri, restituendo l’amore ricevuto. Quando chi ha avuto bisogno di una mano comincia a tenderla a sua volta, la carità ricevuta si trasforma in responsabilità condivisa.
Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare i tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini, sono già parte viva della comunità e, con la loro fede, il loro lavoro e i loro doni, contribuiscono a rinnovarla. Lasciatevi anche evangelizzare da loro, perché sicuramente portano con sé doni che la Provvidenza ha voluto farvi arrivare attraverso coloro che si integrano. Essi ricordano che integrare significa aprire spazi affinché una persona possa sentirsi corresponsabile. Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi.
Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona. Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri.
Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità.
E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi (cfr Mc 1,15)! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui (cfr Gen 4,10; Es 3,7-9). Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro (cfr Ger 22,13; Gc 5,1-6).
Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina (cfr 2Cor 5,10). Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio (cfr Is 58,6). Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione (cfr Ez 33,11).
Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.
La Santa Famiglia di Nazaret, che dovette fuggire in Egitto per proteggere la vita del bambino Gesù (cfr Mt 2,13-15), rimane per tutti i tempi modello e riparo di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità (cfr Pio XII, Cost. ap. Exsul Familia). Possa essa sostenere il servizio che voi offrite e rendere questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli. Dio vi benedica! Grazie!
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