26 Aprile, 2026

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“È bello farsi pellegrini della speranza”: Leone XIV chiude l’Anno Giubilare nell’Epifania

Il Papa esorta la Chiesa ad accogliere i “Magi contemporanei” e a custodire la fragilità del Regno che nasce in un mondo travagliato

“È bello farsi pellegrini della speranza”: Leone XIV chiude l’Anno Giubilare nell’Epifania

Papa Leone XIV ha presieduto questa mattina nella Basilica di San Pietro la Santa Messa per la Solennità dell’Epifania del Signore, che ha coinciso con la chiusura definitiva della Porta Santa, concludendo l’Anno Giubilare della Speranza. Migliaia di fedeli e pellegrini hanno riempito Piazza San Pietro e la Basilica Vaticana per assistere alla conclusione di questo straordinario tempo di grazia, iniziato dal suo predecessore e concluso sotto il suo pontificato.

Nell’omelia, il Santo Padre ha riflettuto sul Vangelo dei Magi (Mt 2,1-12), evidenziando i contrasti presenti nella manifestazione di Dio: l’immensa gioia dei Magi alla vista della stella e il turbamento di Erode e Gerusalemme. «Nella Sua presenza, nulla rimane immutato. Questo è l’inizio della speranza», affermò Leone XIV, citando il profeta Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te!».

Il Papa interrogò la Chiesa sulla sua capacità di accogliere i “magi” contemporanei: quei milioni di pellegrini che, durante il Giubileo, varcarono le soglie delle Porte Sante in ricerca spirituale. «Cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale reciprocità?», si chiese, ricordando che l’essere umano è “homo viator”, pellegrino in continuo cammino.

Con tono solenne, mise in guardia dai timori che, come nel caso di Erode, portano alla manipolazione e all’aggressione, e invitò a proteggere la fragilità del Regno che sta nascendo, piccolo e delicato come un bambino. «Amare la pace significa proteggere ciò che è santo e che, proprio per questo, sta nascendo», sottolineò, criticando un’economia che trasforma la sete di ricerca in mero business.

Leone XIV ha concluso invitando le comunità cristiane a non ridursi a semplici monumenti, ma a diventare case vive dove germoglia la speranza. «Se, uniti, respingeremo le lusinghe dei potenti, saremo la generazione dell’aurora. Maria, Stella del mattino, camminerà sempre davanti a noi».

Al termine della Messa, il Papa ha impartito la Benedizione Apostolica, mentre i fedeli acclamavano il successore di Pietro in questo giorno che segna la manifestazione del Signore a tutte le genti. Con la chiusura della Porta Santa, si conclude un capitolo di grazia, ma, come ha ricordato il Pontefice, «il Signore vuole crescere tra noi» e il pellegrinaggio della Chiesa continua.

Testo completo dell’omelia:

SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE –
CHIUSURA DELLA PORTA SANTA E SANTA MESSA

CAPPELLA PAPALE

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
Martedì, 6 gennaio 2026

 

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Cari fratelli e sorelle,

il Vangelo (cfr Mt 2,1-12) ci ha descritto la grandissima gioia dei Magi nel rivedere la stella (cfr v. 10), ma anche il turbamento provato da Erode e da tutta Gerusalemme davanti alla loro ricerca (cfr v. 3). Ogni volta che si tratta delle manifestazioni di Dio, la Sacra Scrittura non nasconde questo tipo di contrasti: gioia e turbamento, resistenza e obbedienza, paura e desiderio. Celebriamo oggi l’Epifania del Signore, consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima. Questo è l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: «Non c’è niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9). Inizia qualcosa da cui dipendono il presente e il futuro, come annuncia il Profeta: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te» (Is 60,1).

Sorprende il fatto che a essere turbata sia proprio Gerusalemme, città testimone di tanti nuovi inizi. Al suo interno, proprio chi studia le Scritture e pensa di avere tutte le risposte sembra aver perso la capacità di porsi domande e di coltivare desideri. Anzi, la città è spaventata da chi viene a essa da lontano, mosso dalla speranza, al punto da avvertire una minaccia in ciò che dovrebbe al contrario darle molta gioia. Questa reazione interpella anche noi, come Chiesa.

La Porta Santa di questa Basilica, che, ultima, oggi è stata chiusa, ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova (cfr Ap 21,25). Chi erano e che cosa li muoveva? Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? Sì, i Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare.

Homo viator, dicevano gli antichi. Siamo vite in cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita. È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono. Luoghi santi come le Cattedrali, le Basiliche, i Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato.

Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?

Nel racconto, Erode teme per il suo trono, si agita per ciò che sente fuori dal suo controllo. Prova ad approfittare del desiderio dei Magi e cerca di piegare la loro ricerca a proprio vantaggio. È pronto a mentire, è disposto a tutto; la paura, infatti, accieca. La gioia del Vangelo, invece, libera: rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse.

I Magi portano a Gerusalemme una domanda semplice ed essenziale: «Dov’è Colui che è nato?» (Mt 2,2). Quanto è importante che chi varca la porta della Chiesa avverta che il Messia vi è appena nato, che lì si raduna una comunità in cui è sorta la speranza, che lì è in atto una storia di vita! Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol’essere il Dio-con-noi. Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo.

Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci donate! Vanno però sottratte alle intenzioni di Erode, a paure sempre pronte a trasformarsi in aggressione. «Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12). Questa misteriosa espressione di Gesù, riportata nel Vangelo di Matteo, non può non farci pensare a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il Nuovo che Dio ha in serbo per tutti. Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?

Il modo in cui Gesù ha incontrato tutti e da tutti si è lasciato avvicinare ci insegna a stimare il segreto dei cuori che Lui solo sa leggere. Con lui impariamo a cogliere i segni dei tempi (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 4). Nessuno può venderci questo. Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo e senza misura. È l’Epifania della gratuità. Non ci attende nelle “location” prestigiose, ma nelle realtà umili. «E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda» (Mt 2,6). Quante città, quante comunità hanno bisogno di sentirsi dire: “Non sei davvero l’ultima”. Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare. Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle. Di qui la gioia grandissima dei Magi che si lasciano alle spalle la reggia e il tempio ed escono verso Betlemme: è allora che rivedono la stella!

Per questo, cari fratelli e sorelle, è bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare a esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora. Maria, Stella del mattino, camminerà sempre davanti a noi! Nel suo Figlio contempleremo e serviremo una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne.

Exaudi Redazione

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