“Chiedete e vi sarà dato”: Riflessione del Vescovo Enrique Díaz
17ª Domenica del Tempo Ordinario
Il vescovo Enrique Díaz Díaz condivide con i lettori di Exaudi la sua riflessione sul Vangelo di questa domenica, 27 luglio 2025, intitolato: “Il tuo desiderio di pace sarà realizzato”.
Salmo 137: “Ti rendiamo grazie con tutto il cuore
Colossesi 2:12-14: “Egli vi ha fatto rivivere con Cristo, perdonandovi tutti i peccati”
Luca 11:1-13: “Chiedete e vi sarà dato”
Passano i giorni e la malattia si fa sempre più grave. Papà e mamma sono costantemente al capezzale del bambino malato, rianimandolo e alternandosi nelle cure intensive di cui ha bisogno. Davanti a lui appaiono fiduciosi e sereni, poi nei corridoi dell’ospedale, nel silenzio della casa, mentre confidano il loro dolore agli amici, lasciano scorrere liberamente le lacrime in un impeto di commozione: “Mio figlio ha sette anni e qualche tempo fa gli hanno diagnosticato una leucemia, che ogni giorno diventa più grave e aggressiva. Non sappiamo come abbiamo vissuto questi ultimi giorni; ci sentiamo come se stessimo camminando in un lungo tunnel di oscurità e pericolo. Vorremmo vedere la luce, ma non c’è quasi speranza “. Il padre, nascondendosi la testa tra le mani, continua la sua spiegazione tra i singhiozzi: “Sarebbe giusto che dicessi a Dio di prendere la mia vita invece di quella del bambino? Di lasciarlo vivere. Dopotutto, ho già vissuto così tanti anni. È peccato voler cambiare la volontà di Dio?” No, non sarà mai un peccato dare la vita per amore. Solo un padre o una madre possono avere abbastanza amore nel cuore da dare la vita per il proprio figlio. Eppure, l’amore dei genitori è solo un pallido riflesso dell’amore di Dio Padre.
Quando mi è stato chiesto quale fosse l’insegnamento principale che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, posso dire senza ombra di dubbio che è la sua esperienza di Dio Padre. Certo, non lo troviamo a dare spiegazioni estese sul suo concetto di Dio, né ha trattati sulla divinità, ma in ogni momento della sua vita possiamo percepire che l’esperienza di Dio è centrale e decisiva. Da dove trae Gesù tanta forza per predicare la sua parola, per guarire i malati, per dedicarsi pienamente al servizio? Egli centra tutta la sua vita e la sua attività su questa esperienza di Dio, suo Padre e Padre di tutti. È Lui che ispira il suo messaggio, che lo lancia all’avventura, che dà senso a tutte le sue proposte. È un’esperienza che lo trasforma e lo fa vivere alla ricerca di una vita dignitosa, fraterna e amorevole per tutti. Questa esperienza lo spinge a liberare tutti dalle paure e dai legami che impediscono loro di sentire e sperimentare Dio come Lui lo sente e lo sperimenta: un Padre amorevole, donatore e amico della vita, che cerca la felicità di tutti i suoi figli e figlie.
Non sorprende, quindi, che quando i discepoli gli chiedono di insegnare loro a pregare, egli si rivolga a ciò che egli stesso sperimenta costantemente. All’alba o al tramonto, nei momenti di gioia o nei momenti di dolore, Gesù si ritira per vivere nell’intimità, per pregare, per contemplare Dio, suo Padre, in un incontro intimo. E così questa preghiera sgorga spontaneamente da lui, superando tutte le aspettative della tradizione ebraica. È vero che, in alcuni passi dell’Antico Testamento, Dio è presentato come Padre, ma dirlo in questo modo, con quella vicinanza, con quell’innocenza infantile, con la fiducia totale con cui lo chiama, va molto oltre. Gesù ama chiamare Dio “Padre”. Sgorga dal profondo di lui, soprattutto quando vuole sottolineare la sua bontà e compassione. Lo fa con una parola speciale: “Abbà”, mio caro Padre. È la parola che i bambini di Galilea balbettano per rivolgersi al padre, ed evoca tutto l’affetto, l’intimità e la fiducia di un bambino verso il padre, che, pur essendo affettuosa e familiare, non diminuisce il rispetto e la sottomissione. Questo Padre Buono è un Dio vicino, e Gesù vuole che anche i suoi discepoli lo sperimentino così. Così vicino, come se fosse semplicemente “mio papà”, eppure così “nostro” da farmi sentire una cosa sola con i miei fratelli e sorelle. “Padre” implica tutto l’amore che Dio ha per me, ma dire “nostro” mi apre alla fratellanza. La preghiera non è un rito; è l’esperienza dell’intimità con Dio e della vicinanza con i miei fratelli e sorelle. Per questo insiste che lo facciamo ripetutamente, con piena fiducia, sempre, in ogni momento, affinché possiamo essere sempre in intimo contatto con il Padre.
Quando preghiamo questa preghiera, entriamo nel piano di Dio, dove il suo Regno si fa presente tra noi, dove il suo nome è santificato, ma dove si cerca il pane per tutti i nostri fratelli e sorelle ogni giorno, senza accaparramento né ricatto. Il Padre Nostro, vissuto e pregato, è scuola di santità, liberazione e amore. Solo Cristo può insegnarci questa esperienza di Dio come Padre. Ha condiviso questa preghiera con noi. Lui è il maestro, ed è per questo che anche noi oggi dobbiamo dirgli: “Insegnaci a pregare”. Ma impariamo a camminare camminando, impariamo a nuotare nuotando, e impariamo a pregare pregando, ogni giorno, ogni momento, in ogni occasione. Non potremmo sentirci amati da Dio in ogni momento e in ogni momento? Rendere consapevole questo amore è l’inizio della preghiera.
Padre Dio, Padre buono e misericordioso, Papà, Abbà, che ci mostri il tuo amore incondizionato attraverso tuo Figlio, ascolta la nostra preghiera e donaci la gioia di sapere che siamo amati e ascoltati, di sentirci al sicuro nelle tue mani insieme ai nostri fratelli e sorelle. Amen.
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