17 Giugno, 2026

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Il grido di Arguineguín: Leone XIV scuote l’Europa dal molo delle “vite ferite”

In una commovente visita alle Isole Canarie, il Papa si è inchinato di fronte alla tragedia delle migrazioni, ha denunciato le mafie e ha lanciato un severo monito ai leader del continente: "Non possiamo abituarci a contare i morti"

Il grido di Arguineguín: Leone XIV scuote l’Europa dal molo delle “vite ferite”

Le acque dell’Atlantico, che così spesso inghiottono il silenzio dell’invisibile, sono state oggi teatro di un esame di coscienza globale. Papa Leone XIV ha portato a termine il suo atteso e storico viaggio alle Isole Canarie – diventando il primo Pontefice a mettere piede nell’arcipelago – con un obiettivo inequivocabile: dare un volto, dignità e voce a una delle rotte migratorie più pericolose al mondo.

Dal cemento stesso del porto di Arguineguín, luogo segnato dal continuo arrivo di piccole imbarcazioni e canoe, il Santo Padre non ha usato mezzi termini. Davanti ai volontari della Caritas, agli equipaggi del Soccorso Marittimo e agli stessi migranti, Leone XIV si è inchinato di fronte alla sofferenza di coloro che arrivano “spogliati di quasi tutto, ma mai della loro dignità”, lasciando dietro di sé una frase che già risuona negli uffici di Bruxelles e Madrid:  “La dignità umana non perde il suo valore quando si attraversa un confine ” .

Contro i “mostri” del mare e l’indifferenza

Il discorso del Papa è stato un attacco diretto sia alle reti criminali sia all’inazione istituzionale. Leone XIV ha avvertito che il pericolo per queste persone non si esaurisce con lo schivare le onde; il vero pericolo risiede nei “mostri” che si annidano in terra e in mare. Ha denunciato con fermezza le mafie che sfruttano la disperazione e i trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini.

Ma la sua denuncia più aspra è stata rivolta all’anestesia sociale: all’indifferenza di coloro che permettono che i poveri vengano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio. «Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti una volta che si sono già verificate», ha rimproverato il Papa, chiedendo una risposta globale e coordinata che coinvolga i paesi di origine, i paesi di transito e, soprattutto, l’Europa.  «L’Europa non può proclamare la dignità umana e abituarsi al fatto che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi » .

Il sussurro rivolto alle vittime: “Siete una benedizione”.

In uno dei momenti più toccanti dell’incontro, dopo aver ascoltato la testimonianza di una vittima di tratta letta da una volontaria, il Papa ha infranto il protocollo per rivolgersi direttamente alle donne, donne che avevano subito lo sfruttamento da parte di reti di trafficanti di esseri umani. Le sue parole miravano a restituire loro l’identità rubata.

“Se altri attribuiscono un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di considerarti inestimabile. Se hanno cercato di imprigionarti in un passato doloroso, Dio continua a prometterti un futuro. La tua vita non appartiene a coloro che ti hanno fatto del male.”

Il Papa ha inoltre rivolto un monito fraterno e protettivo agli stessi migranti che sognano un continente di prosperità, esortandoli a non lasciarsi ingannare da coloro che sfruttano le loro vite: «Non credete a chi promette facili paradisi in cambio del vostro corpo, del vostro denaro, del vostro silenzio o della vostra libertà. Queste false promesse sono canti di sirena, industrie di morte».

Una fede che non può “passare oltre”

Rivolgendosi al capitano di una nave di soccorso marittimo e alle squadre di emergenza, Leone XIV ricordò che la vera trasformazione di prospettiva avviene quando il migrante smette di essere un numero e acquista un volto: “Quella ragazza potrebbe essere nostra figlia, quei volti potrebbero far parte della nostra famiglia”.

Il Papa ha insistito sul fatto che l’accoglienza dei migranti non può essere una questione secondaria o lasciata unicamente alla buona volontà di pochi volontari. In un appello diretto alla comunità cattolica affinché sia ​​coerente, ha collegato la preghiera all’azione sul campo, concludendo che è impossibile inginocchiarsi davanti all’altare per adorare l’Eucaristia e poi “chiudere un occhio” di fronte alle imbarcazioni dei migranti.

La strage di Arguineguín non è stata solo un altro evento ufficiale nell’agenda vaticana di oggi; è stata un monito inquietante che ogni imbarcazione che raggiunge la terraferma non porta solo persone in fuga, ma anche un interrogativo struggente per il mondo moderno: che tipo di società abbiamo costruito se c’è chi deve rischiare la morte semplicemente per cercare la vita?

Discorso del Santo Padre:

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA
(6-12 GIUGNO 2026)

INCONTRO CON LE REALTÀ DI ACCOGLIENZA DEI MIGRANTI

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Porto di Arguineguín (Las Palmas de Gran Canaria)
Giovedì, 11 giugno 2026

 

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Cari fratelli e sorelle,

abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo. Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera (Mt 25,41-45). Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare.

Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama “del Pescatore”. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa. Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte.

Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita (cfr Sal 74,13-14; 89,10-11; Is 27,1; 51,9; Gb 26,12). Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio.

Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà (cfr Es 14,21-31). E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: «Taci, calmati!» (Mc 4,39; cfr Mt 14,25-27). Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque.

Grazie per le testimonianze; per averci ricordato che significa salvare vite. A María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno. Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora, la coscienza non ha più scuse. La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci (cfr Mt 14,17-21). Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti. Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite.

Cara Blessing, anche se non sei qui oggi, la tua voce lo è. Grazie per aver condiviso con noi la tua storia. Il tuo nome significa “benedizione” e ci ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore (cfr Gen 1,27). Ci hai raccontato di aver lasciato il tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta. Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada.

Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore.

Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte.

Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante.

Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno (cfr Lc 10,31-32).

Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?

La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera.

Il Dio che «al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore» (cfr S. Giovanni della Croce, Avvisi e sentenze, 57) ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia.

E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi. Grazie mille.

Exaudi Redazione

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